Paternalismo e cultura. L’editoriale di Stefano Monti

Se lo Stato rifiuta di concedere maggiore autonomia alle Regioni per timore di comportamenti non virtuosi, è necessario porsi alcune domande. E ricordare che la cultura è uno dei motori propulsivi del nostro Paese.

Giuseppe Vasi, Prospetto principale del Collegio Romano, 1759
Giuseppe Vasi, Prospetto principale del Collegio Romano, 1759

In un suo recente articolo, Gian Antonio Stella cerca di sensibilizzare i lettori in merito alla necessità che alcune funzioni dei beni culturali e della tutela del paesaggio rimangano a carattere centralizzato (siano, quindi, gestite dallo Stato). Gli argomenti che cita sono fondati e veritieri: sinora l’autonomia regionale (ove applicata) è risultata spesso permeabile alle spinte contestuali del territorio. Il che, in un territorio sano, è un fatto positivo, ma gli esempi citati mostrano come, in alcuni territori, maggiori autonomie possano dar luogo a condotte non proprio encomiabili.
Per quanto queste posizioni possano essere condivisibili, sono le premesse a essere distorte.
La base di partenza da cui parte tutta l’analisi svolta è che dobbiamo accettare implicitamente che esistano alcuni territori del nostro Paese che non governerebbero una delle risorse nazionali più importanti (dal punto di vista storico e anche economico) avendo a cuore il benessere e lo sviluppo dei cittadini, ma perseguendo o quantomeno non contrastando interessi personali e talvolta illegittimi. Una premessa di tal fatta è inaccettabile.
È indubbio che le Regioni che chiedono maggiori autonomie sono mosse da interessi specifici e regionali, appunto; possiamo quindi informare i lettori, animare il dibattito pubblico e discutere di questi. Non è accettabile, invece, caldeggiare l’ipotesi di un controllo centralizzato dando per scontato che l’ipotesi alternativa (quella che prevede maggiori autonomie regionali) condurrebbe a comportamenti disdicevoli. In uno Stato democratico, quale l’Italia si vanta di essere, le premesse alla base di un tale ragionamento portano a un’unica conseguenza valutabile: il commissariamento delle Regioni indicate. Non un maggior controllo, non una minore autonomia.

I beni culturali rappresentano, per il nostro Paese, uno degli asset a maggiore valenza strategica per lo sviluppo economico e sociale”.

Un parallelo con un’organizzazione di natura privata può aiutare a definire meglio la questione: Immaginate di essere l’amministratore delegato di una grande impresa, con differenti “filiali” territoriali. Immaginate ora che i vostri consiglieri (membri del CdA) vi dicano che un processo di delega non è realizzabile perché i manager territoriali di alcuni filiali potrebbero, con maggiori autonomie, avviare comportamenti in contrasto con le linee aziendali, sottintendendo anche la possibilità che questi possano avviare comportamenti contrari alla legge. Bene, cosa fareste? I beni culturali rappresentano, per il nostro Paese, uno degli asset a maggiore valenza strategica per lo sviluppo economico e sociale. Attraverso una corretta amministrazione degli stessi è possibile attivare processi evolutivi e di sviluppo in grado di apportare risultati (visibili) anche nel breve-medio periodo.
Obiettivo primario, quindi, per il nostro Paese, dovrebbe essere quello di definire le modalità più efficienti ed efficaci per la gestione e l’amministrazione del nostro heritage, e la definizione di strategie di valorizzazione che tengano conto di tutte le specificità territoriali.
Non è detto che la strada più efficace sia una maggiore autonomia delle Regioni, ma le valutazioni che stanno alla base di una scelta strategica devono riguardare esclusivamente parametri tecnici e di gestione amministrativa dello Stato.

RETAGGI DEL ‘900

Che esistano territori e Regioni “difficili” è un dato di fatto che riguarda, a ben vedere, l’intera vita sociale e democratica del nostro Paese. Che queste Regioni vadano tutelate da sé stesse, tuttavia, implica un atteggiamento paternalistico da parte dello Stato che è un retaggio di un Novecento ideologo.
Regole più precise, modelli di deleghe legate a performance e indicatori specifici e condivisi, maggiore controllo sull’utilizzo dei fondi e attività che mirino a far crescere la consapevolezza della cittadinanza circa il lavoro dei “pubblici uffici”. Queste sono risposte evolutive attraverso le quali costruire un Paese migliore. Alternative, del resto, non ce ne sono.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.