Abbattuta a Lodi la Cattedrale Vegetale di Giuliano Mauri. Storia e fine di un’opera di Land Art

Il triste epilogo dell’opera di Land Art del compianto Giuliano Mauri, abbattuta a causa dell’ingerenza della giunta comunale che ha deciso di abbatterla

L'abbattimento della Cattedrale Vegetale di Lodi
L'abbattimento della Cattedrale Vegetale di Lodi

La Cattedrale Vegetale di Giuliano Mauri a Lodi non esiste più. La tanto discussa opera, realizzata postuma dalla famiglia dello scultore lodigiano, massimo esponente dell’Art in nature, è stata rasa al suolo dopo due anni di vita (l’inaugurazione risale al 23 aprile 2017). Lunedì 23 dicembre infatti il Comune ha dato il via all’abbattimento delle ultime colonne che rimanevano in piedi e alla rimozione di quelle accatastate a terra dopo i diversi crolli – dovuti a maltempo, difetti di costruzione e mancata manutenzione – che, nell’arco di nove mesi, avevano già decretato la fine della Cattedrale.

LA CATTEDRALE VEGETALE DI GIULIANO MAURI. STORIA ED EPILOGO

L’ordinanza comunale firmata il 23 dicembre ha affidato a un’impresa locale il compito di radere al suolo l’imponente installazione artistica realizzata su un terrapieno di fianco all’Adda (come da richiesta dell’artista morto nel 2009) e di ripristinare sia l’area sia la pista ciclabile chiuse ormai da più di un anno. Delle tre navate e delle 108 colonne originali ne restavano in piedi solo 13, mentre altri 55 pilastri erano accatastati a terra: l’opera inaugurata dal critico d’arte Philippe Daverio (e visitata anche da Vittorio Sgarbi) nel 2017, in pratica, è durata solo un anno. I primi crolli risalgono al settembre 2018, quando alcune delle colonne da 18 metri di altezza hanno iniziato a collassare, mentre due trombe d’aria e la cattiva manutenzione hanno fatto il resto, spazzando via alla fine il 90% della cattedrale di alberi che fino ad allora aveva richiamato migliaia di visitatori da tutta Italia e anche dall’estero.

CATTEDRALE VEGETALE DI GIULIANO MAURI: L’ABBATTIMENTO

L’estate scorsa, il sindaco di Lodi Sara Casanova ha firmato l’ordinanza per l’abbattimento di ciò che rimane dell’installazione e il ripristino dell’accesso ciclopedonale che dovrebbe essere riaperto a inizio 2020. Quella di Lodi è il terzo esemplare di cattedrale vegetale voluta dall’artista, realizzata in questo caso postuma secondo il suo desiderio, e finora è stata l’unica a essere stata abbattuta e non ricostruita dopo i crolli. Per questo l’addio alla città sarà definitivo. L’associazione degli eredi di Giuliano Mauri ha deciso di “non procedere con il progetto di ricostruzione su Lodi della Cattedrale vegetale”. Ad annunciarlo è stata la presidente Francesca Regorda, nipote dell’artista lodigiano. A settembre si era fatta largo l’ipotesi di una rinascita della Cattedrale di Mauri grazie ai privati; una suggestione, perché un progetto ancora non esisteva, ma fortemente sostenuta dalla volontà della famiglia di ridare un senso al suggestivo tempio naturale inaugurato nell’aprile 2017 ma transennata da fine settembre 2018 a causa dei cedimenti. Si sarebbe trattato di un’iniziativa tutta privata, che avrebbe coinvolto il Comune di Lodi solo per chiedere di cedere in comodato d’uso gratuito il terreno in riva al fiume, dove sarebbe risorta l’opera. Anche i costi (l’opera appena abbattuta era costata quasi 300mila euro, di cui 125mila di soldi pubblici stanziati dalla Regione Lombardia) sarebbero stati sostenuti da sponsor e attraverso una campagna di raccolta fondi.

L’ABBATTIMENTO DELLA CATTEDRALE VEGETALE DI MAURI. LE PAROLE DELL’EX ASSESSORE ALLA CULTURA DI LODI

Però è arrivato l’annuncio della famiglia dell’artista lodigiano di dire addio alla città. Amareggiato dalla triste fine che ha fatto la Cattedrale vegetale di Lodi è l’ex assessore alla Cultura Andrea Ferrari, tra i sostenitori del progetto che nel 2017 aveva portato all’inaugurazione dell’opera postuma del maestro Mauri. “La Cattedrale è stata ferita, troppe volte, senza essere mai curata da nessuno. Gli ultimi colpi con la ruspa sono stati dati nella notte, quasi di nascosto, di fretta, per non lasciare forse il tempo alle persone che avevano a cuore quell’opera di reagire, di indignarsi. Non è stato avvisato nessuno: la famiglia Mauri, l’Associazione, la città. A nessuno è stato spiegato nulla. Personalmente auspico solo che chi governa la città oggi possa ragionare su come restituire, come forme e modalità nuove, una opera che era servita anche come grande volano turistico per nostra bella città”.

– Carlo d’Elia

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Carlo d'Elia
Giornalista freelance, pugliese di nascita e di carattere, ho trasformato la mia passione nel lavoro dei sogni. Vivo a Lodi e lavoro a Milano. Da tempo collaboro con il quotidiano Il Giorno e la rivista online Lettera43. Ho partecipato a diversi concorsi con due documentari che ho realizzato. Uno dal titolo "Filocontinuo" che parla di integrazione e l'altro sul sociale, "Teste d'amianto", che descrive una realtà difficile delle periferia Est di Napoli.