Nasce il progetto della biblioteca degli oggetti (qui alcune considerazioni e perplessità) 

Dopo il progetto pilota a Bologna, approda la biblioteca degli oggetti anche a Firenze. Ma è davvero un luogo in grado di creare comunità (come dovrebbe)?

Dopo la sua implementazione nelle biblioteche di Bologna, il progetto Leila, che integra nelle biblioteche anche un servizio di “prestito di oggetti”, sta per approdare a Firenze. Prima di procedere è doveroso fare alcune precisazioni: qualsiasi progetto che sperimenti nuove modalità di interpretazione della biblioteca, soprattutto in una logica di incremento della funzione sociale e quotidiana che la biblioteca può assumere, è un progetto cui guardare con interesse. Anche quando, come in questo caso, l’interesse si accompagna a perplessità.  Andiamo con ordine: il servizio Leila appartiene a quella categoria di servizi noti come “biblioteca degli oggetti”.   

Che cosa è la biblioteca degli oggetti 

Nella sostanza, come descritto su un articolo de Il Sole 24 Ore, funziona così: “i cittadini possono prendere in prestito, con modalità simili a quelle di un libro, oggetti di uso quotidiano che spesso giacciono inutilizzati nelle case. Per attivare il servizio di prestito, ogni socio deve mettere in condivisione almeno un proprio oggetto che rimane di sua proprietà.” Estendendo il campo di visione, si tratta di un’applicazione particolare di un modello, che è proprio della sharing economy, in cui i singoli cittadini condividono proprie risorse, e nel frattempo accedono a risorse di terzi.  Esattamente come i divani di couchsurfing, le case di Airbnb, le auto di Uber. 
Esperienze che, nella maggior parte dei casi, hanno funzionato più o meno bene sino a quando hanno limitato la propria operatività all’interno del perimetro dell’economia informale e che poi, facendo il grande salto che era loro necessario, sono divenuti gli esponenti di un settore industriale che ha adeguato la propria conformazione alle esperienze tradizionali. 

La sharing economy funziona? 

Il meccanismo che ha condotto a tale transizione, nefasta per gli entusiasti delle prime esperienze di sharing economy, è stata la creazione di un intermediario, sempre più forte, che si rendeva necessario man mano che il servizio si espandeva. 
In pratica, un modello economico che funziona in una comunità, ma che quando si è aperto ad una più ampia platea di partecipanti ha avuto sinora necessità di strutturarsi seguendo una strategia di crescita verticale importante. 

Può sembrare un’esagerazione, ma si tratta di una condizione che va valutata con attenzione. Cosa accade nel momento in cui 50.000 cittadini iniziano ad utilizzare concretamente il servizio? La biblioteca necessita di nuovi spazi. La biblioteca necessita di nuovo personale. Il numero di richieste cresce e c’è necessità di regolamentarne l’accesso. Gli oggetti vanno poi manutenuti, e questo implica che ci possa essere la necessità di applicare ad alcuni oggetti anche un pagamento per ogni utilizzo. Altrimenti quell’oggetto tenderà ad avere una vita media molto più breve, e questo porterà ad un depauperamento del catalogo o all’obbligo da parte della Biblioteca di acquistare un prodotto nuovo. 

Il concetto di comunità 

Chiaramente, 50.000 oggetti sono un’esasperazione, ma è funzionale ad un’ulteriore riflessione, che parte dal funzionale per arrivare ad una dimensione più estesa. I limiti intriseci della sharing economy sono infatti attribuibili ad un dominio che per le biblioteche è centrale: il concetto di comunità.  La sharing economy funziona in comunità ristrette, in cui il processo avviene per lo più attraverso nodi decentralizzati, pur presentando un “catalogo” unitario. Questo binomio “catalogo centrale” – “scambi decentralizzati”, consente di creare una comunità di persone che si basa su interazioni reali. 
È chiaro che la biblioteca degli oggetti intende raggiungere il medesimo obiettivo: la creazione di una comunità integrata che trova nella propria biblioteca un centro nevralgico, fisico e metaforico. 
Il timore è che questo passaggio non avvenga proprio a fronte dell’assenza di scambio concreto tra i partecipanti. Recarmi in un luogo e prendere in prestito, gratuitamente o semi-gratuitamente un oggetto, non crea solidarietà con chi ha messo a disposizione quell’oggetto, ma rischia di trasferire la funzione della biblioteca in qualcos’altro. 

Il ruolo delle biblioteche 

È importante porre la biblioteca al centro della vita quotidiana delle persone. È un elemento essenziale per il futuro stesso di quella che è probabilmente una delle istituzioni culturali più capillarmente diffuse nel nostro Paese. 
È però essenziale che la biblioteca sia il centro di una comunità, non di cose. E questa è una considerazione che vale tanto per gli oggetti quanto per gli stessi libri. 
La crisi identitaria del sistema bibliotecario è avvenuta perché le biblioteche hanno storicamente svolto due funzioni principali: consultazione e prestito. Quando sono nate altre piattaforme in grado di sviluppare tali funzioni in modo più immediato, il sistema bibliotecario ha iniziato ad interrogarsi sulla propria ragion d’essere.  

Le biblioteche come luoghi di produzione culturale 

In questa analisi, ci sono state tantissime risposte, e quelle che hanno sortito i maggiori effetti sono state quelle che hanno iniziato ad interpretare la biblioteca non più come un mero centro di distribuzione, ma come un centro di produzione culturale. 
Certamente se estendiamo la natura dei cataloghi, avremo sempre più persone che vanno in biblioteca. Dai giochi ai film, dai fumetti agli oggetti, dalla musica ai software. 
Pur augurando il meglio alla biblioteca degli oggetti, e pur auspicando concretamente e senza falsa retorica la smentita concreta di ogni timore qui espresso, è però importante ribadire che la biblioteca non ha bisogno di nuovi utenti, ma di creare nuove comunità. 

Stefano Monti 

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Stefano Monti

Stefano Monti

Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di…

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