Gli effetti positivi del welfare culturale. L’editoriale di Stefano Monti

I benefici della cultura sul benessere degli individui sono un dato di fatto. Ma allora perché in Italia si fa ancora fatica a mettere in campo strategie vincenti in questa direzione?

Michelangelo Pistoletto, L’universo speculare, 2004. Palazzo di Giustizia, Pescara. Foto Giovanni Tavano, opera realizzata con il contributo della cosiddetta Legge del 2%
Michelangelo Pistoletto, L’universo speculare, 2004. Palazzo di Giustizia, Pescara. Foto Giovanni Tavano

Da qualche anno, il tema del welfare culturale occupa con sempre maggiore rilevanza le agende di convegni, congressi e commissioni, segnando gli obiettivi per far sì che i processi di produzione culturale diventino parte integrante dei servizi socio-assistenziali al fine di garantire alla persona la sua tutela sociale.  La frequenza con cui tale presenza si sta affermando nel dibattito pubblico e scientifico è sintomatica di almeno due evidenze: la prima è che alla cultura viene istituzionalmente riconosciuto un ruolo importante all’interno delle politiche di welfare; la seconda è che esistono elementi di criticità che impediscono la reale concretizzazione di una “visione” che, a oggi, giace tra le “intenzioni” politiche nazionali e comunitarie.
Quello del “welfare culturale” è un tema molto delicato, che va affrontato tenendo conto delle molteplici dimensioni che lo compongono e che, per semplicità, possono essere suddivise in tre categorie principali: disciplina normativa nazionale e internazionale, strategia istituzionale e concretezza delle misure. Con riferimento al quadro normativo, è da segnalare che l’OMS identifica la salute come “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non meramente assenza di malattia”, estendendo notevolmente i fattori che concorrono al benessere individuale e sociale. A tali indicazioni fa eco la Costituzione italiana con l’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” e l’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Fruire cultura è divertente e piacevole, ma ‘parlare’ di cultura è quasi sempre noioso”.

Da questi testi deriva la necessità di approfondire il ruolo della cultura come fattore fondamentale per la promozione del benessere e della salute dei cittadini, in strategie nelle quali convergano azioni volte a favorire la partecipazione culturale attiva, il benessere psicologico, la coesione sociale e l’empowerment individuale e sociale. Questo indirizzo è confermato anche nelle fasi iniziali dell’attività legislativa del nostro Paese e, in particolare, alla legge 717 del 1949, che ha inserito l’obbligo di accantonamento “per opere d’arte” di almeno il 2% del costo totale di ogni nuovo intervento di edilizia pubblica. Legge che, purtroppo, non essendo applicata in caso di creazione di capannoni industriali, alloggi popolari, scuole e università ha poi avuto risultati differenti da quelli che probabilmente erano gli obiettivi del legislatore. Oggi, nello scenario internazionale, l’impatto che la cultura genera sulla “salute” delle persone (sia nella concezione di benessere, sia come fattore preventivo) è dimostrato da numerosissime ricerche empiriche.
Se dunque il riferimento normativo pare affermare in modo univoco il ruolo che si auspica la cultura giochi nella vita quotidiana delle persone, appare più lacunoso lo scenario delle strategie attraverso le quali i differenti Paesi, e in particolare la nostra cara Italia, intendano concretizzare tale principio. Come per moltissimi altri temi che riguardano la cultura, esistono numerosissime proposte, attività di singoli o di specifici gruppi, ma concretamente nulla.
Certo ciò non stupisce: se non riusciamo a raggiungere una condivisione del concetto di cultura (si pensi agli ultimi anni con il passaggio Franceschini-Bonisoli-Franceschini) è quantomeno improbabile si riesca ad avere le idee chiare su come declinare il concetto di cultura integrandolo all’interno della più vasta dimensione della promozione della salute.
Questa difficoltà, però, è tutt’altro che insormontabile. Se si esce dalle diatribe istituzionali, l’influenza che la cultura ha sul benessere percepito è abbastanza intuitiva e verificabile.
Basterebbe avviare un percorso di ricerca volto a replicare, per il nostro contesto nazionale, gli studi già fatti in numerosi Paesi europei (soprattutto nord europei) per valutare la fondatezza di tali ipotesi. Adottando un approccio sperimentale, si potrebbe valutare, secondo indagini longitudinali, il ruolo che la partecipazione culturale attiva può giocare come fattore di prevenzione per diverse tipologie di disturbi (fisici e psicologici) in determinate categorie di popolazione, come ad esempio gli anziani.

RISPARMIO E PARTECIPAZIONE

Tali risultati, se confermati, potrebbero portare al calcolo dei “risparmi” della spesa pubblica in termini di “cura” (assistenti sociali ecc.), parte dei quali potrebbero essere investiti nel potenziamento dell’offerta culturale per la popolazione, e in interventi di formazione “attiva” legati alla cultura. Ovviamente, una visione di questo tipo non potrebbe prevedere attività di formazione mediante la semplice erogazione di corsi: si tratterebbe di coinvolgere specifici target di individui, attraverso azioni mirate, e farli partecipare attivamente alle iniziative culturali, andando ad agire sia sulle dimensioni personali che inter-personali, e generando così un effetto moltiplicatore che sinora è stato soltanto parzialmente indagato.
Non si tratterebbe di inserire dei corsi gratuiti di educazione civica, ma di creare dei progetti perché i più giovani possano prendersi cura del proprio territorio. Non si tratterebbe di fare dei corsi pomeridiani di arte per gli over 65, ma di programmare gite, visite, immersioni virtuali, esperienze di volontariato. Perché fruire cultura è divertente e piacevole, ma “parlare” di cultura è quasi sempre noioso. Una consapevolezza che spesso sfugge agli amministratori pubblici, che hanno l’esigenza di creare convegni e stati generali che spesso però non portano ad alcuna conseguenza pratica.
In un’epoca in cui ogni cosa è “esperienza” e in cui i cittadini vengono iper-stimolati in ogni direzione, il mondo della cultura non può pretendere di avere “effetti concreti” agendo con gli stessi strumenti e con le stesse visioni di un secolo fa, anche se resi “digitali”. Qualcuno dica ai nostri decisori politici che se un libro è brutto, è brutto anche nel formato ePub.

Stefano Monti
ha collaborato Alice Zannoni

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.