A Siena il Ministero della Cultura entra nella Fondazione Santa Maria della Scala: cosa cambia davvero e cosa resta da chiarire

La presenza dello Stato in una fondazione può generare crescita, programmazione di lungo periodo e reputazione internazionale. Tutto quello che il complesso senese sta da tempo cercando per valorizzare la sua storia, il suo patrimonio e la sua vocazione culturale. Naturalmente il percorso è solo all’inizio


La Giunta comunale di Siena ha approvato lo schema di accordo di valorizzazione con il Ministero della Cultura. È l’atto che prepara l’ingresso dello Stato nella Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, nata nell’agosto del 2021 con il Comune come unico socio e con un fondo di dotazione di appena 50.000 euro, una cifra che da sola racconta la sproporzione tra l’ambizione dichiarata e i mezzi messi a disposizione.

Santa Maria della Scala a Siena
Santa Maria della Scala a Siena

Il Ministero della Cultura dentro la Fondazione Santa Maria della Scala. Gli obiettivi

La notizia è stata accolta come una svolta, e potenzialmente lo è. Il presidente (dall’inizio del 2024) della Fondazione, Cristiano Leone, ha rivendicato l’apertura al Ministero come un obiettivo prioritario fin dal suo insediamento – “rafforzare il legame strutturato con il Ministero rappresenta un passaggio decisivo per restituire al Santa Maria della Scala la dimensione nazionale e internazionale che la sua storia, il suo patrimonio e la sua vocazione culturale richiedono” – frutto di un lungo lavoro di confronto con gli uffici romani per definire i profili giuridici e amministrativi dell’operazione, e ha parlato di un avanzamento importante che però non esaurisce il cammino. È una precisazione onesta, e va presa alla lettera. Ciò che oggi esiste è uno schema, cioè una cornice. Il contenuto vero arriverà con la modifica dello statuto e con la convenzione che fisserà impegni, risorse e poteri. È lì che si capirà se la svolta è sostanza o soltanto annuncio.

Il lungo percorso per arrivare all’accordo. Ora cosa cambia?

Non è la prima volta che Comune e Ministero si siedono allo stesso tavolo. Già nel 2017 un accordo di valorizzazione sul sistema museale cittadino aveva prodotto risultati concreti, come il ritorno dell’Arliquiera del Vecchietta dalla Pinacoteca nazionale negli ambienti per cui era stata dipinta. Ma un accordo di collaborazione e l’ingresso in una fondazione sono cose di natura diversa. Diventare socio di una fondazione di partecipazione significa sedere nei suoi organi, contribuire al suo patrimonio e alla sua gestione, condividerne le scelte e le responsabilità. Per il Santa Maria della Scala questo può tradursi in vantaggi reali: un sostegno finanziario stabile a un complesso enorme, che il Comune da solo non ha mai avuto la forza di recuperare per intero; un accesso più diretto alle linee di investimento ministeriali per restauri e adeguamenti, proprio mentre è in corso il lavoro progettuale affidato a grandi studi di architettura per ripensare l’intero organismo edilizio; un coordinamento finalmente strutturale con il patrimonio statale già presente in città, dalla Pinacoteca nazionale al Museo archeologico che ha sede negli stessi spazi dell’antico ospedale. Esperienze come il Museo Egizio di Torino o la Fondazione Aquileia mostrano che la presenza dello Stato in una fondazione può generare crescita, programmazione di lungo periodo e reputazione internazionale. Ed è la stessa dimensione nazionale e internazionale che Leone indica come traguardo.

Come funzionerà l’accordo? Molte domande alla base del nuovo statuto

Proprio per questo le domande vanno poste adesso, prima che lo statuto venga riscritto e non dopo. Quanto metterà il Ministero, e per quanti anni? Un contributo pluriennale vincolato non è la stessa cosa di un’adesione simbolica accompagnata da qualche finanziamento episodico legato ai bandi del momento. Quanti consiglieri nominerà, e chi sceglierà presidente e direttore? Il Comune conserverà la maggioranza negli organi, oppure il baricentro delle decisioni si sposterà verso Roma? Quali beni statali entreranno nella disponibilità della Fondazione, e a quale titolo: conferimento, deposito, comodato o semplice collaborazione? E che ne sarà del progetto di recupero complessivo, che ha bisogno di decine di milioni e di una regia continua per più mandati amministrativi? Infine, l’ingresso dello Stato resterà un fatto a due, oppure aprirà la strada alla Regione Toscana e a soggetti privati di peso, come si è più volte auspicato?

La mostra Santa Maria della Scala. Architetture, progetti e visioni a Siena
La mostra Santa Maria della Scala. Architetture, progetti e visioni a Siena

La storia e il presente del Santa Maria della Scala a Siena

Sono questioni tutt’altro che tecniche. Il Santa Maria della Scala è la memoria civile della città, il luogo in cui per secoli Siena ha accolto pellegrini, malati e trovatelli, e in cui la comunità ha rappresentato se stessa attraverso la carità e l’arte. È anche l’unico grande contenitore capace di dare alla città una prospettiva culturale non subordinata al solo turismo di passaggio, che consuma piazza del Campo e il Duomo in poche ore e riparte. Affidarne il governo a un equilibrio nuovo richiede che quell’equilibrio sia scritto con chiarezza, senza ambiguità che poi si scaricano sulla gestione quotidiana: chi paga, chi decide, chi risponde.

Le dichiarazioni ufficiali parlano di visione condivisa, di cornice istituzionale da consolidare, di rafforzamento della governance: formule che possono contenere molto o quasi nulla. Il Consiglio comunale ha ora il compito di riempirle, e non può limitarsi a ratificare un testo già confezionato. Deve pretendere che all’ingresso dello Stato corrispondano risorse proporzionate al potere che gli verrà attribuito, e che l’autonomia culturale della Fondazione sia tutelata qualunque sia il colore dei governi che si succederanno a Roma e a Palazzo Pubblico. Una fondazione più forte è un’opportunità che Siena aspetta da trent’anni. Una fondazione in cui si decide altrove senza che arrivino i mezzi per farla vivere sarebbe invece un’occasione perduta, e Siena ne ha già conosciute abbastanza.

Pierluigi Piccini

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