Chi sono i curatori? Il nuovo libro di David Balzer

Croce e delizia di critici e artisti, il curatore è una figura complessa e mutevole, difficile da incasellare in definizioni rigide. Ne è un esempio l’inossidabile Hans-Ulrich Obrist, fra i protagonisti del nuovo libro di David Balzer.

Hans Ulrich Obrist
Hans Ulrich Obrist

UN CURATORE NON DORME MAI
Hans-Ulrich Obrist non dorme mai, non si ferma mai, ma vede tutto, parla con tutti e lavora e lavora e lavora. Il profilo di Obrist è il fermo immagine di una vita la cui presenza è essenzialmente curatoriale. Un’esposizione fatta di biglietti di imbarco, di libri e di scarpe da corsa. Obrist non vive, ma cura, e lo fa anche con la sua stessa vita, trasformandola non in una forma d’arte, ma di certo in una forma di curatela, in cui ogni altra categoria tipica dell’invidia e del rancore appare sempre in ritardo, in banale fuori tempo rispetto a un culto del movimento e a un’ortodossia dell’efficienza diventata cultura (e non il contrario). L’identificazione di un curatore o meglio della curatela diviene così spesso un esercizio privo di profondità come di analisi. Non è facile infatti trovare la chiave critica capace di cogliere le bizzarrie, ma anche le ineluttabilità di un’azione culturale che è vita, ma anche performance, che è contemporaneità, socialità diffusa, ma anche elitarismo e vacuità.

David Balzer – Curatori d’assalto - Johan and Levi, Milano 2016
David Balzer – Curatori d’assalto – Johan and Levi, Milano 2016

OLTRE IL BANALE
Sarà perché prima di essere un critico e un giornalista di professione David Balzer è uno scrittore, resta il fatto che, in Curatori d’assalto, il suo sguardo è capace di bucare l’ovvio, il banale e restituire in poche pagine un percorso analitico del ruolo dei curatori e della società culturale contemporanea.
Balzer scrive bene, con una lingua ironica e colta, realmente raffinata e mimeticamente costruita ben oltre le ovvietà consunte di un new journalism di mestiere che, negli ultimi anni, ha insozzato ogni discorso critico riducendo qualsiasi cosa a barzelletta hipster. In David Balzer le parole hanno ancora peso e lui questi pesi li sa lanciare sempre verso l’obiettivo giusto. Chi, all’inizio del XXI secolo, dà forma al gusto? Chi determina mode culturali e percorsi intellettuali? La risposta che giunge da più parti vede riunire figure eccentriche e spesso anche molto distanti le une dalle altre sotto il termine di curatori. Il curatore è colui che scavalca l’autore come il teorico, lo storico come, alle volte, anche lo stesso spettatore, proponendo una scelta, definendo un percorso, dando così forma a un gusto o più spesso a mode dalla consistenza spesso anche parecchio discutibile.

Harald Szeemann
Harald Szeemann

CURATELA E DINTORNI
Quello che dunque definisce la curatela è la capacità di selezionare: di proporre una scelta che, a sua volta, determini un’idea di mondo e di cultura.
Ciò che qualche anno fa era dunque in mano a pochi e a un ristretto ambito legato all’arte contemporanea, oggi attraversa ogni forma di elaborazione culturale, dall’arte alla cucina, dalla letteratura allo sport. Scegliere, selezionare diventa così più necessario di approfondire: la cultura prende oggi forma nella profondità della superficie.
E in tal senso non mancano le critiche, anche feroci che Balzer rivolge al mondo dei curatori, spesso vere e proprie star che attraversano come ossessivi globetrotter i continenti, proponendo visioni e progetti a musei e fondazioni con un’ambizione smisurata quanto spesso carente di una visione dell’umano che sappia non solo accumulare scelte, ma anche digerirle e quindi dare loro un senso.

DA SZEEMANN IN POI
Attraverso brevi e pungenti capitoli, Curatori d’assalto si sviluppa proponendo una lettura sia critica sia storica. Balzer definisce il percorso della curatela che vede in Harald Szeemann il punto di partenza e in Hans-Ulrich Obrist il punto probabilmente di arrivo di una visione che oggi mostra tutti i limiti e le insensatezze di un tragitto dentro il quale le esigenze economiche da strumentali sono diventate spesso l’elemento attorno a cui si determina il valore o meno di un intervento culturale.

Giacomo Giossi

David Balzer – Curatori d’assalto
Johan & Levi, Milano 2016
Pagg. 166, € 16
ISBN 9788860101655
www.johanandlevi.com

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Giacomo Giossi
Giacomo Giossi è caporedattore di cheFare. Ha frequentato licei e scuole serali, ha vissuto a Milano e a Parigi. Scrive per Blow Up, IL, L’indice dei libri, Pagina99, Minima&Moralia, Lavoro culturale. Ha pubblicato due racconti in due libri: uno è “Si sente la voce” (2012) e l’altro è “Milano d’autore” (2014).

3 COMMENTS

  1. un libro sui curatori capita a proposito . Libro interessante e benvenuto ma si dovrebbe essere anche più spietati. Che gallerie e investitori badino a denaro e valori sicuri è normale , Ma che a questo si adeguino curatori e critici ossequiando pure i meccanismi dello “show che deve andare avanti in ogni caso”,
    sancisce ormai l’inutilità e l’illusione della figura di garanzia del mediatore, che invece di garantire uguali opportunità garantisce solo sè stesso . Nel libro l’iperattivo Obrist è descritto come quello che forse è l’ultimo curatore : esibizionista narcisista presenzialista velleitario è uno dei pochi ad avere una qualche influenza ma con tanto fumo e poco arrosto; il personaggio è emblematico di una categoria intera , mostre pretesto su temi apparentemente controcorrente ma in realtà futili e inconcludenti dirige oggi gli spazi più conformi alla nomenklatura
    globalizzata che vola spesso ma non sa atterrare .

  2. ecco
    mi è sembrato
    che l’arte è come la luna,
    e il curatore è come il dito
    ( e fino a questo punto
    tutti hanno capito?
    interrompo la disquisizione
    per un momento di relax )

  3. […] GLI ESEMPI Particolarmente interessanti sono i sogni curatoriali in luoghi non convenzionalmente dedicati a mostre, come quello di Chandra Bhimull, che immagina una mostra sul tema del volo nella diaspora africana all’aeroporto delle Barbados, o quello di Monica Patterson sull’eredità dell’apartheid presso l’ospedale pediatrico di Durban. Altri studiosi lavorano sulla dimensione della cultura immateriale, come Lisette Olivares e Lucian Gomoll, che rappresentano una danza di coppia cilena diventata solitaria nell’interpretazione delle madri di vittime della dittatura (la “cueca sola”); oppure Joshua Cohen, che investe una galleria e un teatro con una riflessione sulla trasformazione della cultura performativa guineana nella diaspora. Altri sogni riflettono sullo statuto stesso del museo: è il caso di Serena Iervolino e Richard Sandell, che trasformano il Tropenmuseum di Amsterdam in uno spazio di attivismo grazie ai diversi expertise, normalmente trascurati, di chi abita e legge la città. Per osservare più da vicino il metodo, prendiamo a esempio il saggio di Erica Lehrer, docente alla Faculty of Arts and Science alla Concordia University di Montreal e studiosa di Jewish Heritage nella Polonia contemporanea. La Lehrer ha immaginato una mostra presso il museo etnografico di Cracovia centrata sulle statuette di legno che raffigurano – in modo spesso caricaturale – gli ebrei, molto diffuse prima della guerra e ancora oggi vendute come scomodi, ambigui memorabilia nei mercati, nonché prodotte come portafortuna. Tenendo in conto tanto la retorica del rifiuto quanto, all’opposto, quella della trivializzazione, Lehrer costruisce il suo discorso curatoriale intorno a queste statuine, considerate terreno di un possibile incontro, pretesto per una riflessione da attualizzare e accompagnare, attori di un processo culturale già in corso in cui un conflicting heritage chiede di uscire dall’oblio e di diventare un reagente. Ancora di più, qui si parla di curatela come di cura, dunque di strumento “terapeutico” (una riflessione sull’etimologia svolta in modo molto interessante anche da David Balzer in Curatori d’assalto). […]

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