Blitz mortali sui cieli di Baghdad, venti di guerra tra Oriente e Occidente, minacce e proclami via Twitter. Lo spietato incipit del 2020 non risparmia nemmeno i siti archeologici, paesaggistici, monumentali. Senza vergogna, gli USA coltivano un fanatismo distruttivo, nel cuore della democrazia. Nemmeno la cultura è più argine.

Donald Trump ha regalato al mondo un inizio d’anno degno di una pagina di storia. A tinte fosche, naturalmente. Il 2020 si apre all’ombra di un ipotetico, immaginario, ma non del tutto irrealistico conflitto bellico in Medio Oriente. L’assassinio del 62enne Qasem Soleimani – il più influente generale iraniano, capo delle milizie al-Quds dei Guardiani della Rivoluzione, che spingono il verbo dell’ideologia komeinista oltre i confini della Repubblica Islamica – ha offerto una sterzata parossistica a uno stato di tensione progressiva: dal recentissimo assalto sciita all’ambasciata statunitense a Baghdad, alle continue minacce a Israele; dalla visione imperialistica a carattere religioso (“Io sono il generale Soleimani che guida la politica iraniana in Iraq, in Libano, a Gaza e in Afghanistan”), alla spinosa questione nucleare. Il colpo di teatro dello scorso 3 gennaio è un chiaro segnale decisionista e interventista, rivolto all’Iran stesso, ma anche a Erdogan e Putin, rassicurando Israele: Trump non chiacchiera, agisce.

Proteste in piazza a Teheran, dopo la morte di Soleimani

E proprio Soleimani – figura centrale nella battaglia contro l’ISIS, principale alleato di Bashar al-Assad e degli Hezbollah (il libanese “Partito di Dio”), dal 2011 inserito nella black list UE per aver fornito “equipaggiamento e supporto al regime siriano nella repressione delle proteste” – si era così rivolto all’inquilino della Casa Bianca, nel luglio 2018: “Te lo dico, Mr. Trump, giocatore d’azzardo. Siamo vicini a te, dove non puoi nemmeno immaginare. Vieni. Siamo pronti. Noi, la Nazione iraniana, abbiamo attraversato eventi difficili. Potrai iniziare una guerra, ma saremo noi a finirla. Chiedi in merito ai tuoi predecessori. Quindi smetti di minacciarci. Siamo pronti a opporci”.
Ammonimento caduto nel vuoto, proprio sulla pelle di Soleimani: se guerra sarà, qualcun altro ne condurrà i destini, in spirito di vendetta. Come ha già tuonato l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema ed ex Presidente dell’Iran: “L’opera e il percorso del Generale Qassem Soleimani non si fermeranno qui. Una dura vendetta attende i criminali, le cui mani nefaste si sono macchiate del sangue di Soleimani e degli altri martiri dell’attacco avvenuto la notte scorsa“.

Il Generale Qasem Soleimani
Il Generale Qasem Soleimani

HYBRIS E STRATEGIE DI PROPAGANDA

In poche ore saltano equilibri già precari, mentre un’escalation di violenza si materializza nel racconto mediatico, tra stupore e terrore. Opinione diffusa è che dietro l’attacco all’Iran – per alcuni un gesto irresponsabilmente folle, per altri una misura necessaria come argine alla violenza terroristica – si nasconda l’esasperato tentativo di spostare l’attenzione dal tema dell’impeachment e dai molti problemi che la figura politica di Trump sconta, a fine mandato. Riguadagnare forza, potenza e incisività, attraverso un’azione bellica monumentale: al Presidente USA – o meglio, al suo ego malconcio, ma non meno sbruffone di un tempo – dev’essere parsa una valida strategia di propaganda.
Su questa linea Alberto Bradanini, ex ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-2012) e poi in Cina (2013-2015), che non usa toni morbidi nel condannare le gesta del Presidente, figlie di una perniciosa tracotanza: “L’assassinio mirato di Soleimani è stato un atto di terrorismo di Stato (da parte della ‘nazione indispensabile, creata da Dio per governare un mondo irrequieto’, come vuole la narrativa esaltata della destra americana) e allo stesso tempo un atto di guerra contro una nazione sovrana (…)”. Trump, continua, “non può non aver messo in conto la rappresaglia iraniana. È quindi probabile che egli reputi l’escalation con Teheran utile sia alla sua rielezione che all’esito dell’impeachment. Quando la ‘hybris’ supera una soglia di guardia, le esigenze del potere non si curano di guerre, diritto internazionale o sofferenza dei popoli. Gli imperi in declino – sebbene relativo, come quello che sperimentano gli Stati Uniti – diventano ancor più pericolosi. Tempi duri ci attendono”.

LA MINACCIA AL PATRIMONIO CULTURALE ISLAMICO

Nel mentre Trump, che da giorni affida convulsamente a Twitter le principali comunicazioni sulla questione mediorientale, inclusi gli avvertimenti al nemico, riesce a far arrabbiare anche il Comitato degli Affari Esteri della Camera: “Questo post serva come avviso al Congresso degli Stati Uniti”, aveva twittato, fra il dispotico e il minaccioso: “se l’Iran dovesse colpire qualsiasi persona o bersaglio degli Usa, gli Usa reagiranno rapidamente e totalmente, e forse in modo sproporzionato”.  Immediata la replica: “Questo post serve per ricordare che per la Costituzione è il Congresso a detenere i poteri militari. E che lei dovrebbe leggersi il ‘War Powers Act’. E anche che non è un dittatore”.
E a proposito di cinguettii hardcore, lanciati come razzi nel mezzo di un inquietante social show, il Presidente è riuscito a chiamare in causa anche l’UNESCO, mandando su tutte le furie la comunità della cultura: capelli dritti, imbarazzo e molta preoccupazione tra chi si occupa di storia, arte, architettura, archeologia, conservazione. Il 4 gennaio dichiarava: “Se l’Iran colpisce qualche americano o dei beni americani, abbiamo preso di mira 52 siti iraniani (che rappresentano i 52 ostaggi americani presi dall’Iran molti anni fa), alcuni di altissimo livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi, e l’Iran stesso, SARANNO COLPITI MOLTO VELOCEMENTE E MOLTO DURAMENTE. Gli Stati Uniti non vogliono più minacce!”.
Il giorno dopo il concetto viene ribadito, galvanizzando la platea conservatrice e nazionalista, durante una conversazione con la stampa: “Sono autorizzati a uccidere torturare e mutilare la nostra gente, hanno il permesso di usare bombe lungo la strada e far esplodere la nostra gente, e non ci è permesso di toccare i loro siti culturali? Non funziona così!“.

Official Portrait, President Donald J. Trump. (White House photo) White House bio: https://www.whitehouse.gov/administration/president-trump

L’ELENCO DEI SITI UNESCO IN IRAN

Peccato che invece funzioni proprio così. Dal momento che gli USA sono tra i 175 Paesi che, nel corso della Conferenza Generale UNESCO del 1972, tenutasi a Parigi, firmarono un accordo di protezione del patrimonio mondiale, iniziando a stilare una lista di luoghi il cui valore dovrà essere preservato a beneficio dell’umanità.
Dei molti siti censiti in Iran, testimonianze di incontri tra civiltà e di straordinaria bellezza, 56 sono ancora in attesa dell’approvazione UNESCO, mentre questi 24 sono già nell’elenco:
– I COMPLESSI MONASTICI ARMENI di San Taddeo, Santo Stefano e della cappella di Dzordzor;
– BAM e il suo panorama culturale;
– BEHISTUN, con le sue iscrizioni multi-lingue sul Monte Behistun nella provincia iraniana di Kermanshah;
– Il villaggio di MAYMAND, nella provincia di Kerman;
– Il GOLESTAN PALACEa Teheran, residenza storica della dinastia reale Qajar;
– La TORRE DI GONBAD-E QĀBUS;
– L’architettura diYAZd, centro importante dello Zoroastrismo;
– La MOSCHEA DI ISFAHAN, la più importante della dominazione selgiuchide in Persia;
– MEIDAN EMAM, ESFAHAN, sito noto per la moschea reale di Sheykh Lotfollah, per il portico di Qaysariyyeh e il Palazzo Timurid del XV secolo;
– PASARGADAE, prima capitale dinastica dell’Impero achemenide, con i suoi palazzi, giardini e il mausoleo di Ciro;

Golestan Palace, Teheran, Iran
Golestan Palace, Teheran, Iran

– PERSEPOLIS, fondata da Dario I nel 518 a.C., un tempo capitale dell’impero achemenide;
– Le città storiche sassanidi della provincia di Fars (BISHAPUR, FIRUZABAD, SARVESTAN);
– I resti di SHAHR-I SOKHTA, la città di mattoni crudi, all’origine delle prime società complesse nell’Iran orientale;
– SHEIKH SAFI AL-DIN KHNEGH e SHRINE ENSEMBLE IN ARDABIL, antico luogo di ritiro spirituale, costruito secondo i dettami della tradizione sufi;
– Il SHUSHTAR, sistema idraulico storico, capolavoro di genio creativo (V secolo a.C.);
– Il mausoleo di ÖLJEITÜ,costruito nel 1302-12 nella città di Soltaniyeh, capitale della dinastia Ilkhanid, fondata dai mongoli;
– SUSA, con un gruppo di tumuli archeologici sul lato orientale del fiume Shavur;
– Il complesso del bazar storico di TABRIZ;
– Il sito archeologico di TAKHT-E SOLEYMAN, incastonato in una regione montuosa vulcanica;
– Le rovine della città santa del Regno dell’Elam, aTCHOGHA ZANBIL;
– I nove giardini del grande GIARDINO PERSIANO;
– Gli antichisistemi idraulici dei QANAT;
– Gli 850 km di FORESTE IRCANE (vecchie 25-50 milioni di anni), lungo la costa meridionale del Mar Caspio;
– Il DESERTO DI LUT,  quarta bellezza naturale della terra secondo il National Geographic.

Nessuno di questi luoghi può essere sottoposto a un’aggressione militare da parte degli Stati Uniti. Lo sa bene il Ministro della Difesa, Mark Esper, che è presto intervenuto: “Gli Usa“, ha detto, “rispetteranno le leggi sui conflitti armati“. E Trump, lo aveva forse dimenticato? A ricordaglielo è il Direttore generale dell’UNESCO, Audrey Azoulay: chi ha sottoscritto la Convenzione del ‘72 “si impegna a non prendere alcuna misura deliberata che possa danneggiare direttamente o indirettamente il patrimonio culturale e naturale […] situato sul territorio di altri Stati membri“. Si aggiunge a questa la Convenzione del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Entrambi gli strumenti giuridici sono stati ratificati sia dagli USA che dall’Iran.

Iran, il Deserto di Lut
Iran, il Deserto di Lut

GLI SCEMPI ALLA CULTURA TARGATI ISIS

Era il 2012 quando un gruppo affiliato di al-Qaeda si scagliava contro alcuni monumenti religiosi a Timbuktu, in Mali. La Corte Internazionale dell’Aia circoscrisse per la prima volta la natura del delitto: perseguimento della distruzione culturale di un Paese. Una forma di violazione dei diritti umani, che passa per i beni culturali e per la loro importanza rispetto alla vita e alla memoria delle comunità. Il leader del gruppo jihadista Ahmad al-Faqi al-Mahdi venne così accusato di “crimini di guerra” per aver distrutto dei manufatti storico-artistici. Condannato, finì in galera. Fu il primo caso affrontato da questa angolazione, aprendo “nuove strade per la protezione del patrimonio e dei valori culturali condivisi dell’umanità“, come dichiarò l’allora segretario generale UNESCO, Irina Bokova.
E qualcosa cambiò – giuridicamente, mediaticamente e a livello della sensibilità comune – nella percezione di quegli attacchi all’arte e alla cultura, in tempi di fondamentalismo islamico. Una sorta di schiaffo, di catastrofe, di scippo irrimediabile, che ognuno, da un capo all’altro del mondo, visse con inedito coinvolgimento personale.
Bruciano ancora le immagini delle più recenti devastazioni di siti archeologici, biblioteche, monumenti, collezioni museali, tra l’Iran e la Siria, praticate dai soldati dello Stato Islamico. Ninive, Palmira, Mosul, Raqqa, Nimrod: uno scempio lucidamente perseguito, le cui immagini di dolore e di macerie hanno aperto una ferita profonda nella coscienza collettiva.

Lo straordnario Tempio di Baal Shamin, a Palmyra, distrutto da Isis
Lo splendido Tempio di Baalshamin, a Palmyra, distrutto da Isis

Ma cosa spinge le milizie fondamentaliste a devastare tesori che appartengono ai loro stessi territori? Lo ha spiegato bene, in un’intervista Rai, l’archeologo, scrittore e orientalista Paolo Matthiae: “Per l’Islam sunnita fondamentalista ogni testimonianza che possa indurre a un’idolatria, cioè non alla venerazione del Dio assoluto dell’Islam, è considerata da condannare. E quindi qualcosa di simile ai nostri santi viene considerato inammissibile. Questo è il motivo per cui sono state distrutte sia nel Mali, in Tunisia, in Algeria, sia più di recente in maniera catastrofica in Siria prima e soprattutto in Iraq, dei luoghi che sono semplicemente dei santuari di dotti dell’Islam. Questo è completamente estraneo, come è stato detto anche da politici occidentali, al modo di ragionare e alla religiosità islamica tradizionale, sia dei sunniti che degli sciiti: è qualcosa di tipico di questi aberranti fondamentalismi, per lo più radicati nel mondo dell’Arabia Saudita, e pochissimo frequentati negli altri Paesi islamici dell’altra sponda del Mediterraneo”.
Un gesto politico, imbevuto di furor ideologico e religioso: radere al suolo le fondamenta di una civiltà, spazzando via l’eco granitica di un passato ‘pericolosamente’ visibile, vivibile, sedimentato, condiviso, sopravvissuto alla linea tragica del tempo.

SE L’AGGRESSIONE ARRIVA DA OCCIDENTE

Ora, che sia l’America del XXI secolo a minacciare di attaccare i siti culturali in Iran è un fatto sconcertante. È la perdita di qualcosa di prezioso, che anche e soprattutto intorno alla protezione e al rispetto della cultura, delle culture, si era lentamente coltivato.
Con le sue agghiaccianti dichiarazioni – poi contraddette da un imbarazzato Pentagono – Donald Trump ha mostrato il volto più sfacciato della propria ignoranza: in questo caso ignorando che un bene artistico o paesaggistico non appartiene a un determinato popolo – casomai fosse una motivazione accettabile, da un punto di vista bellico – bensì all’umanità intera.
Un tesoro che è di tutti, incluso chi non ne comprende il peso e il valore; un frammento dell’immenso atlante del pensiero e della conoscenza, che del mondo costituisce la radice mobile, l’impalcatura estesa. Farne un bottino di guerra, l’oggetto di una minaccia militare, è quanto di più idiota possa concepire un leader di una grande democrazia.
Ma non solo. A lasciare di stucco è l’inconsapevole (ma non incolpevole) facilità con cui Trump si pone sullo stesso piano di un Califfo dello Stato Islamico. Partendo da presupposti assai diversi, eccolo replicare quel modello censorio, distruttivo, aberrante: colpire a morte il bagaglio di storia e di natura, di miti e di scrittura, di tensione filosofica e di ricerca estetica, che di un popolo – di tutti i popoli – è testimonianza e corpo resistente, dna intellettuale e orizzonte spirituale.

La Moschea Di Isfahan, uno dei 24 siti Unesco in Iran
La Moschea Di Isfahan, uno dei 24 siti Unesco in Iran

La minaccia contro i siti archeologici riporta all’idea di ‘soluzione finale’, uno sterminio della memoria con cui costruire narrazioni politiche propagandistiche, spettacolari. Privo dell’elemento religioso – che nell’epopea del terrorismo islamista è tutt’uno con la missione liberticida e sanguinaria – il nichilismo ostentato dal leader della maggiore democrazia occidentale è certo una degenerazione di un mondo secolarizzato, edonista, iper-capitalista e liberista, cinicamente orientato a un fascismo nuovo (come Pasolini lo raccontò, mezzo secolo fa, all’alba della celebre “mutazione antropologica”). E si alimenta di un fanatismo devoto al Potere, tout court. Nessun “Dio assoluto” da difendere, ma la nudità del potere stesso, la sua evidenza, autarchia, tautologia. Il suo consumo greve. La sua macchina di produzione e amplificazione globale, tra mercato, sistema mediatico, industria delle armi e del petrolio: l’unica ideologia superstite. Nel nome della quale si compie il delitto contro opere e persone. Radere al suolo: why not?
La leggerezza con cui Trump ha manifestato quest’ultima perversione ha un riverbero feroce. “Terrorismo di Stato”, ancora. Così la barbarie ha il volto rubicondo e la retorica da bullo del più potente uomo politico d’Occidente, nemico pubblico numero uno del terrorismo islamico: se gli USA per assurdo dovessero colpire uno dei siti monumentali iraniani, sarebbe il punto di non ritorno. La rottura di un vincolo democratico internazionale, costruito nel nome della cultura in quanto terreno ultimo di dialogo e di pace: moderno spazio sacro, intorno a cui si ripensa e si riscrive il senso del limite e del diritto-dovere universale. Zona franca, per coscienza e per conquista faticosa.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.