Le sovvenzioni pubbliche e la morte dell’innovazione

Oggi che il consumo culturale è diventato massivo, la logica delle sovvenzioni pubbliche può avere delle ripercussioni negative sul settore. Ecco perché

Finanziamenti pubblici e spreco di denaro
Finanziamenti pubblici e spreco di denaro

Una delle debolezze del settore culturale è la sua dipendenza dalle sovvenzioni pubbliche. Ritengo sia un grave distorsore di mercato, ma non in termini di concorrenza sleale: qualcuno prende di più o semplicemente prende e quindi è avvantaggiato su chi non prende o prende meno. Il problema è ancor prima: gli operatori producono in funzione di come e cosa “beccano”.
Certo, lo so che è dalla notte dei tempi che l’artista produce per il benefattore, il “principe”. Quindi – come dire – questa forma di opportunismo mercantilista è insita nel “gioco” della produzione artistica. Ma oggi il consumo culturale è massivo: miliardi di persone vedono film, visitano musei, assistono a spettacoli, ascoltano musica, leggono letteratura ecc.
Quindi non ci può essere più il dualismo: committente – produttore, mecenate – artista. Perché l’arte non si realizza per uno. In qualche modo potremmo dire che il mercato, ovvero il grande consumo d’arte, la spersonalizzazione del destinatario (non del benefattore) ha liberato la produzione artistica. Eppure il dualismo persiste: siccome i soldi per lo più li mette l’amministrazione pubblica, allora io l’assecondo! Questo genera operatori culturali viziati, impreparati alla domanda vera di mercato, al destinatario, insensibili – spesso, non sempre – alla vera qualità dell’offerta. E soprattutto, cosa che io non riesco a perdonargli, l’essere noncurante dell’unica vera metrica del successo in una produzione: l’abbondanza nel consumo.

LE CONSEGUENZE DELLA SOVVENZIONE PUBBLICA

Gran parte dell’offerta culturale è economicamente mal impostata. Non vive né sopravvive del successo nella vendita al dettaglio. I cosiddetti ricavi propri, la biglietteria, sono sempre una quota marginale dell’equilibrio di bilancio o del guadagno. L’offerta culturale sta in piedi perché il grosso è da sovvenzione pubblica. Questo genera luoghi troppo vuoti, offerta non innovativa, artisti “conniventi” o comunque sempre gli stessi, politica dei prezzi sconclusionata (o troppo economici o troppo cari)…
Se l’operatore si misurasse veramente col mercato, ci sarebbe una fisiologica innovazione in tutto: nell’offerta, nell’erogazione, nell’accessibilità, nei linguaggi, nella promozione, nel marketing. Infatti i pochi comparti culturali che vivono a mercato (ad esempio musica registrata ed editoria libraria) sono ben attenti a cosa vanno a fare. Perché lo stesso non si può dire di un teatro o di una compagnia teatrale, oppure di un produttore cinematografico, o di festival o di un museo?

Bisognerebbe seguire il modello anglosassone del matching grant: per ogni euro che trovi da solo, io te ne do un altro

Io non dico che non ci debba essere il sostegno pubblico. Gran parte dell’offerta culturale non può scaricare il costo di produzione sui soli ricavi propri, non sarebbe sostenibile, è assodato, però i fondi andrebbero erogati diversamente. Bisognerebbe seguire il modello anglosassone del matching grant: per ogni euro che trovi da solo (biglietteria, sponsorizzazioni, liberalità ecc.), io te ne do un altro. Si deve rischiare come qualsiasi altra iniziativa imprenditoriale. Sarebbe tutta un’altra musica.

Fabio Severino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #63

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Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).