Cultura e crescita economica. L’analisi di Massimiliano Zane

La cultura possiede la naturale capacità di esternare benefici intrinseci come aprire le nostre menti a nuove esperienze emotive, arricchendo la nostra vita; ma offre anche benefici estrinseci, risultando sempre più un catalizzatore per il cambiamento positivo e la crescita di intere aree urbane. Il paper “ARXIV 2018” della Cambridge University e l’indagine “Cultural and Creative Cities Monitor 2019” della Commissione Europea ci spiegano quanto e perché.

Cambridge University. Photo Ricardo Mateos CC0 Public Domain
Cambridge University. Photo Ricardo Mateos CC0 Public Domain

Gli “economisti urbani” ormai da tempo hanno avanzato l’idea che le città culturalmente interessanti e stimolanti tendono ad attrarre “la classe creativa” e, di conseguenza, finiscono per avere (in media) un miglior successo economico. Tuttavia non è ancora ben chiaro come le dinamiche economiche e culturali si influenzino reciprocamente. Dopotutto è il “settore cultura” stesso a essere complesso, articolato, sfumato e di difficile definizione. Al contrario, questa particolare relazione tra le due dinamiche di “capitale” è stato ampiamente studiato nel caso di individui singoli, immersi in una società di riferimento. Per decenni, il sociologo francese Pierre Bourdieu ha dimostrato che il successo delle persone e le loro posizioni nella società dipendono principalmente da quanto possono spendere (il loro capitale economico) e da quali sono i loro interessi (il loro capitale culturale).
Pierre Bourdieu sosteneva che tutti noi possediamo e spendiamo certe forme e quantità di capitale sociale. Una persona ha, per esempio, del capitale simbolico (marcatori di prestigio) e del capitale culturale (conoscenza e interessi culturali), senza contare il più materico capitale economico. Queste sono tutte forme di “ricchezza” che gli individui portano con sé e lo spendono nel “mercato sociale”. Alla fine, il lungo e complesso lavoro di Bordieu aveva l’obiettivo di testare quella che lui chiamava l’ipotesi della distinzione: le persone con una simile composizione/somma di capitale hanno maggiori probabilità di incontrarsi, interagire, formare relazioni, avere stili di vita simili e, di conseguenza, essere della e nella stessa classe sociale. Nelle sue indagini sul gusto francese, Bourdieu ha dimostrato che effettivamente era (è) così. Da questo, Bordieu trovò anche ciò che chiamò isteresi ectesis, riferendosi a quel qualsiasi cambiamento sociale che offra l’opportunità di successo a chi possa cogliere quell’opportunità stessa. In parole povere: durante i periodi di cambiamento, le persone con più capitale sociale (economico e culturale) sono le prime a poter cogliere le nuove opportunità e quindi a raggiungere nuove posizioni (più vantaggiose).

CAPITALE ECONOMICO E CULTURALE

Un’argomentazione forse cinica ma efficace, che necessita di più di una rilettura accorta e attenta, e che porta a una domanda: in maniera simile, una teoria sociale come questa potrebbe applicarsi anche a intere città ed aree urbane? In effetti sì. Dopotutto, come un essere umano, anche una città cambia continuamente, è frutto di relazioni complesse stratificate, di somme di capitali ed equilibri sociali, e la storia ha dimostrato che, in effetti, i quartieri e le città con più capitale economico e culturale in periodi di cambiamento sono stati e saranno più pronti a cogliere le occasioni e ad acquisire “nuove posizioni”, contribuendo al “successo” (inteso come incremento positivo) delle proprie potenzialità: dell’area in sé, di chi vi si trova (stanzialmente o temporaneamente) e anche, in scala, dell’intera città che li ospita.

“Durante i periodi di cambiamento, le persone con più capitale sociale (economico e culturale) sono le prime a poter cogliere le nuove opportunità e quindi a raggiungere nuove posizioni (più vantaggiose)”

Le città con alte concentrazioni di capitale creativo, dato dalla somma di classe creativa (ad esempio, lavoratori della tecnologia, artisti, musicisti) e aree atte allo sviluppo di attitudini culturali positive e propositive (ad esempio, biblioteche, musei, teatri) mostrano livelli più alti di sviluppo anche economico. La città creativa come paradigma progettuale, dunque, che supporta la creatività e la cultura attraverso la progettazione, fornendo un collegamento diretto tra servizi culturali, qualità della vita e sviluppo economico, da questi elementi ne viene rinnovata e a sua volta supportata, attivando preziosi circoli virtuosi. Tuttavia, va detto, le città e i quartieri che oggi sono considerati esempi di questa applicazione teorica della creatività non sono paradisi in terra, anzi, sono ancora carichi di disuguaglianze sociali ed economiche. Città come San Francisco, New York e Londra mostrano un divario lampante tra residenti ad alto e basso reddito. È quindi interessante iniziare a esplorare in maniera analitica la complessa interazione tra successo economico e creatività culturale. La sfida è che è ancora difficile “catturare” la cultura, tanto più su scala di intere città.

LONDRA E NEW YORK

In questo senso il paper della Cambridge University ARXIV 2018 cerca di farsi carico di tale sfida, proponendo un adattamento dell’analisi sociale proposta da Bourdieu al contesto delle città di Londra e New York. Un’operazione di analisi complessa del capitale culturale di più quartieri, svoltasi in otto anni di ricerca, in termini di registrazione degli interessi culturali espressi attraverso il mining di ciò che gli utenti di Flickr hanno pubblicato nelle città di Londra e New York. In pratica, riferendosi ai “tag immagine” corrispondenti a una selezione di nove categorie culturali di parole, per circa dieci milioni di immagini georeferenziate pubblicate su Flickr dal 2007 al 2015, l’indagine ha “quantificato” il capitale culturale di ogni quartiere preso in esame, e reso attraverso le immagini scattate e condivise, rileggendone i dati attraverso l’isteresi di Bourdieu. I risultati, sorprendentemente chiari, hanno dimostrato che il capitale economico da solo non risulta essere in grado di supportare un solido sviluppo urbano, bensì è la combinazione di capitale culturale e capitale economico a fornire la base per un vero sviluppo. L’uno fornisce supporto all’altro.

[fig. 1] La taxonomy of culture secondo il paper della Cambridge University ARXIV 2018
[fig. 1] La taxonomy of culture secondo il paper della Cambridge University ARXIV 2018
Dopotutto, lo sosteneva lo stesso Bourdieu: la prosperità non può essere pienamente spiegata dal solo capitale economico. Dunque appare (ancora una volta) chiaro che quartieri, aree urbane, intere città che registrano la maggiore crescita (economica e di benessere sociale) sono quelle con un alto capitale culturale. Un capitale curato, implementato, promosso e valorizzato. Ma pur lasciandosi andare all’entusiasmo, questa prospettiva di pensiero prevede a monte un lungo percorso di riforma non solo del settore culturale produttivo. Anche gli studi di analisi a esso correlato necessiteranno di una profonda revisione: serve sempre più un nuovo modo di intendere e quantificare il capitale culturale. Il paper proposto si basa sulla definizione di una nuova “taxonomy of culture[fig. 1] che è molto più completa delle classificazioni ufficiali delle attività culturali. Ma a questo serve accompagnare anche una nuova capacità complessa di lettura di indicatori totalmente nuovi, oggi ancora esclusi dalle metriche di analisi.

UNO SGUARDO ALL’ITALIA

Ecco che allora i risultati dell’indagine Cultural and Creative Cities Monitor 2019 [fig. 2], in parte, ci offrono un’ulteriore fonte di approfondimento. L’analisi su scala europea che, giunta alla sua seconda edizione, include un totale di 190 città, esplora nuove fonti di dati provando a catturare meglio gli aspetti evolutivi e le sottili sfumature del rapporto tra cultura e creatività come mezzo per sostenere l’inclusione sociale, la competitività e la resilienza. Tra i suoi molti spunti, il C3 monitor, inoltre ci dice che le città italiane dimostrano una crescente Vivacità Culturale (Cultural Vibrancy): Milano invece è 4° tra le città con più di un milione di abitanti, mentre tra le ‘large cities’, dai 250mila ai 500mila abitanti, Firenze è prima come città più attiva culturalmente, seguita da Karlsruhe (Germania), Venezia e Bologna. Un risultato importante per il nostro Paese, che deve essere un grande orgoglio per noi tutti: per le associazioni, per le istituzioni, per gli operatori, per gli artisti che fanno grandi la nostre città, che ci ricorda che la cultura possa generare valore e come lo farà sempre di più.
Tuttavia, a causa della sua natura multidimensionale, gli impatti della cultura rimangono difficili da misurare, tanto più in questa prospettiva “amplificata”, risultando essere percepiti importanti, conosciuti e riconosciuti a tutti i livelli, ma non ancora completamente chiariti nella loro totalità e complessità. E questo nonostante essi, in modo indiretto, siamo già contemplati alla base della maggior parte delle moderne iniziative di rinnovamento urbano ispirate alla teoria della “classe creativa“.

[fig. 2] Cultural and Creative Cities Monitor 2019
[fig. 2] Cultural and Creative Cities Monitor 2019

STRATEGIE E RISCHI

Ribadendo l’assoluta, imprescindibile importanza sociale dell’intervento in cultura a ogni livello, va comunque ricordato che la crescita culturale offre certamente molte opportunità, ma, se non correttamente governata, con sé rischia di trascinare anche germi di disuguaglianza e segmentazione culturale che può allargare e legittimare anche la disuguaglianza economica. Se fine a se stessa, se autoreferenziale, se non integrata, la cultura che alimenta la crescita delle città può divenire soluzione di molte criticità e causa di nuove sfide sociali, a tratti angoscianti. Perché la cultura paga, certo, e lo farà sempre di più. E proprio per questo incremento esponenziale, e per tutto quanto di cui sopra, si rende sempre più necessario e urgente comprenderne l’evoluzione e individuare nuovi approcci per quanto riguarda tanto la governance quanto gli investimenti culturali, concepiti concretamente come strategici, integrati e prospettici; messi in opera in maniera sostenibile, con lungimiranza e attuati con particolare sensibilità. In alternativa possono verificarsi pericolose derive, come il crearsi di infrastrutture sovrapposte, spesso in conflitto; di disuguaglianze sociali di accessibilità che si sono acuite in aree prima più omogenee, soprattutto a causa dallo spostamento di flussi economici prima assenti; o come il rischio di omogeneizzazione culturale spinta da necessità di “richiamo turistico”. Esempi, questi, già verificati ed evidenziati dal World Cities Culture Forum.

Massimiliano Zane

ARXIV 2018
Cultural and Creative Cities Monitor 2019

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.