Un servizio del programma televisivo Le Iene circa la vendita da parte degli Uffizi delle copie digitali dei suoi capolavori solleva un caso mediatico. Il Ministero blocca la riproduzione, temendo che l’operazione possa danneggiare il patrimonio nazionale. Ecco tutta la storia

“Galeotto fu il ‘Tondo Doni’ di Michelangelo e chi lo vendette”: potrebbe essere parafrasata in questo modo l’intricata querelle che in queste ore infiamma i media italiani, a partire da un servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone in programma nella puntata del 25 maggio a Le Iene, su ItaliaUno. Il Tondo Doni, quello originale custodito agli Uffizi, non è stato venduto, ma di recente a essere stata messa in vendita è la sua copia digitale, anch’essa un originale in virtù della particolare tecnologia attraverso la quale è stata realizzata: in poche parole, di un capolavoro della storia dell’arte è possibile creare la sua copia digitale – nel caso del Tondo Doni consiste in una cornice artigianale che contiene uno schermo che riproduce fedelmente l’opera di Michelangelo. La riproduzione digitale del Tondo Doni – realizzata da Cinello, azienda fondata da John Blem e Franco Losi specializzata nella realizzazione di DAW, ovvero digital artwork – è stata venduta per 240 mila euro, e Cinello ha inoltre attenuto i diritti per realizzare copie digitali di altre 40 opere degli Uffizi, esempio poi seguito anche da altri musei italiani. Da qualche tempo, però, a livello ministeriale, aleggiano dubbi circa questa collaborazione: già nei mesi scorsi il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna ha firmato una circolare per bloccare i contratti stipulati tra i musei e società che realizzano copie digitali, dato che il timore del Ministero è quello di perdere “la gestione, il controllo e lo sfruttamento” delle immagini digitali delle opere del patrimonio nazionale, oltre ad aver istituito una commissione speciale per valutare i casi inerenti questa tematica.

Uffizi la nuova sala dedicata a Raffaello e Michelangelo. Protagonista il Tondo Doni
Uffizi la sala dedicata a Raffaello e Michelangelo. Protagonista il Tondo Doni

UFFIZI ED NFT. COME FUNZIONA IL DIRITTO DELLE IMMAGINI?

In effetti, la domanda che in molti si fanno in queste ore, e che è alla base dell’intera vicenda, è: il proprietario dell’opera digitale che riproduce un capolavoro della storia dell’arte, fino a che punto può esercitare diritti sull’immagine di quel capolavoro? A rispondere alla domanda sono proprio gli Uffizi che, in una nota stampa, sottolinea come  il contraente non ha alcuna facoltà di impiegare le immagini concesse per mostre o altri utilizzi non autorizzati, e il patrimonio rimane fermamente nelle mani della Repubblica Italiana. Insomma, da questo punto di vista pare che la gestione e il controllo delle immagini delle opere appartenenti al patrimonio dello Stato non sia messa in discussione, né che le opere possano essere sfruttate o utilizzate in maniera poco conveniente. Il problema sollevato dalle Iene, però, è anche un altro.

Screen del servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone a Le Iene
Screen del servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone a Le Iene

LA COLLABORAZIONE TRA UFFIZI E CINELLO PER LA REALIZZAZIONE DI NFT. IL SERVIZIO DELLE IENE

Come sottolineato dalle Iene“l’azienda Cinello riproduce digitalmente 40 opere degli Uffizi più altre centinaia di quadri di musei italiani e il contratto prevede che il 50 per cento dei ricavi netti delle vendite vengano divisi tra museo proprietario dell’opera e Cinello, la società che lo vende”. Nel caso del Tondo Doni, si tratta di 240mila euro, e Cinello e Uffizi hanno ricavato dalla vendita 70mila euro ciascuno, esclusi 100mila euro di spese di realizzazione dell’opera (che sono quindi a carico di chi ha acquistato l’NFT). Una commissione sulla vendita considerata elevatissima da Gian Luca Comandini, esperto NFT e Blockchain consultato dalle Iene, che inoltre sottolinea: “gli Uffizi avrebbero dovuto fare un bando e avrebbero trovato decine di aziende che fanno questo lavoro da anni autorevoli, affidabili e che probabilmente avrebbero chiesto una commissione media del 3-4-5%”. Come mai non è stato fatto un bando di gara? “Questo contratto non prevede gare, perché non c’è alcuna esclusiva”, risponde il direttore degli Uffizi Eike Schmidt“Chi viene da noi può chiedere di utilizzare nostre immagini. Cioè basta che ci paga quello che ci spetta”. Naturalmente viene anche interpellato Franco Losi di Cinello, che così replica: “questo qui non è un modo corretto per affrontare le cose. Non ha speso neanche un soldo il museo per ricevere quei soldi, mi aspetterei un grazie”.

 Screen del servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone a Le Iene

Screen del servizio di Marco Occhipinti e Antonino Monteleone a Le Iene

NFT E OPERE D’ARTE. ARRIVANO LE LINEE GUIDA DEL MINISTERO

Il Ministero della Cultura ha annunciato che sta lavorando alla realizzazione di una guida di corsi di aggiornamento per musei in merito al tema NFT nell’arte, riproduzioni digitali di opere d’arte registrate nella blockchain e numerate. Come sottolineato dalla Sottosegretaria Lucia Borgonzoni, la commissione istituita dal Ministero si baserà su due principi: “inalienabilità della proprietà dell’immagine digitale in capo al soggetto pubblico proprietario del bene” e “utilizzo non esclusivo dei beni culturali digitalizzati”.

OPERE D’ARTE E RIPRODUCIBILITÀ: DA QUELLA “TECNICA” DI BENJAMIN A QUELLA DIGITALE DEGLI NFT

Ma anche se sottoposta al vaglio ministeriale e dal punto di vista legale non si incorre in rischi, dal punto di vista “concettuale” quanto gli NFT possono rivelarsi un pericolo per il patrimonio culturale e quanto può mettere in discussione il concetto di “unicità” attorno cui ruota, da sempre, l’essenza stessa della pratica artistica? Gli NFT stanno aprendo a nuove frontiere critiche del fenomeno artistico, la cui “riproducibilità” era già stata scandagliata da Walter Benjamin nel saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Fermo restando che secondo Benjamin “l’hic et nunc dell’originale costituisce il concetto della sua autenticità”, forse per comprendere come operare in termini di riproduzioni NFT si dovrebbe prima riflettere sugli scenari estetici e di fruizione che queste opere digitali oggi aprono.

COPIE DIGITALI DELLE OPERE D’ARTE. LA RISPOSTA DI CINELLO

“Intanto noi non facciamo NFT”, replica l’azienda Cinello raggiunta da Artribune. “Siamo una società che nel 2016 ha depositato un brevetto registrato in Cina, Europa e America del Nord e legato alla tecnologia da noi brevettata dei DAW, digital artwork, che consente di rendere i file unici. Negli NFT, invece, ciò che è unico è il certificato di provenance e di ownership, ma l’NFT non ha un contenuto”. E l’azienda ci spiega, più precisamente, cosa sono e come si realizzano i loro DAW: “un digital artwork è formato da un insieme di elementi. Questi includono: un file ad alta risoluzione dell’opera resa edizione digitale ed un supporto hardware (myGal) sul quale è installato il software Cinello che implementa l’oggetto del brevetto, ovvero un modello che lega, attraverso crittografia, il file digitale ai dispositivi attraverso i quali viene visualizzato (myGal stesso e Monitor) in modo che non possa essere copiato e condiviso, e un certificato di autenticità (COA) numerato e firmato da Cinello e dal proprietario dei diritti di riproduzione dell’opera, nonché dei diritti IP (intellectual property) dell’opera stessa. Inoltre insieme al DAW viene consegnata una cornice riprodotta artigianalmente in scala 1:1 su base dell’originale”. Inoltre, sottolinea Cinello, i DAW “non vengono commerciati in criptovaluta ma in valute correnti; altrimenti non avremmo mai potuto fare contratti con musei statali, sulla base di una tecnologia che non è regolamentata né a livello fisale né legislativo nel mondo”. Come già spiegato dalla nota stampa degli Uffizi, “Cinello non diventa proprietario dell’opera, ma solo del digital artwork realizzato. Tutti i diritti dell’opera rimangono in capo all’opera, e nel caso del Tondo Doni, gli Uffizi rimangono proprietari dei diritti sull’opera e della sua riproduzione”.

– Desirée Maida

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.