Infografica e infoestetica. Intervista a Mirko Balducci

I dati, tra rappresentazione e spettacolarizzazione, sono sotto la lente di ingrandimento di un convegno promosso dall’ISIA di Firenze. Ne abbiamo parlato con uno degli organizzatori.

Nicholas Felton (Feltron), PhotoViz. Una delle immagini tratte dal libro PhotoViz (Gestalten 2016)
Nicholas Felton (Feltron), PhotoViz. Una delle immagini tratte dal libro PhotoViz (Gestalten 2016)

Quali sono, oggi, le avanguardie del design della comunicazione e, in particolare, di un suo sottogenere da qualche anno molto in voga che si chiama infografica? Una conferenza, promossa dall’ISIA di Firenze (11 e 12 maggio, alle Scuderie di Villa Strozzi, iscrizioni aperte fino al 6 maggio), fa il punto sui linguaggi, le sperimentazioni e le opportunità ancora tutte da giocare nel campo della comunicazione visiva dei dati.
Per ricostruire le coordinate di un terreno progettuale fertile e allo stesso tempo mobile e in divenire, abbiamo incontrato Mirko Balducci, tra gli organizzatori e relatori di questa due giorni di dibattiti e workshop, per saperne di più sullo stato dell’arte di una disciplina a cavallo tra settori eterogenei quanto strategici fra cui l’arte, la politica, il giornalismo.

Partiamo dall’infografica. Ci aiuti a ricostruire l’ascesa, le fortune e se possibile le criticità di questa branca del design della comunicazione?
Partiamo da oggi. Non c’è quotidiano, telegiornale, newsfeed di Facebook che non ci mostri qualche tipo di infografica, ogni giorno. Da un grafico a torta a complessi esperimenti di Data Art. È un linguaggio che però condivide le sorti di gran parte ci ciò che consumiamo ogni giorno: ci risulta familiare pur non avendone gli strumenti per interpretarlo. Andando a ritroso arriviamo alle prime manifestazioni di quello che oggi chiamiamo infografica, che hanno origine nel XIX secolo. Gli istogrammi, i grafici a torta e moltissimi altri strumenti statistici, ma anche la visualizzazione della tavola periodica degli elementi, sono figli della mentalità illuminista-positivista di fine Settecento/metà Ottocento. L’idea che tramite i numeri si possano leggere le verità immutabili del nostro mondo è un’idea che ancora ci è appiccicata addosso. È invece tra gli Anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso che si affaccia una modalità di semplificazione della realtà che avrà un incredibile successo: le moderne “icone” nascono per opera del sociologo tedesco Otto Neurath e dell’illustratore Gerd Arntz (nessun designer da quelle parti) che, con la creazione di Isotype (International System Of Typographic Picture Education), cercarono di costruire un linguaggio universale comprensibile da tutti.

Max Samuel Hornäcker, El Dorado. Progetto sul tema della migrazione, visualizza tramite una prospettiva inedita il rapporto tra italiani e stranieri
Max Samuel Hornäcker, El Dorado. Progetto sul tema della migrazione, visualizza tramite una prospettiva inedita il rapporto tra italiani e stranieri

E oggi che uso si fa dell’infografica?
Se c’è una criticità che vedo, è infatti l’idea che l’infografica esista per rendere le cose “universalmente” più semplici e comprensibili. Se talvolta l’opera di semplificazione e maggiore comprensione è indubbia, la mia impressione è che oggi si lavori molto sulla fascinazione e poco sulla comprensione. Che non è sbagliato di per sé, anzi, ma è pericoloso far passare una cosa per un’altra. In tempi più recenti una spinta alla disciplina è stata data dal software Processing e da librerie digitali come D3.js, che hanno aperto le porte dell’interazione dando la possibilità a tantissime persone di creare più facilmente progetti prima impensabili, soprattutto sul web, e che oggi sono lo standard.

Nella conferenza che l’ISIA di Firenze promuove e organizza l’11 e 12 maggio avete deciso di allargare il campo di indagine dall’infografica alla cosiddetta “infoestetica”. Qual è il significato che attribuite a questa parola e perché è urgente, o comunque interessante, rifletterci oggi?
Uno dei primi a parlare di “infoestetica” in questi termini è stato Lev Manovich, tra le altre cose professore di Computer Science a The Graduate Center, City University of New York, all’inizio degli Anni Duemila. Per noi il punto centrale è riflettere sui “dati al tempo della spettacolarizzazione dell’informazione”, ovvero capire come comportarsi in un periodo storico in cui informazione e intrattenimento svolgono funzioni non più distinte ma oramai indissolubilmente intrecciate. Questa per noi è la chiave di lettura del termine “infoestetica”, il raccontare storie tramite i dati con una funzione complementare a quella informativa, ovvero la dimensione dell’intrattenimento. Sono comunque più di vent’anni che l’infografica si è imposta come un vero linguaggio espressivo a sé stante. A oggi, parlane sempre sotto l’ottica informativa è come pensare che la fotografia sia solo reportage. Comprendere gli aspetti e i cambiamenti di una disciplina consente di poterne apprezzare di più le sue sfumature, ma soprattutto le sue distorsioni, che sono molte e potenzialmente molto pericolose.

Infografica e Infoestetica 2017, ISIA Firenze
Infografica e Infoestetica 2017, ISIA Firenze

A proposito di estetica dei dati, la diffusione delle infografiche sulla carta stampata è oramai un dato acquisito e sembra sposarsi a un registro grafico oramai estremamente codificato e, se vogliamo, molto copiato (la fortuna del magazine IL docet). Sei d’accordo? Quanto questo effetto moda nuoce alla comprensione e alla sperimentazione di altri linguaggi?
Era il 2001 quando lo studio francese H5 progettò il bellissimo videoclip di Remind Me dei Röyksopp. Si trattava della giornata di una ragazza raccontata solo tramite infografiche. Nel 2006, nel film Stranger than Fiction di Marc Forster, grafici e percentuali si animano intorno al protagonista per tutti i titoli di testa. Il National Geographic riporta illustrazioni e grafici a corredo dei suoi articoli fin dai suoi primissimi numeri. È quindi da un po’ che l’infografica è passata da essere uno strumento specialistico a un linguaggio di massa. Per quanto riguarda la carta stampata, in Italia IL, ma anche il primo biennio di Wired Italia e soprattutto il Corriere della Sera, hanno tracciato un modus operandi molto preciso, che forse a oggi si è cristallizzato in uno standard. Senza dimenticare però che la maggior parte delle persone, più che a queste esperienze, al termine “infografica” associa le operazioni di “cosmesi” che vengono effettuate su dei normalissimi grafici, un processo che gli strumenti di Microsoft Excel prima e tutta l’onda della cosiddetta “estetica start-up” poi hanno contribuito a diffondere. Ma la visualizzazione dei dati è un linguaggio che si presta a una incredibile varietà di media, in cui possiamo vedere le più disparate interpretazioni. Credo dunque sia un campo in cui si stia ancora sperimentando, ma forse potremo vedere un cambiamento vero quando alcune tecnologie, come la realtà aumentata e la realtà virtuale, avranno trovato una posizione più chiara nel nostro universo informativo.

La sfera dell’emotività è stata inclusa solo recentemente nella visualizzazione dei dati, peraltro con esiti ancora incerti. Come si fa a rappresentare un elemento per definizione immateriale, sfuggente e tendenzialmente soggettivo?
La questione che qui si pone è legata espressamente a un grande malinteso di base: che un dato di per sé sia un elemento oggettivo. Questa, purtroppo o per fortuna, è una considerazione errata. L’intervento che Salvatore Iaconesi ha fatto alla scorsa edizione di Infografica e Infoestetica è stato chiaro: i dati sono un’opinione. Spesso cullarsi nell’idea che “lo dicono i numeri” è una semplificazione forse necessaria ma lontana da una rappresentazione oggettiva, lo stesso dataset può essere raccontato in moltissimi modi, accentuando o modificando la nostra percezione della realtà.

Spiegati meglio.
Dietro un’infografica c’è sempre un qualche tipo di scelta su cosa far vedere e cosa no, su quale dato accentuare perché la storia che voglio raccontare sia più efficace. E non potrebbe essere altrimenti! Dicendo questo, infatti, non voglio smentire l’uso della visualizzazione dei dati come strumento per una più chiara comprensione della complessità, tutt’altro, dico che come tutti gli strumenti vive dell’uso che se ne fa, e tra questi usi vedo molto interessante anche una modalità più espressiva, che metta al centro l’interpretazione personale. Ciuccarelli e Zingale alla conferenza offriranno un workshop di “Infopoesia” oltre che parlarci delle ricerche in tal senso che il Politecnico di Milano e DensityDesign, ma non solo, stanno portando avanti in tal senso.

Matteo Moretti durante la conferenza di Infografica e Infoestetica 2017
Matteo Moretti durante la conferenza di Infografica e Infoestetica 2017

Nell’edizione dello scorso anno avevate sollevato il tema di “Come sopravvivere ai dati”. Negli ultimi mesi l’attualità ci ha portato a riflettere sulle criticità di un uso scarsamente consapevole dei dati sia a livello micro – i dati personali – che macro – i big data. Come giudichi questo fenomeno? In qualità di docente, quale credi sia il compito di un’istituzione universitaria nel formare i designer (nonché utenti) di domani?
Infografica e Infoestetica è organizzato e ha luogo in un’università, l’ISIA di Firenze, e sono molto contento di questo. Il taglio è volutamente più di ricerca e meno incentrato sui “case studies” proprio per cercare di parlare di tutto ciò che sta intorno al mondo della visualizzazione dei dati, oltre che ai progetti stessi. Ciò che sta emergendo in questi giorni è un po’ un segreto di Pulcinella, ma il fatto che le persone se ne stiano rendendo conto cambia ovviamente tutta la prospettiva. Credo che il tema dell’uso dei dati andrebbe affrontato ben prima della formazione universitaria, fin dalle primarie. Attenzione, non solo in ottica “conservativa” (diritti, privacy ecc.), ma soprattutto in ottica proattiva: se i dati sono miei, cosa posso farci? Questo sarà senza dubbio un campo importantissimo per il design a venire, comprendere come passare da un design che aiuta a “visualizzare i dati” a un design che aiuta a “usare i propri dati”.

Da osservatore attento di questo campo, quali sono le esperienze che giudichi più interessanti? Quali i designer da tenere d’occhio? Quali le tendenze nel campo del design della comunicazione a cui ci dobbiamo preparare?
L’anno scorso abbiamo avuto come relatore Matteo Moretti dall’università di Bolzano, che trovo essere per ecletticità e preparazione un importante punto di riferimento per la disciplina in Italia. Sono incuriosito anche da Gianluca Monaco e dal suo modo di affrontare il tema dei dati da un punto di vista sperimentale e un po’ provocatorio. Una novità recente in Italia in questo campo riguarda Wild Mazzini, la prima galleria d’arte che si occuperà solo di data visualization, a Torino. Sempre da Torino quest’anno a Infografica e Infoestetica avremo come relatore Fabio Franchino, che insieme a Giovanni Profeta ci parlerà di un tema ancora piuttosto inesplorato, visualizzare i dati in realtà virtuale, ovvero quali possibilità si aprono per comunicare i dati in un ambiente altamente immersivo?

Only shallow people do not judge by appearances”: è dunque vero che l’abito fa tristemente il monaco?
La citazione di Wilde è volutamente provocatoria e quando Martin Foessleitner ci ha proposto il nome del suo workshop lo abbiamo trovato da subito perfetto. La componente estetica esiste ed è spesso il grande portone d’ingresso per la conoscenza del mondo, è importante imparare ad averci a che fare, al di là di come vestono i monaci.

Giulia Zappa

Firenze // 11 e 12 maggio 2018
Infografica e Infoestetica
ISIA
Scuderie di Villa Strozzi
Via Pisana 79
www.infograficaeinfoestetica.com

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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.