Brain Drain. Parola a Irene Campolmi

Si è laureata con un anno di anticipo, Irene Campolmi (toscana, classe 1987), salvo poi scoprire che in Italia non è un merito, e che le tasse universitarie devi pagarle anche per il resto del corso. E così è fuggita in Danimarca, dove ha fatto un dottorato al Louisiana Museum. Una formula che qui ci racconta.

Irene Campolmi
Irene Campolmi

Perché hai lasciato l’Italia?
Ho iniziato l’università con il proposito di andarmene dopo la laurea, perché viaggiare è una forma di conoscenza del mondo. Non potendomelo permettere fin dagli studi universitari, mi sono iscritta all’Università di Firenze per studiare storia dell’arte e museologia, con l’obiettivo di laurearmi il prima possibile. Tanto ero motivata che mi sono laureata con lode con un anno di anticipo! Ho scoperto tuttavia che in Italia non è un merito, e che comunque dovevo pagare le tasse per l’anno di studi di cui non avevo usufruito. A quel punto, lasciare l’Italia quanto prima è diventato urgente. Nel frattempo ho fatto esperienze curatoriali alla GNAM di Roma e alla Galleria Continua di San Gimignano. Ho insegnato museologia e storia dell’arte presso varie università americane con sede a Firenze e ho perfezionato la lingua inglese.

E la ricerca come è arrivata?
Sono entrata come researcher nel gruppo del Max Planck Institute-Kunsthistorisches Institute di Firenze Objects in the Contact Zone: The Cross Cultural Life of Things sotto la direzione di Eva Troelenberg. Ho focalizzato la mia ricerca sulla disciplina che Bruce Altshuler chiama “history of exhibitions” studiando il cambiamento di approccio curatoriale per l’allestimento delle collezioni dei musei europei d’arte moderna e contemporanea negli ultimi dieci anni. In particolar modo, mi sono concentrata sulle cosiddette narratives, ovvero le storie che direttamente o indirettamente sono raccontate attraverso una mostra o un allestimento in un museo: ad esempio, come le opere prodotte da artisti di origini non occidentali vengono contestualizzate nella narrazione dei musei d’arte europei. Ho approfondito progetti come C-MAP del MoMA di New York e gli Asian, Latin American or Middle Eastern collecting committees della Tate di Londra. Quando ho dovuto scegliere se intraprendere un dottorato di ricerca e portare a fondo questi temi o svilupparli attraverso la pratica curatoriale, ho vinto il concorso di dottorato promosso dalla Aarhus University e dal Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk intitolato The Art Museum of the 21st Century. Ed eccomi in Danimarca.

Una bellissima formula il PhD fra Aarhus University e Louisiana Museum. Ce lo racconti?
Ancora in fase di sperimentazione quando ho cominciato, si tratta del cosiddetto industrial PhD, ovvero la collaborazione tra università e aziende/istituzioni. Negli ultimi tre anni la formula si è consolidata, portando molti musei ad aprire le loro porte ospitando PhD o Post-Doc. Si tratta di collaborazioni che appianano le controversie tra accademia e museo, e arricchiscono entrambi. Il Louisiana è un esempio riuscito di questa collaborazione.

Mi sono concentrata sulle cosiddette narratives, ovvero le storie che direttamente o indirettamente sono raccontate attraverso una mostra o un allestimento in un museo

Il museo fu fondato nel 1958 da un imprenditore visionario, Knud W. Jensen, perché diventasse il primo museo nazionale d’arte moderna e contemporanea, per così dire, “anti-accademico”. Perciò assumere un ricercatore nel suo staff è stata una sfida. Prima di tutto, i ritmi del lavoro museale sono frenetici, mentre la vita lavorativa del ricercatore ha talvolta tempi di riflessione e maturazione delle idee piuttosto lenti e lunghi. Nessuno era preparato ad avermi in squadra e c’è voluto del tempo per capire come la mia ricerca potesse beneficiare l’istituzione. Così ho proposto di organizzare una conferenza internazionale che si è svolta a dicembre 2015 dal titolo Between the Discursive and the Immersive: Research in the 21st Century Art Museums, in collaborazione con Marie Laurberg (Louisiana), Margriet Schavemaker (Stedelijk) e Hendrik Folkerts (documenta 14). La conferenza rifletteva sulle potenzialità di ricerca offerte dalla pratica curatoriale di mostre e collezioni museali.

Come si lavora da curatrice e ricercatrice in Danimarca?
L’artista come il curatore sono figure professionali riconosciute e stimate per il contributo che portano alla società. Questo non si traduce in un pari riconoscimento economico, soprattutto per chi è indipendente. Un articolo su Kunstkritikk ha denunciato chiaramente come proprio gli artisti rimangano tra i maggiori investitori d’arte, perché non solo autofinanziano la produzione delle proprie opere, ma spesso si fanno carico dei costi per aprire mostre gratuite al pubblico. Questa critica rispecchia la situazione precaria di molti curatori indipendenti. Nel mio caso, ho goduto di una borsa di dottorato pagata in parte dalla Aarhus University e in parte dal Louisiana fino alla consegna della tesi. Attualmente ho un contratto a progetto come Curatore dei Talks, Film and Performance Program della nuova fiera Code Art Fair di Copenhagen.

Qual è la tua mappa del sistema dell’arte danese?
Una domanda interessante ma anche molto vasta, perché dipende se per tale accezione si intendono il circuito delle gallerie, quello degli istituti d’arte contemporanea not-for-profit che promuovono artisti danesi, oppure quello dei musei nazionali. Diciamo che se dovessi scrivere un vademecum del curatore, artista o appassionato d’arte che visita la Danimarca, suggerirei ARoS, il museo d’arte moderna e contemporanea, e Kunsthal Aarhus ad Aarhus e Heart, il Museo d’Arte Contemporanea di Herning, in Jutland, e Brandts a Odense nel Fyn. Copenhagen, come tutte le grandi città, rappresenta un capitolo a parte. Per quanto riguarda le gallerie, suggerisco una visita a quelle presenti a Kødbyen (il meatpacking district) nella zona di Vesterbro, e per i veri appassionati quelle a Nord Vest, che una volta erano situate nella Carlsberg By, la vecchia cittadella della storica fabbrica di birra danese. Per quanto riguarda gli spazi indipendenti e non profit, direi Overgaden, Copenhagen Contemporary, Charlottenborg Kunsthal, Den Frie, Nikolaj Kunsthal, GL Strand e Sixty Eight Art Space. Sono tutte molto vicine e si possono girare in un giorno, se muniti di bici e voglia di scoprire. Tra i musei, consiglio una visita a SMK – Staten Museum for Kunst, ovvero la galleria nazionale d’arte; ARKEN, il museo d’arte contemporanea di Ishøj (un pò fuori dal centro); e ovviamente il Louisiana Museum of Modern Art a Humlebæk, collocato a circa quaranta chilometri da Copenhagen sulla costa nord. È una gemma preziosa che incanta chiunque la visiti, non solo per le sue bellissime collezioni e per le mostre cutting edge, ma per il giardino di sculture che affaccia sullo stretto di mare Sund, in cui arte e natura interagiscono perfettamente in un equilibrio così armonico da lasciare senza fiato. Ma d’altronde, avendoci lavorato per quattro anni, sono di parte ormai!


Quali sono le politiche di promozione per l’arte contemporanea?
Esiste il Danish Art Council, un organo governativo che finanzia la produzione degli artisti attraverso bandi pubblici trimestrali, e brevi viaggi di ricerca per conoscere nuove realtà artistiche. Inoltre ci sono fondazioni private – come Carlsberg Foundation, Novo Nordisk o Bikuben Foundation – che finanziano progetti di mostre e seminari di media o grande portata, promossi da musei o istituzioni non profit. All’Italia manca forse il sostegno costante di fondazioni private e di organi governativi. I bandi che vengono promossi a sostegno degli artisti – come il movinup – sono annuali o talvolta occasionali, così come quelli promossi dalle fondazioni private. Al contrario, qui tali bandi sono un appuntamento ricorrente nel calendario di artisti e curatori e sono considerati parte integrante del sistema dell’arte. Ovviamente, i bandi sono riservati ai danesi.

Quando guardi l’Italia, cosa vedi?
Sono in ottimi rapporti e in costante dialogo con artisti, curatori, direttori di musei e collezionisti in Italia. Non mi sento di fare conclusioni sulla scena artistica italiana, ma posso affermare che al momento è in grande fermento e ricca di interessanti iniziative. Spero che in futuro si creeranno occasioni per condurre progetti in collaborazione con musei, gallerie o istituzioni d’arte contemporanea anche in Italia.

– a cura di Neve Mazzoleni 

www.irenecampolmi.com

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Neve Mazzoleni
Neve Mazzoleni ha una laurea in Lettere Moderne - Storia e Critica delle Arti conseguita all'Università degli Studi di Milano, un master in Management of Art and Culture della Trentino School of Management e un master in Social Innovation, Social Business & Project Innovation (MES) di ASVI Social change. Dal 2006 lavora per UniCredit come art manager e curatrice della collezione corporate. Scrive per il Giornale delle Fondazioni, Arte&Impresa, CheFare. Ha scritto per Fizz, Tafter e Doppiozero. È iscritta alla seconda laurea in Filosofia all'Università degli Studi di Milano.
  • Raul Parolari

    Al di là del contenuto (che ho ascoltato avendo poco tempo) devo dire: che bello sentire un Italiano/Italiana parlare Inglese così… avete mai ascoltato i nostri politici (salvo qualche rara eccezione) quando devono parlare l’Inglese o il Francese? che tristezza (senza pensare poi ai problemi che hanno con la lingua Italiana, e le confusioni fra congiuntivo e condizionale!). Come è possibile una tale ignoranza?

    Nel contrasto, c’è quasi un tocco di insolenza nella voce di questa ragazza, tale è la sicurezza con cui si esprime.
    I am proud to be Italian when I see someone like her: there is still hope!