Secondary ticketing e burocrazia. L’editoriale di Stefano Monti

Il fenomeno del secondary ticketing è dilagante, ma la lotta per scardinarne i meccanismi, in Italia, pare essere vittima di burocrazie infinite. E se adottassimo altre strategie?

Secondary ticketing
Secondary ticketing

Un gioco molto in voga qualche anno fa, Civilization, citava una bellissima massima anonima: “La burocrazia si espande per soddisfare i bisogni di una burocrazia in espansione”.
Quella dei biglietti e della lotta al secondary ticketing sembra proprio confermare questo cortocircuito. Non che la lotta al secondary ticketing sia sbagliata. Anzi. Ciò che è sbagliato è che, nella vicenda, l’approccio burocratico pare assurgere al ruolo di avamposto ideologico, in cui problemi burocratici possano essere risolti solo attraverso principi burocratici.
Il problema è che una soluzione burocratica è, di per sé, un costo per la società. Perché la società (privati e cittadini) paga più tasse per finanziare le attività aggiuntive che si dovranno occupare della gestione delle nuove “norme” e perché, per far fronte a queste nuove norme, i privati dovranno sostenere maggiori costi per la loro attività caratteristica, costi che si abbatteranno (almeno in parte) sui cittadini e, quindi, su chi va a vedere i concerti.
Un sistema che, per punire coloro che agiscono infrangendo le regole, finisce col punire coloro che, invece, le regole le seguono, è un sistema iniquo. Il discorso può articolarsi attraverso tecnicismi, edulcorarsi di codici, rispetti della privacy. Ma la sostanza resta questa.
L’obiezione è ovviamente scontata: si poteva fare di meglio?
Quest’obiezione merita due risposte: la prima è che non necessariamente bisogna sempre avere una soluzione “in mano” per poter affermare che quanto fatto è inefficace. A volte basta anche la constatazione di un “non addetto ai lavori”, se fondata su una constatazione pertinente e rispondente al vero. Detto ciò, e questa è la seconda risposta, si poteva fare sicuramente di meglio. Bastava ragionare fuori dai canoni della specializzazione della pubblica amministrazione. Per comprendere perché, assodato che l’introduzione di una modalità di controllo nominale rappresenti quantomeno un maggior costo monetario per chi eroga e acquista i biglietti, concentriamoci su un altro fattore (che, pur non essendo nominale, è pur sempre economico): il tempo.

UN ESEMPIO CONCRETO

Supponiamo che un soggetto, X, acquisti un biglietto per un concerto per poi scoprire che non potrà parteciparvi. Così, vende il biglietto a un altro privato. Finora questo passaggio è stato “pacifico”. Chiunque abbia una passione per la musica dal vivo ha sperimentato una situazione del genere. Con il biglietto nominale, tuttavia, questo passaggio diviene più complicato (come con le compagnie low cost). È necessario contattare la società di ticketing e informare del cambio nominativo. Questa operazione richiede tempo e procedure sia per il soggetto trasferente che per la società di ticketing e probabilmente comporterà anche dei costi aggiuntivi: nei settori così regolamentati (ovvero le compagnie low cost), il trasferimento del nominativo è spesso più costoso del biglietto (da un lato per evitare l’abuso della possibilità, dall’altro per evitare che biglietti acquistati “in promozione” vengano poi rivenduti a prezzi “di mercato”). Superato il trasferimento, il soggetto Y, con il biglietto che gli è stato trasferito dal soggetto X, si presenta al concerto. Il personale di controllo dovrà verificare, biglietto per biglietto, persona per persona, che il titolo di acquisto sia intestato alla persona di fronte. Tempo medio per persona, almeno quindici secondi (la persona arriva, esibisce il biglietto, l’addetto esegue una scansione sul codice a barre, dal codice il sistema di ticketing estrae il nominativo che l’addetto dovrà confrontare con il nominativo sul documento, accertandosi anche che la foto sul documento risponda al soggetto che ha di fronte).
Quindici secondi contro i “due-tre secondi” normalmente impiegati per vedere il biglietto e strappare la matrice. Vale a dire cinque volte il tempo attuale.
Quello che hanno fatto è semplicemente estendere le procedure già previste per accedere ad uno stadio a tutte le categorie di eventi. Se funziona con lo stadio, perché non dovrebbe funzionare con un concerto? Peccato solo che lo stadio non vada montato, mentre i palchi, sì. E che l’effetto netto di maggiori controlli significhi meno tempo a disposizione (maggior tempo dei controlli implica necessariamente ammettere gli spettatori un’ora prima) e maggiore esigenza di personale. Maggiore esigenza di personale equivale a maggiori costi che verranno ribaltati senza dubbio sugli spettatori.

IDENTITÀ ELETTRONICA E VELOCITÀ

Ma non è questo il punto centrale della questione. Nel frattempo, la nostra burocrazia sta spingendo affinché tutti gli individui siano in possesso di uno SPID, un’identità elettronica in grado di identificare in modo univoco ogni cittadino, spendendo soldi per comunicazione istituzionale, e con un processo di “mappatura” che durerà, di questo passo, almeno altri cinque anni. E se avessero reso obbligatoria la vendita mediante SPID, con uno sconto sul biglietto, non avrebbero forse ottenuto dei controlli più efficaci sull’acquirente, una maggiore soddisfazione da parte dei cittadini e minori costi di pubblicità, ottenendo nel frattempo migliori risultati per un altro obiettivo nazionale?

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.