Torna la rubrica dedicata ai giovani collezionisti. Che siano giovani all’anagrafe o nella loro passione per l’arte.

Roberto Spada (Cuneo, 1963) è fra i più noti e stimati commercialisti di Milano ma, come afferma nel suo blog, “da ormai dieci anni non perde occasione per smettere i panni del professionista e dedicare il tempo libero all’arte contemporanea”. Innumerevoli sono gli incarichi che ricopre nei board e nei collegi sindacali dei più importanti gruppi industriali che operano nel mondo del lusso e della finanza. Ma non meno famose sono le sue feste dove – da anfitrione generoso e ospitale – unisce sapientemente in un “mix esplosivo” business, arte e cultura.

Come ti sei avvicinato all’arte contemporanea e al collezionismo?
Devo questo “brutto vizio” a due grandi amici, Giuseppe Iannaccone e Claudia Gian Ferrari. Ho iniziato a viaggiare con loro in India, Iran, Israele: io partivo come appassionato di culture extraeuropee, loro alla ricerca di giovani artisti e nuove gallerie. Quando presi il coraggio di acquistare due sculture di un artista indiano, Claudia mi rassicurò dicendo che, se mi fossi stancato di vederle in casa, le avrebbe comprate lei. Capii che avevo scelto bene.

Richard Mosse , Of lilies, 2012. Collezione Roberto Spada
Richard Mosse , Of lilies, 2012. Collezione Roberto Spada

Qual è stato il tuo primo acquisto?
È stato decisamente estemporaneo. Passeggiavo lungo le Corderie dell’Arsenale quando il mio sguardo è stato rapito da una fotografia. Era Hombre Candela di Cristina García Rodero. Provai a fare finta di niente, ma come un mantra sentivo ripetere dentro di me questa frase: “Non posso pensare di vivere senza quell’opera d’arte”. Quando installai la fotografia in casa, ancora non sapevo che quel meccanismo sarebbe scattato molte altre volte. Solo dopo qualche anno mi sono reso conto che le opere fra di loro hanno un filo conduttore legato alla tematica dell’identità, che sia di razza, di genere o politica.

Come sono cambiati i tuoi gusti nel corso degli anni?
Forse l’unica cosa che è cambiata è la dimensione delle opere: grazie allo studio nuovo posso permettermi anche qualche lavoro installativo. E poi ho iniziato a collezionare anche artisti molto giovani, specialmente italiani.

Charles Avery, Atomistic Cleric. Collezione Roberto Spada
Charles Avery, Atomistic Cleric. Collezione Roberto Spada

Qual è l’opera della tua collezione a cui sei più affezionato?
Un gruppo di disegni di Charles Avery acquistato ormai quasi dieci anni fa. Rimasi estasiato dalla sua mostra a Londra [The Islanders: An Introduction alla Parasol Unit Foundation for Contemporary Art, N.d.R.], se avessi potuto avrei comprato tutto il museo!

Quali sono oggi i tuoi interessi?
Da qualche tempo, appena riesco scrivo impressioni e notizie sul mio blog come divertissement, ma mi piacerebbe avere un ruolo più attivo. Ad esempio, quando mi hanno proposto di essere fra i donors del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia non ho esitato, è stato un onore. Sto cercando di coinvolgere anche i miei soci e devo dire che qualcuno sta già cadendo nella trappola…

Cosa ti ha colpito dell’ultima Biennale di Christine Macel?
Più che Viva Arte Viva, il Padiglione della Nuova Zelanda, che non a caso tratta il tema del colonialismo e dell’identità culturale. E l’opera di Roberto Cuoghi, una grande prova della sua maturità.

Alessandro Guerrini

www.spadapartners.it
www.robertospada.it

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #40

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