Focus. There Is No Place Like Home

Torna la rubrica “Focus”, in cui parlano in prima persona i fondatori di realtà che lavorano su arte e creatività con un orizzonte lungo. Sull’ultimo numero di Artribune Magazine è protagonista There Is No Place Like Home, progetto romano vincitore del Premio Artribune nell’ambito di NESXT Independent Art Festival, svoltosi a Torino nel novembre 2017.

There Is No Place Like Home, via Aurelia Antica, Roma 2014. Photo altrospazio
There Is No Place Like Home, via Aurelia Antica, Roma 2014. Photo altrospazio

Nato a Roma nel 2014, There Is No Place Like Home è un progetto d’arte itinerante che costruisce mostre in luoghi sempre diversi. I fondatori sono artisti (Alessandro Cicoria, Stanislao Di Giugno, Giuseppe Pietroniro, Daniele Puppi, Marco Raparelli) e storiche dell’arte (Giuliana Benassi e Giulia Lopalco), tutti di base romana e impegnati su vari fronti dell’arte. All’origine del progetto c’è la volontà e l’esigenza di un tentativo corale: costruire uno spazio (fisico, mutevole e processuale) all’interno del quale sperimentare le dinamiche di libertà proprie del fare artistico. Mettendo al centro gli artisti e le opere, lo spazio scelto di volta in volta diviene luogo che trasforma se stesso a partire dai lavori che gli artisti pensano o ripensano per l’occasione. I luoghi sono individuati poiché metafora di qualcos’altro, siti eletti ad accogliere le visioni degli artisti, e diventano essi stessi interlocutori e oggetto di interpretazione. Non c’è una tematica né una regia curatoriale canonica: si sperimenta il dialogo fra artisti e le mostre sono il risultato di un’immersione temporale nello spazio. Anche il tempo costituisce un “luogo” da esperire, poiché la durata di ogni mostra è spesso di pochi giorni o addirittura qualche ora, per proporre un’esperienza da vivere, rallentando le coordinate temporali e, di conseguenza, lo sguardo sulle opere.
Dal cantiere di una casa in costruzione a un peschereccio ormeggiato sul Tevere, da un’isola veneziana alla “Valle dell’inferno” romana, fino alle cantine di un palazzo torinese, l’incontro con il luogo avviene in maniera spontanea, riconoscendo nelle coordinate spaziali un possibile contenitore fisico da sperimentare come azione, visione e ricerca. “Ogni volta che ci si avvicina a un luogo è come entrare in un nuovo mondo: questo presuppone una prima fase di esplorazione, poi bisogna prendere confidenza con il luogo, conoscerne le dinamiche e valutarne le possibilità”, scrive Giuliana Benassi, coordinatrice del progetto. “Questi posti sono spesso avventurosi e caratterizzati da dinamiche contrastanti, da altre vite ed energie. Vengono fuori narrazioni particolari e ogni volta è tutto diverso, con imprevisti nuovi. La bellezza del luogo è il suo essere autentico, reale: solo così può essere interpretato come metafora. Questa decifrazione poetica viene lasciata alla sensibilità degli artisti. Perciò non è mai possibile fare un discorso a priori, ma solo a posteriori. Ad esempio, la mostra sul peschereccio ha implicato un’immersione in una zona di Roma tanto bella quanto inquietante, squallida e reale; tutta la tensione imprevedibile del fiume, dello stare sull’acqua, dello scorrere, in qualche modo è stata presente nelle opere come racconto visivo della precarietà del vivere, della vibrazione come vita e passaggio”.

There Is No Place Like Home, Ponte Marconi, Roma 2016. Photo Altrospazio
There Is No Place Like Home, Ponte Marconi, Roma 2016. Photo Altrospazio

PARTECIPAZIONE CONDIVISA

Gli artisti sono coinvolti a partire dalla proposta del luogo, richiamando la possibilità di far incontrare il lavoro con il tipo di spazio individuato. Si parte da una condivisione della volontà del progetto e la partecipazione include uno sforzo da parte di tutti. “Come progetto di gruppo non ha niente di innovativo in sé, ma se guardiamo al contesto storico attuale, dove trionfa l’individualismo e dove ci si incontra maggiormente nelle piazze virtuali, potremmo interpretarlo come momento aggregativo che sconfina dall’idea semplice di mostra e dunque di opening”, sostiene Marco Raparelli, artista fondatore. “È un tassello da cui ripartire per creare una nuova idea di comunità, una necessità di ripensare a dinamiche di gruppo e di aggregazione tra artisti, operatori del sistema culturale e soprattutto dell’osservatore, per riportare al centro del dibattito l’opera d’arte e l’artista, cioè i veri protagonisti di questa grande giostra dell’arte contemporanea”. In questo senso il progetto rappresenta un contenitore in continua trasformazione entro il quale si creano tentativi di dialogo tra artisti, opere, pubblico e processo di costruzione. Non esiste un obiettivo, ma la ricerca è condotta con il peso della leggerezza, intesa come volontà visionaria e azione.

VERTIGINE DELLA LISTA

Il primo appuntamento si è svolto a Roma nel 2014 presso il cantiere di una casa in costruzione in via Aurelia Antica 429; l’evento ha avuto una durata di 72 ore e lo spazio è stato aperto h24. Gli artisti partecipanti: Stefano Arienti, Simone Berti, Alessandro Cicoria, Eli Cortiñas, Stanislao Di Giugno, Loredana Di Lillo, Flavio Favelli, Stefania Galegati Shines, Vitoria Gasteiz, Daniele Genadry, Goldschmied & Chiari, Thomas Hutton, Giovanni Kronenberg, Michaela M. Langenstein, Emiliano Maggi, Matteo Nasini, Norberto & ScintillaAntonio Grulli, Nicola Pecoraro, Alessandro Piangiamore, Federico Pietrella, Cesare Pietroiusti, Giuseppe Pietroniro, Luigi Presicce, Daniele Puppi, Marco Raparelli, Max Renkel, Andrea Salvino, Alessandro Sarra, Corrado Sassi, Vedovamazzei.
A Venezia nel 2015, presso la Polveriera dell’Isola delle Vignole, un pic-nic di 12 ore ha dato spazio al dibattito intimo e collettivo tra artisti, alla performance, alla visione di progetti futuri. Tra gli artisti partecipanti: Stefano Arienti, Micol Assaël, Flavio Favelli, Goldschmied & Chiari, Emiliano Maggi, Jorge Peris, Luigi Presicce, Andrea Salvino, Corrado Sassi, Lorenzo Scotto Di Luzio.
A novembre dello stesso anno, di domenica, gli artisti Paolo Chiasera, Rä di Martino, Stefania Galegati Shines, Hilario Isola, Nunzio, Leonardo Petrucci, Lorenzo Scotto di Luzio, Namsal Siedlecki e Claudio Verna sono stati chiamati a indagare il quartiere romano di Valle Aurelia.
Nel 2016 un peschereccio ormeggiato sul Tevere all’altezza di Ponte Marconi è stato scenario di un intervento collettivo degli artisti Joseà Angelino, Massimo Bartolini con Pietro Riparbelli, Stefan Burger, Ludovica Carbotta, Alessandro Cicoria, Michela de Mattei, Maria Adele Del Vecchio, Federica Di Carlo, Stanislao Di Giugno, Fantazio, Michael Fliri, Federico Fusi, Judith Kakon, Tobias Kaspar, Masbedo, Jacopo Miliani, Jonathan Monk, Liliana Moro, Matteo Nasini, Luigi Ontani, Jorge Peris, Giuseppe Pietroniro, Gianni Politi, Daniele Puppi, Calixto Ramirez, Marco Raparelli, Vincenzo Simone, Nico Vascellari, Italo Zuffi.
A Torino nel novembre 2017 presso le cantine e l’androne di un palazzo multietnico del quartiere di Porta Palazzo, gli artisti Josè Angelino, Calixto Ramirez e Justin Randolph Thompson hanno presentato dei lavori installativi e una performance corale.

LA TAPPA TORINESE

A Torino, all’interno di NESXT – Independent Art Festival, presso le cantine di un palazzo vissuto da oltre cinquanta famiglie multietniche, sede di viadellafucina16 condominio-museo, gli artisti Josè Angelino e Calixto Ramirez (con Justin Randolph Thompson) sono stati chiamati ad attivare gli spazi attraverso le opere. “La mostra è nata durante il tempo d’installazione”, dice Angelino, “lavorando a stretto contatto con Calixto, Giuliana, Justin, Amos e alcuni condomini, risolvendone la realizzazione come sintesi di un processo articolato e fortemente condiviso. Un processo necessario che ha creato una situazione di coesistenza di diverse individualità, una ‘interferenza’ che ha cambiato a sua volta nuovamente quella realtà condivisa. I lavori esposti raccontano il tentativo di evidenziare questa condizione. In ‘Studi di interferenze’, alcuni vetri messi in vibrazione e appoggiati l’uno sull’altro in un unico sistema producono riverberi che ad ogni istante vanno a cortocircuitarsi e a sommarsi in dinamiche temporali che possono sparire o permanere, diventando una memoria non scritta ma codificata nell’azione ripetuta di ciascun elemento, sottolineando il delicato equilibrio tra necessità di esistenza e individualità”.
Il luogo mi ha fatto pensare al recente terremoto che ha scosso Città del Messico. Così è nato un parallelismo fra l’estetica semidistrutta del palazzo torinese e le rovine in Messico”, racconta Ramirez. “Un pensiero su come la collettività può essere forte nel costruire e ripristinare gli spazi, in modo fisico e simbolico. Quando sono arrivato c’erano delle persone che colpivano le mura per rimuovere il vecchio intonaco. Da qui ho preso non solo l’idea di distruzione/costruzione, ma soprattutto il suono, che aveva un certo peso simbolico. Questo mi ha fatto pensare alle persone che rimangono intrappolate sotto le macerie senza la forza di gridare, così battono sulle rovine per farsi sentire e far capire che sono ancora vive. Il mio intervento si è sviluppato accanto ad Angelino, amico e artista, così l’idea di movimento, collettività, fragilità e sonorità è entrata in dialogo con il motore del suo lavoro, l’energia. Ognuno ha generato il proprio pensiero nello stesso spazio, creando anche involontariamente una cosa, uno spazio in cui a volte l’autore è perduto, o non è importante, poiché la comunicazione e la collettività nei suoi diversi modi sono stati presenti in modo genuino”.

There Is No Place Like Home

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42

 

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