Il lockdown e la scomparsa della cultura

Dopo la sete di cultura instillata dal primo lockdown, oggi il bisogno di una offerta culturale variegata e puntuale sembra essersi affievolito. Come fare perché la cultura non sia più una questione per pochi?

Pollock e la Scuola di New York. Exhibition view at Complesso del Vittoriano, Roma 2018. Photo Gianfranco Fortuna
Pollock e la Scuola di New York. Exhibition view at Complesso del Vittoriano, Roma 2018. Photo Gianfranco Fortuna

Mai nella nostra storia recente la cultura è stata tanto “evocata” quanto durante il periodo di lockdown dell’anno scorso. In quei tre mesi, il “paradosso”: bloccati in casa, eppure così impegnati: tra lavoro (che molti non sapevano gestire a distanza), appuntamenti al cinema, concerti quotidiani di artisti sui profili social, gli inni sul balcone, le mostre digitali, i servizi resi disponibili gratuitamente attraverso il portale del Governo, l’incrocio tra offerta e domanda di cultura non era mai stato prima di allora così evidente. Ma tale interesse è in parte scomparso con le riaperture. Cosa è successo?
Evidentemente, di quel fervore e di quella attenzione ci siamo presto dimenticati. Non è un fenomeno che ha colpito solo il nostro Paese: durante l’estate 2020 molti musei in tutta Europa hanno riaperto, ma, contrariamente alle aspettative, hanno registrato perdite ingenti.
Le persone, liberatesi da casa, hanno preferito le vacanze all’aria aperta piuttosto che andare nei musei che, nel frattempo, hanno via via smesso di essere al centro dell’attenzione dei media (tradizionali e non), sia perché, si sa, l’industria giornalistica ha bisogno di sempre nuovi temi per stare dietro a una domanda informativa bulimica e poco approfondita, ma non solo per quello.
Anche i musei hanno smesso di “ripensarsi”: al momento, se si ricerca “mostre virtuali da visitare oggi” su Google, tra i risultati “datati” della prima pagina non ce n’è uno che sia del 2021. Pian piano, evidentemente, lo slancio innaturale ed entusiasta ha pagato lo scotto dell’attrito che da anni separa la cultura dagli italiani e, di conseguenza, siamo ritornati a condizioni pre-Covid: qualche annuncio ogni tanto di progetti che saranno pronti quando non saranno più necessari, una programmazione televisiva in cui la cultura è scarsa, assente o noiosa, gli appassionati sempre più appassionati e i non appassionati sempre più distanti.
Sicuramente non era questa la “svolta” che la “cultura” prometteva una volta finito tutto. Cosa fare?

STRATEGIE PER RILANCIARE LA CULTURA

In primo luogo ricordarsi di una cosa: che la cultura è “un effetto indiretto” di attività culturali, come la forma fisica è un effetto indiretto delle attività sportive, la competenza è un effetto indiretto delle attività di studio e di lavoro. Se allora vogliamo un’Italia con più cultura, dobbiamo volere un’Italia con più attività culturali, e se vogliamo avere un’Italia con più attività culturali dobbiamo rendere tali attività piacevoli. Banale? Mica tanto.
Perché le conseguenze di questa considerazione sono molteplici, soprattutto sul lato della costruzione dell’offerta. Prendiamo ad esempio lo “sport”: anche sull’attività fisica, così come sulle attività culturali, c’è una netta separazione tra chi è sportivo e chi, invece, non muove un passo e, al massimo, lo sport lo guarda, qualche volta, in tv.
Solo che, se la cultura, anche un po’ per arroganza, è da almeno mezzo secolo che va sempre più verso la nicchia, lo sport ha invece adottato una politica differente: estendere sempre più il proprio bacino d’utenza, per raggiungere anche e soprattutto i non appassionati, attraverso ingenti investimenti in termini di comunicazione e attraverso azioni semplici, come la app della Nike che accompagna poco per volta i non sportivi a muoversi.
Secondo punto: offerta territoriale. Fruire cultura deve essere gratificante, ma facile. Quanti cittadini sanno che cosa offre il loro territorio in termini di esperienze artistiche e culturali? Quanti di loro sanno che possono vedere un raro dipinto del Trecento senza dover andare nel super-museo?

La vera sfida è rispettare quel valore aggiunto simbolico che connota la cultura senza però dare a tale valore una sacralità che oggi è del tutto anacronistica”.

Terzo punto: dall’oggi al passato e non viceversa. Questo punto è fondamentale. In Italia più che altrove, anche a causa di una non leggera disattenzione (anche questa forse derivante da un po’ di arroganza), la cultura è qualcosa che parte da lontano fino ad arrivare ai nostri giorni. Per carità, sicuramente vero, ma se è vero per la cultura è vero anche per la tecnologia. Con la differenza, però, che non diamo ai nostri figli la pila di Volta prima di dare loro il nostro smartphone. Non gli facciamo mangiare le prelibatezze stellate che “riscrivono” la cucina medioevale prima della pasta al sugo. Non gli leggiamo la Divina Commedia prima di dormire. Non gli facciamo fare il lancio del giavellotto prima di dare loro una palla. Eppure pretendiamo che prima della Street Art debbano conoscere i dipinti murali, l’arte fenicia, l’arte greca, i capitelli!
Quarto punto: più produzione e meno patrimonio. Il patrimonio è l’effetto della produzione. Se abbiamo tanto patrimonio ma produciamo poco, è inevitabile che il patrimonio si consumi. Poi, che la cultura prenda valore con il tempo è senz’altro vero. Ma dobbiamo tener conto di una cosa: prende valore con il tempo ciò che, nel contemporaneo, ha valore. La storia è gremita di esempi di oggetti caduti in disuso. Le prime automobili hanno tantissimo valore. Ma anche le attuali giocano un ruolo importante nella società. La riscoperta dei vini, dei distillati e, in generale, di tutti i collectible trova comunque una radice “contemporanea”. Se non diamo valore alla dimensione odierna, togliamo valore al patrimonio.
Certo, quelle indicate non sono azioni concrete, ma dalla condivisione di queste premesse deriva ben più di un’azione. Ne derivano decine. La vera sfida è rispettare quel valore aggiunto simbolico che connota la cultura senza però dare a tale valore una sacralità che oggi è del tutto anacronistica. Perché al di là del credo religioso, e rispettando, da appassionato, la storia dell’arte, è pur sempre assurdo che oggi sia più “austero” un professore che illustra l’arte di Pollock che il Papa quando parla del messaggio di Dio. Suvvia.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.