Ciò che vorrei dal 2020 della cultura è un 2030 migliore. L’editoriale di Stefano Monti

Non si tratta di un errore di battitura ma di una direttrice di sviluppo. Di una logica che superi i “tempi” della legislatura e che costruisca un percorso da avviare in visione di obiettivi “condivisi” sia con la cittadinanza, che con le aree di opposizione. Si tratta di comprendere che il nostro “navigare a vista” non è costruttivo.

La giuria di Bake Off Italia 2019, con Benedetta Parodi nella giuria
La giuria di Bake Off Italia 2019, con Benedetta Parodi nella giuria

Il 2020 non deve essere l’anno delle micro-riforme con i nomi dei ministri. Non deve essere la costruzione di un nuovo ufficio, di un nuovo acronimo, né di un centinaio di assunzioni per dare continuità a “carrozzoni” pubblici il cui ruolo è quello di assumere più che produrre.
Il 2020 è un inizio. Il Terzo decennio del terzo millennio. Non che significhi necessariamente qualcosa, ma forse è utile, per una volta, abbandonare lo scetticismo e adottare il tono epico, se è utile a suscitare voglia di cambiamento e di sviluppo. Perché è di questo che l’Italia della Cultura (e quindi l’Italia tutta) necessita: una serie di “cambiamenti” che siano in grado di farci guardare indietro, tra dieci anni, ed essere orgogliosi del lavoro svolto.
Per avviare un processo credibile, è bene tenere in mente quanto possa cambiare il mondo in dieci anni, sia nello scenario macroeconomico che nel microcosmo personale di ognuno di noi.
Tra dieci anni coloro che oggi decidono a quale liceo iscriversi avranno quasi terminato gli studi; coloro che oggi sono all’università muoveranno (si spera) i loro primi passi nel mondo del lavoro. Tra dieci anni, l’attuale “vertice” della classe dirigente sarà andato (si spera) in pensione. Qualunque processo, quindi, condizionerà in modo importantissimo la vita dei nostri figli, che si troveranno a essere “adulti” nel mondo che stiamo costruendo. È bene tenere a mente anche questo. Nella molteplicità di obiettivi che un varco temporale così ampio può includere ci sono tre grandi cambiamenti cui, probabilmente, la cultura dovrebbe tendere:
il superamento della logica della compliance;
l’adozione del concetto di “responsabilità” individuale e organizzativa;
dare valore alla vita quotidiana.

COMPLIANCE E RESPONSABILITÀ

Sono obiettivi che possono essere tanto vaghi quanto concreti, a seconda dell’impegno che saremo in grado di profondere nel loro perseguimento. Superare la logica della compliance, in una dimensione concreta, vuol dire che non “basta” aver fatto ciò che ci era stato richiesto, come ci era stato richiesto. Vuol dire fare in modo che ciò che produciamo sia utile e migliori lo stato ex-ante delle cose. Più nel dettaglio, vuol dire definire una cultura organizzativa in base alla quale un dipendente pubblico senta l’esigenza di lavorare una notte intera e non perché qualcuno gliel’abbia imposto o tantomeno per gli straordinari, ma semplicemente perché insoddisfatto del lavoro svolto, pur essendo in linea con quanto richiesto dalle direttive. Capire che, in quel momento, quel dipendente pubblico non è “lo schiavo” di un sistema, ma un importante meccanismo per rendere il nostro Paese un po’ più competitivo, più bello, più efficace.
Questo concetto non può essere separato dal concetto di responsabilità: accendendo la televisione, che rimane ancora uno dei mezzi di comunicazione più diffusi nel nostro Paese, il messaggio primario è semplice: “non è colpa mia”. Un mantra che si ripete a tutti i livelli della società, dalla politica ai banchi di scuola. Occorre quindi una ri-definizione del concetto di responsabilità all’interno delle organizzazioni: è necessario che ogni soggetto che operi all’interno di un “sistema” più ampio sia affiancato da processi che da un lato siano in grado di valorizzare gli obiettivi e dall’altro ne identifichino le responsabilità.
Questo vale soprattutto nella cultura, e non è affatto un discorso teorico. Definire responsabilità intra e inter-organizzative è essenziale. Facciamo un esempio: esistono numerosissimi musei che vengono visitatati da meno di una persona al giorno; esistono biblioteche che non hanno ancora una gestione automatizzata dell’archivio; esistono sistemi museali che non hanno biglietterie automatizzate. Di chi è la responsabilità?
L’Italia è tra le nazioni a più alto tasso di analfabetismo funzionale; di chi è la responsabilità?
Sempre meno persone consumano cultura; di chi è la responsabilità? È colpa “dei cittadini”? Delle organizzazioni? Dello Stato?

È di questo che l’Italia della Cultura (e quindi l’Italia tutta) necessita: una serie di “cambiamenti” che siano in grado di farci guardare indietro, tra dieci anni, ed essere orgogliosi del lavoro svolto”.

Questo ci conduce all’ultimo punto: dare valore alla vita quotidiana. Che significa? Significa valutare obiettivi e responsabilità sulla base di elementi concreti che sia possibile monitorare anche con cadenza quotidiana. Perché è nella quotidianità, o meglio, nel consumo costante e reiterato, che la cultura può rappresentare quel ruolo di motrice individuale e collettiva che le si vuole assegnare. Nel concreto: fare in modo che le persone visitino un museo quando sono in vacanza è sicuramente una conquista, ma non è sufficiente. È necessario che le persone abbiano l’esigenza e la possibilità di visitare un museo anche nei piccoli tempi liberi della giornata, siano essi nel centro storico di una grande città o in una periferia di una piccola cittadina.
Con un linguaggio meno “evocativo”, è necessario avviare, fin da oggi, una visione “italiana” dello sviluppo culturale del nostro Paese da raggiungere entro il 2030. Una visione che nasca dalle esigenze dei nostri territori e che trovi “sponda” e non “unico faro” nelle programmazioni europee che sono costruite per contesti culturali molto differenziati e che pertanto sono utili nella misura in cui ciascun Paese riesce a sviluppare un processo di crescita autonomo e coerente con quello comunitario. Per farlo, è sicuramente strumentale dotarsi di processi di delega e di responsabilità, che siano in grado di definire obiettivi quantitativi che non abbiano effetti distorsivi nella realtà quotidiana associando a essi anche misure e parametri qualitativi. Un esempio? Smettere di “valutare” i musei solo per il numero di visitatori. Il numero di visitatori è sicuramente significativo “al negativo”. Non è invece efficace per lo sviluppo. Il numero di visitatori è importante per valutare quei musei in cui non va nessuno, ma non è certo sufficiente per comprendere se un museo mainstream sia stato in grado di erogare davvero cultura. Allo stesso modo: è davvero importante comprendere “quanti” libri gli italiani hanno letto senza sapere “quali”? Senza voler offendere nessuno, ma è evidente che Dante sia superiore a Benedetta Parodi.
Il 2030 è alle porte. Ci attende. E l’unica cosa veramente importante per il nostro Paese è che, nel 2029, questo articolo non sia “attuale”. Perché un altro decennio di immobilismo può essere fatale.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.