I Savoia all’Italia: “restituiteci i gioielli di famiglia”. Ma sono beni privati o della Corona?

Dopo l’ennesimo tentativo di mediazione per riavere indietro quelli che i Savoia definiscono “beni privati”, gli eredi dell’ultimo re d’Italia Umberto II palesano l’intenzione di rivolgersi alla Corte Europea. I gioielli dal 1946 sono custoditi in un caveau della Banca d’Italia

Re Umberto I e Margherita di Savoia

Migliaia di perle e diamanti, bracciali, un diadema, un chocker, spille e molto altro per un valore inestimabile: un “Tesoro della Corona” da 75 anni custodito in un caveau della Banca d’Italia, ovvero dal 5 giugno 1946, a tre giorni dal referendum con il quale gli italiani decisero che la forma istituzionale del proprio Paese sarebbe stata la Repubblica e non più la monarchia. A consegnare questo tesoro – il cui valore pare ammonterebbe a 300 milioni di euro – allo Stato italiano fu Umberto II di Savoia, ultimo re d’Italia, prima della sua espulsione dal Paese. Si trattava quindi di beni personali o di beni della Corona? Stando a quanto affermava lo Statuto Albertino, che i Savoia stessi avevano promulgato, si trattava di gioielli dati in dotazione ai re per l’adempimento delle proprie funzioni, quindi non certo di una proprietà personale. Il verbale redatto in occasione della consegna dei gioielli reca però una frase ‘ambigua’, che si presta a più di una interpretazione: i beni dovevano essere custoditi e “tenuti a disposizione di chi di diritto”. Si fa riferimento quindi allo Stato o ai Savoia? Ed è proprio questa frase criptica ad avere scaturito la querelle che da anni vede protagonisti i Savoia e lo Stato italiano, con i primi che da sempre rivendicano i gioielli “di famiglia”, chiedendo al Governo e alla Banca d’Italia la loro restituzione. Richiesta che finora l’Italia ha sempre respinto.

I GIOIELLI DI CASA SAVOIA. DALLA MEDIAZIONE ALLA CAUSA CONTRO LO STATO ITALIANO

In queste ore – proprio mentre sono in corso le elezioni del nuovo Presidente della Repubblica e si è appena svolto il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto – la famiglia Savoia torna a rivendicare i gioielli della Corona, palesando l’intenzione di citare lo Stato italiano dopo i tentativi – andati falliti – di mediazione. A portare avanti la causa sono gli eredi di Umberto II, ovvero Vittorio Emanuele, Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice, e a portare avanti la pratica è l’avvocato Sergio Orlandi che, all’Ansa, ha dichiarato: “a differenza degli altri beni, questi non sono mai stati confiscati e sono rimasti pendenti. Perciò devono essere restituiti”. A rimarcare la posizione della famiglia è, in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera, Emanuele Filiberto, figlio di Vittorio Emanuele e di Marina Doria: “su questa battaglia la famiglia è molto unita. Anche perché a 75 anni da quel 1946 era tempo di venire allo scoperto per chiedere indietro quanto è di Casa Savoia. Non chiediamo indietro nulla agli italiani”, continua Emanuele Filiberto, “solo la restituzione dei beni privati di famiglia. Come è stato restituito negli anni alle ex famiglie regnanti di Jugoslavia o Bulgaria, persino agli eredi dello zar”.

I GIOIELLI DI CASA SAVOIA: BENI PRIVATI O DELLA CORONA?

Ed è proprio questo il punto cruciale della vicenda: comprendere se si tratta di beni della Corona o di famiglia. Su questo, i Savoia hanno naturalmente le idee chiare: “sono gioielli ricevuti come dono di nozze, o acquistati dai Savoia o ricevuti come donazione”, replica Emanuele Filiberto. “Tant’è che la XIII disposizione transitoria finale che ha avocato allo stato altri beni di Casa Savoia non ne parla”. Respinto da Bankitalia il nuovo tentativo di mediazione, adesso i Savoia sono intenzionati ad andare avanti con la loro causa e, se necessario, a rivolgersi alla Corte Europea. “Andiamo avanti per le vie legali ma non è un atto ostile, avrei di gran lunga preferito una mediazione”, continua Emanuele Filiberto. “Ho il massimo rispetto delle istituzioni e della figura di Draghi. Anzi ricordo che già al tempo dei Giochi invernali di Torino 2006 anche la Regione Piemonte si interessò per esporre a Torino i gioielli. Da Bankitalia non ci furono questioni, ma tutto si bloccò perché serviva il nullaosta della Presidenza del Consiglio”. Qualora la situazione dovesse evolvere a favore della posizione dei Savoia, quale sarebbe il destino dei gioielli? “L’importante è che dopo averli tenuti sotto chiave per 75 anni tornino alla luce”, conclude Emanuele Filiberto. “Ma prima che ce li restituiscano, poi decideremo in quale forma renderli di fruizione pubblica”.

– Desirée Maida

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.