Tra cervello e memoria. Intervista a Christian Fogarolli

Scienza e creatività rappresentano i due poli d’attrazione nella pratica di Christian Fogarolli, artista trentino in arrivo nel capoluogo piemontese durante le giornate di Artissima. Con un progetto che mescola arte, neuroscienze e memoria.

Christian Fogarolli, Phantom model of Prof. Chr. Aeby, II, Mosca, 2016 (dettaglio). Ricostruito dalla pubblicazione originale del 1885
Christian Fogarolli, Phantom model of Prof. Chr. Aeby, II, Mosca, 2016 (dettaglio). Ricostruito dalla pubblicazione originale del 1885

Christian Fogarolli (1983) è un artista trentino che da anni opera al confine tra arte contemporanea e indagine scientifica. Mosso da un forte interesse verso l’identità umana, Fogarolli giustifica ogni lavoro partendo da un’attenta ricerca d’archivio, attraverso cui ricontestualizza patologie, devianze e manifestazioni di anormalità proprie dell’individuo. Phantom Model è il suo ultimo progetto di ricerca itinerante, nato dalla volontà di ricostruire il modello cerebrale ideato nel 1885 dall’anatomista Aeby e dall’ingegnere Büchi. Nell’Ottocento tale struttura ebbe un’immediata diffusione all’interno dei maggiori istituti medici di tutto il mondo. La prima tappa del suo viaggio a ritroso ha avuto come protagonista la città di Amsterdam, dove Fogarolli ha collaborato con il De Appel arts centre e il Vrolik Museum Academic Medical Center. Di recente, l’artista ha riportato una ricostruzione del modello in Russia, esponendo alla quinta Moscow International Biennale for young art, in collaborazione con il NCCA e il MMOMA di Mosca. L’ultimo appuntamento, patrocinato da Artissima a Torino il 3 novembre 2016, vedrà un intervento di Fogarolli sul modello custodito presso il Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando. Con il suo interesse per la struttura cerebrale, e in particolar modo per questo modello medico, Fogarolli punta a comprendere le modalità attraverso cui i processi contemporanei incidono sulla costruzione della memoria.

Se fino a pochi decenni fa si riteneva che il cervello non potesse essere soggetto a variazioni interne, oggi si è certi che sia proprio questa capacità rigenerativa a concedere all’organismo la possibilità di sviluppare la memoria. Quali sono i tratti del modello da te ricostruito da ritenere prodromi delle moderne scoperte neuroscientifiche?
Partirei da questo spunto dichiarando esplicitamente che non sono un medico, non sono un esperto in medicina, anatomia o psicologia, anche se sono conscio che il lavoro che sto portando avanti solleva problematiche e questioni scientifiche a riguardo. Sono proprio degli ultimi decenni le conferme delle abilità rigenerative e di auto modifica cerebrale; il cervello è un organo che, come molti altri, può supplire a una perdita o a un deficit aggirando il problema e creando delle “soluzioni alternative”. Credo che questo aspetto sia eccezionale e mi riporti, a primo impatto, al problema della prosopoagnosia, concetto sul quale sto lavorando ultimamente e che riguarda il problema della riconoscibilità dei volti e delle forme degli oggetti. In molti di questi casi il cervello riesce a creare dei percorsi innovativi per ovviare al problema della riconoscibilità immediata creando dei collegamenti a “segni particolari” o “indizi” che portano ad arrivare alla soluzione.

Stuttura originale del Phantom model of prof. Chr. Aeby.1885. Crediti Vrolik Museum e Medical Center di Amsterdam. Giugno 2015
Stuttura originale del Phantom model of prof. Chr. Aeby.1885. Crediti Vrolik Museum e Medical Center di Amsterdam. Giugno 2015

Qual è l’obiettivo del tuo progetto?
Il modello cerebrale che ho ricostruito si basa su teorie e studi della fine del XIX secolo. Non si vuole porre come un modello risolutore d’indagini odierne, ma come mezzo simbolico e archetipico. Forse in questo progetto mi pongo io stesso come “ippocampo” che filtra cosa deve e cosa non deve essere ricordato. Questa scultura creata e riprodotta per oltre venti istituti medico-biologici in tutto il mondo meritava di essere riportata alla luce con qualsiasi metodo, io ho usato il mio. Sono interessato inoltre a porre alcuni quesiti sul rapporto tra archiviazione umana e digitale. Fino a che punto i sistemi della società contemporanea integrano le nostre possibilità di progresso e costruzione di memoria?

A tal proposito direi che la memoria umana si rivela spesso fallace, distorta nei ricordi e soggetta a deterioramento sia sociale sia neurologico. In questo senso sembra venire in aiuto la tecnologia digitale. Si tratta di estensioni, di memorie esterne, penso all’online Personal Archive o ai sistemi di backup.
Non trovo sbagliata la perdita fisiologica di memorie e di dati a livello umano. Credo sia perfino giusta e doverosa. Sembra quasi che l’uomo stia lottando contro un biologico “diritto all’oblio”; che però non ritengo abbia nulla a che vedere con l’imbecille e cosciente noncuranza conservativa. Il termine “estensione” che hai utilizzato lo trovo perfetto nel mio caso; spesso lavoro sulle sostituzioni o sostegni che l’uomo utilizza per supplire a delle perdite del proprio corpo o per curare parti di esso. In ambito mnemonico, gli attuali sistemi tecnologici sembrano davvero porsi come delle protesi o dei sistemi di aumento del potenziale cerebrale. Anche se credo che questo aumento porti, come conseguenza, a una naturale perdita a livello biologico.

L’origine di alcuni termini anglosassoni come highbrow (intellettuale), lowbrow (poco colto), shrink (lett. strizzacervelli) è da ricercare nella diffusione di pratiche pseudo-scientifiche come la frenologia. Sebbene in Europa tale interesse abbia solide radici già dal XV secolo, negli Stati Uniti l’ossessione per la morfologia del cranio e delle funzioni cerebrali inizia a contaminare le conversazioni quotidiane dalla seconda metà del XIX secolo, a seguito delle ricerche della famiglia Fowlers. Questi testi attraggono così tanti curiosi perché sembrano oltrepassare la questione meramente scientifica. La frenologia diffusa dai Fowlers, infatti, sembra fornire una valida alternativa alle restrizioni dogmatiche del calvinismo: l’uomo può divenire padrone della propria mente e allenarla al fine di potenziare le sue capacità individuali.
Mi cogli sul punto. Al momento, sto collaborando con il Museo Luigi Rolando di Torino che possiede alcuni busti frenologici di grande valore. La famiglia Fowlers ebbe il merito di creare un busto in ceramica ad ampia diffusione basato sulle precedenti teorie di Gall, fondatore della disciplina e del suo allievo Spurzheim. Nella teca contenente le teste frenologiche sono presenti anche alcuni calchi in gesso di personaggi come Raffaello Sanzio, Goffredo Mameli e Napoleone.

Sinistra. Tavola da Schema des Faserferlauves, im menschlichen Gehirn und Rüchenmark Von Prof. Dr. Chr. Aeby, Berna, 1884. Destra. Disegno di neuroni e collegamenti di Santiago Ramón y Cajal, 1952
Sinistra. Tavola da Schema des Faserferlauves, im menschlichen Gehirn und Rüchenmark Von Prof. Dr. Chr. Aeby, Berna, 1884. Destra. Disegno di neuroni e collegamenti di Santiago Ramón y Cajal, 1952

Quale relazione si è creata fra il museo torinese e il tuo lavoro?
Questo è l’unico museo italiano, con Torino come unica città italiana, a possedere uno dei modelli fantasma di Aeby/Büchi ottimamente conservato. Per Torino credo debba essere tutt’oggi un motivo di vanto e orgoglio, a testimonianza di come, nel XIX secolo, questa città puntasse sulla ricerca scientifica ad ampio raggio e sulla sperimentazione. Spero che il mio lavoro in questo senso possa valorizzare tali punti, tutt’oggi poco considerati. Ci sono delle chiare analogie concettuali e formali tra le teste frenologiche e il modello cerebrale sul quale sto lavorando. Il punto è la localizzazione e la categorizzazione. I frenologi crearono sì una fantascienza, ma l’idea della localizzazione all’interno dell’encefalo fu un’intuizione geniale. Queste stesse idee si riversarono da lì a poco su teorie che risultarono solide ed efficaci, come l’individuazione dell’area funzionale del linguaggio nella cosiddetta “area di Broca”.

In cosa Phantom Models III, l’intervento ospitato presso il Museo di Anatomia Luigi Rolando e presentato durante la settimana di Artissima, si distingue e si lega ai due precedenti?
Ogni singola tappa del progetto ha una sua singolare storia e morfologia. Il caso torinese è, e sarà, l’unico italiano. Quello che al momento posso svelare su questo terzo appuntamento è che si distingue dai precedenti per il contesto. I primi due eventi sono stati realizzati in istituzioni dedicate all’arte contemporanea, mentre quello di Torino sarà il primo in cui l’intervento si calerà nel contesto di una collezione storica, in quanto il Museo di Anatomia è nato e si è formato custodendo questo modello.

Santiago Ramón y Cajal [presente anche alla mostra Organismi alla GAM di Torino, N.d.R.] è considerato uno dei padri della neuroscienza moderna. I disegni da lui lasciatici sono così meticolosamente dettagliati da essere tutt’oggi usati in campo medico. Si può dire lo stesso del modello di Chr. Aeby e A. Büchi?
Direi assolutamente di sì. Il modello cerebrale di Aeby/Büchi del 1885 era già composto da tutta una serie di caratteristiche formali e morfologiche del sistema nervoso e cerebrale umano molto vicine alla realtà e alle conoscenze odierne. Sebbene i modelli costruiti siano diversi tra loro, dato naturale in quanto assemblati e “ricamati” interamente a mano e non industrialmente, essi rispettano degli schemi prestabiliti e delle modalità di impostazione costanti basate su studi anatomico/neurologici di avanguardia. Ho trovato davvero interessante il concetto di come queste creazioni siano tutte diverse ma simili, è lo stesso che accomuna proprio le caratteristiche dell’encefalo di ogni individuo. Allo stesso modo le mie sculture non potranno mai essere uguali né tra loro né a quelle costruite da Aeby e Büchi.

Ultimamente sei entrato in contatto con una nuova lista di modelli non descritti da Aeby. Quali ulteriori tappe prevede il tuo percorso di ricerca in questo senso?
La lista dei modelli e delle rispettive città che li acquisirono è stata ricavata dal testo pubblicato da Aeby nel 1884 a Berna. A oggi non risulta semplice fare ricerca in questo senso e ritrovare tali creazioni nei vari istituti anatomici, fisiologici e clinici delle ventitré diverse città in tutto il mondo. La medicina ha continuato a evolversi e così la morfologia delle città e degli edifici che si occuparono di ricerca medica. Capita spesso quindi di imbattersi in cambiamenti di sede, di collezioni museali svanite, di modelli scomparsi o distrutti. Parlando poi con alcuni studiosi e direttori museali ho saputo anche di certi modelli presenti in città non citate nella lista di Aeby, come Parigi e Dresda. Questo mi ha portato a pensare che forse alcuni di questi modelli siano stati spediti in seguito alla stesura del testo del 1884. Il modello custodito a Dresda è del 1911, proviene da San Pietroburgo e sembra essere leggermente diverso come impostazione costruttiva dagli altri; vorrei cercare di capire se è un’evoluzione naturale del modello conservato nella città di Mosca e che io ho ricostruito quest’anno. Ho in previsione dei viaggi studio in queste città. Inoltre dovrei visitare un istituto di Praga, città natale dell’anatomista, dove potrebbe essere custodita una delle prime produzioni.

Come si lega al contemporaneo la funzione conoscitiva e di diffusione che stai portando avanti con il tuo progetto?
Nessuno prima si era mai preoccupato di riportare alla luce questi modelli. Sono delle creazioni di fine Ottocento che a prima vista potrebbero essere scambiate per sculture contemporanee; esse appartengono a ogni individuo in maniera differente. Nei miei progetti cerco sempre di dare un’importanza culturale al mio operato, credo che questi lavori ne siano una testimonianza. Non è una ricerca fine a se stessa, ma aiuta la valorizzazione di patrimoni dimenticati di aree geografiche completamente diverse, da Santiago del Cile a Mosca passando per Berlino. È un progetto lungo e complicato, che implica l’investimento di molte risorse; purtroppo il mondo dell’arte oggi non mette in conto questi aspetti. L’obiettivo futuro, in data da destinarsi in base allo sviluppo del lavoro, sarebbe quello di realizzare una grande esposizione finale in cui mostrare insieme tutti i modelli al mondo ancora conservati.
Per concludere vorrei ringraziare i curatori e ricercatori che stanno supportando questo lavoro: Chiara Ianeselli e Inga Lāce, con le quali ho avviato le prime ricerche; Laurens de Rooy del Vrolik Museum, Nadim Samman, Irene Campolmi curatore e ricercatore del Lousiana Museum of Modern Art di Copenaghen, Giancarla Malerba, Cristina Cilli e Giacomo Giacobini del Museo Luigi Rolando.

Giulia Colletti

Torino // dal 3 novembre al 15 dicembre 2016
Christian Fogarolli – Phantom models III
a cura di Chiara Ianeselli e Giancarla Malerba
in collaborazione con la Galerie Alberta Pane, Parigi-Venezia

MUSEO DI ANATOMIA UMANA LUIGI ROLANDO
Corso Massimo d’Azeglio 52
011 6707883

[email protected]
www.museoanatomia.unito.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/56902/christian-fogarolli-phantom-models-iii/

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Giulia Colletti
Giulia Colletti (1993) è una curatrice indipendente che vive tra Londra e Glasgow. Laureata in Storia dell’Arte a Venezia, ha lavorato per istituzioni come La Biennale di Venezia, Fondazione Musei Civici di Venezia (MUVE) e Google Cultural Institute. Nel 2015, in qualità di assistente curatoriale di Barnabás Bencsik (direttore del Ludwig Múzeum Budapest), ha collaborato alla realizzazione della prima edizione di OFF-Biennale. Nel 2016 è stata coinvolta nella progettazione della mostra “Proprioception”, prima personale dell’artista Manuele Cerutti presso l’IIC di Londra, a cura di Eugenio Re Rebaudengo, e nell’organizzazione dell’opera site specif “The Floating Piers” di Christo. I suoi progetti curatoriali indipendenti includono “EURO|PHONIA” (2016), “Multilocal Mediation” (2016) in collaborazione con The Bartlett Department (UCL) e “ComfortZone” (2015). È stata selezionata per la seconda edizione del MLitt in Curatorial Practice dalla Glasgow School of Art.

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