Il disastro delle nomine di governo continua. Beatrice Venezi insulta la sua stessa orchestra, la Fenice di Venezia la licenzia
Le parole rilasciate a La Nación da parte del “maestro” accendono lo scontro con l’orchestra e le rappresentanze sindacali. Ma il caso riapre anche interrogativi più ampi sul profilo professionale della direttrice e sulle dinamiche di partito che governano le nomine culturali
Non è la prima volta che il ruolo della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi viene messo in discussione, ma questa volta la frattura con il Teatro La Fenice è definitiva. Il licenziamento dall’incarico alla direzione musicale del prestigioso teatro veneziano, assegnatole lo scorso settembre (ma effettivo a partire dal prossimo ottobre 2026),arriva – tardivo, considerate le polemiche che si sono succedute sin dalla sua nomina? – dopo una serie di dichiarazioni rilasciate al quotidiano argentino La Nación, in cui la direttrice d’orchestra ha descritto l’ensemble veneziano come un ambiente segnato da dinamiche all’insegna del nepotismo nella trasmissione dei ruoli. Parole che hanno innescato una reazione immediata e durissima da parte della Fondazione Teatro La Fenice – che aveva approvato la nomina di Venezia, assai vicina agli ambienti del Governo Meloni, all’unanimità – e che “per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi”, si legge in una nota diffusa dal teatro, “comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”. Con tanto di sostegno incondizionato del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
Beatrice Venezi licenziata dal Teatro La Fenice. Le dichiarazioni contestate
A scatenare il caso sono state le affermazioni di Venezi secondo cui quella della Fenice sarebbe “un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio”. Un’accusa respinta con fermezza dall’RSU del teatro, che ha definito tali parole “false, gravi e offensive”. Nella replica ufficiale, i rappresentanti dei lavoratori hanno ribadito come l’accesso all’orchestra avvenga esclusivamente tramite concorsi pubblici internazionali, basati su criteri di merito e rigore professionale. La distanza tra le parti si è così trasformata in una frattura insanabile ancor più di quanto non fosse prima, culminata nel provvedimento di licenziamento.
Chi è Beatrice Venezi?
Per comprendere il peso della vicenda, è utile tracciare il profilo della direttrice. Nata a Lucca nel 1990, Venezi si è formata come pianista presso l’Istituto di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena. La sua figura ha progressivamente travalicato il perimetro strettamente musicale, assumendo una visibilità mediatica e politica significativa. Nel 2021 è salita sul palco del Festival di Sanremo come co-conduttrice, attirando attenzione anche per la scelta di farsi chiamare “Maestro”, al maschile. Nello stesso anno ha ricevuto il premio Atreju nell’omonima manifestazione legata al partito Fratelli d’Italia, consolidando una vicinanza all’area della destra italiana. Nel 2022 è stata nominata – sempre tra le polemiche – consigliera per la musica dal Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Parallelamente ha ricoperto incarichi come direttrice ospite dell’Orchestra della Toscana e del Festival Puccini di Torre del Lago, fino ad assumere la direzione artistica della Fondazione Taormina Arte, ruolo anch’esso accompagnato da polemiche.
Il caso Venezi e la collisione tra nomine culturali e interessi di partito
Al di là delle dichiarazioni contestate, il rapporto tra Venezi e La Fenice era già segnato dalle tensioni reiterate dei mesi scorsi. In una lettera firmata dai professori e dalle professoresse d’orchestra emergeva una critica netta alla sua possibile nomina: secondo i musicisti, il profilo della direttrice non sarebbe stato in linea con gli standard del teatro veneziano. Tra i punti sollevati, l’assenza di esperienze alla guida di opere o concerti sinfonici nel cartellone della Fenice, un curriculum ritenuto non comparabile con quello dei grandi direttori che storicamente hanno ricoperto il ruolo e una limitata presenza nei principali teatri d’opera e festival internazionali. A queste posizioni si sono affiancate anche voci esterne: la direttrice Silvia Massarelli ha parlato apertamente di una nomina “politica e svilente”, mentre l’ex sovrintendente Cristiano Chiariot ha evidenziato una contraddizione diffusa, ovvero il sostegno politico alla figura di Venezi a fronte di una riluttanza ad affidarle responsabilità artistiche di primo piano.
In questo intreccio di dichiarazioni, contestazioni e visioni opposte, il caso Venezi diventa così un prisma attraverso cui osservare tensioni più profonde: quelle tra politica e istituzioni culturali, tra visibilità mediatica e riconoscimento professionale, e tra narrazioni individuali e identità collettive di un’orchestra storica. E ancora una volta si conferma l’incapacità della coalizione al governo di selezionare tra le proprie file profili realmente all’altezza di ricoprire incarichi culturali. C’è una enorme voglia di interrompere una presunta ‘egemonia culturale’ della sinistra sostituendola con figure vicine alla destra, senza riuscire quasi mai tuttavia a trovare figure credibili o presentabili. In questo senso la legislatura si avvia a conclusione come è iniziata, che si parli di ministri (da Sangiuliano a Santanché), di direttori di museo, di maestri d’orchestra. Avere una classe dirigente intellettuale non è evidentemente qualcosa che si può improvvisare in pochi anni e allora piuttosto che andare a cercare fedelissimi inadeguati meglio puntare davvero sul merito anche se è rappresentato per chi non vota per te.
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