Zone economiche speciali. Da Cuba a Napoli, il valore di essere diversi

ZES, ovvero zone economiche speciali. Con questa sigla si indicano diverse tipologie di luoghi che potrebbero essere presto interessate da importanti cambiamenti.

Il porto franco di Mariel a Cuba
Il porto franco di Mariel a Cuba

In ambito culturale, anzi meglio sarebbe dire artistico (così definiamo più precisamente il perimetro di azione), gli operatori hanno chiaro il concetto di zona franca. E questo non necessariamente tirando in ballo dogane, confini amministrativi, esenzioni tributarie. Certo anche questo, ma non solo. Vi sono spazi, in larga parte temporanei come le fiere e le Biennali, nell’ambito dei quali domanda e offerta si incontrano, scambiano e commerciano beni con un approccio tendenzialmente libero da vincoli. Quando poi si arriva a concludere l’affare si affrontano lacci e lacciuoli burocratici, magari superandoli.
In qualche misura, questi spazi, che sono propriamente dei luoghi per l’intensità delle relazioni e l’inconfondibile identità, sono stati delle ZES ante litteram. ZES ‒ zone economiche speciali. Zone: aree ben definite (di città, area metropolitana, regioni, nazione); economiche: con obiettivi di diffondere incentivi allo sviluppo economico dell’area (ma non solo); speciali: selezionate sulla base di una identità diversa da quello che le circonda (e dunque identificabili).
L’art. 3-ter del DL n. 135/2018 introdotto in sede di conversione dalla L. n. 12/2019, in vigore dal 13 febbraio scorso, presenta importanti modifiche alla disciplina istitutiva delle c.d. zone economiche speciali (ZES), prevista dall’ art. 5 del DL n. 91/2017. Preme ricordare, al riguardo, che l’OCSE aveva già identificato quattro diverse tipologie di zone economiche speciali: le zone di libero scambio (free trade zone), le export processing zone (che agevolano la riesportazione dei soli beni che, venendo lavorati in loco, assumono un significativo valore aggiunto), le zone economiche speciali vere e proprie (che consentono alle imprese che investono in quelle aree di fruire di agevolazioni e semplificazioni amministrative) e le zone speciali industriali (che limitano i benefici a un determinato settore).
In questa linea la proposta di ZES per Napoli (si vedano varie uscite, Marco D’Isanto, Il Corriere del Mezzogiorno, 2018) mentre all’estero sono già operativi, come a Cuba, con il porto di Mariel (si veda Roberto Da Rin, Il Sole 24 Ore, 12/3/19) quale nuova area di sviluppo industriale e tecnologico nel quale il governo investe in infrastrutture e agevola gli investimenti privati. Entrambi due interessanti percorsi per l’agenda politica e imprenditoriale.

Le aziende che avviano un programma di attività economiche imprenditoriali o di investimenti nelle ZES potranno usufruire di procedure semplificate e agevolazioni sia amministrative che doganali”.

In Italia le ZES saranno istituite con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta delle Regioni interessate, che dovranno specificare le caratteristiche tecniche dell’area o delle aree identificate, che non necessariamente dovranno essere adiacenti. Le regioni coinvolte sono quelle definite dalla normativa europea come “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia) o “in transizione” (Sardegna, Abruzzo e Molise).
La scadenza è alle porte in quanto la proposta deve essere presentata entro il 15 marzo prossimo ed è immaginabile che qualcuno ci stia ancora pensando.
Le aziende che avviano un programma di attività economiche imprenditoriali o di investimenti nelle ZES potranno usufruire di procedure semplificate (con riduzione dei termini per concessioni, licenze ecc.) e agevolazioni sia amministrative che doganali (con l’istituzione di zone franche intercluse, i cui punti di entrata e di uscita devono essere sottoposti a costante vigilanza doganale, le quali consentono la sospensione della fiscalità di confine per le merci non unionali).
Nonostante l’aggettivazione “economiche” delle zone ispiri un immediato collegamento mentale e ideale con il business, la valenza delle ZES sta, a tutti gli effetti, nel significato più ampio e alto del termine economia. Quella disciplina che regola l’uso razionale delle risorse ‒limitate ‒ di fronte ai nostri bisogni ‒ illimitati. Per questo le ZES divengono e sono progetti che, pur radicandosi, anzi proprio perché radicandosi, in una perimetrazione economica, arrivano a toccare ambiti quali: l’identità (dei luoghi), la comunicazione (possono essere uno straordinario dispositivo di promozione degli stessi), la cultura (in quanto ci sono bisogni non materiali da soddisfare), l’urbanistica (gli skyline dei luoghi potranno/dovranno essere rivisti e ri-significati), le relazioni (sia reali in spazi di socializzazione sia virtuali in nuove agorà) e l’elenco potrebbe continuare.
Vi sono indubbiamente a livello nazionale e locale elementi per avviare riflessioni e progettualità scalabili in funzione delle peculiarità delle aree geografiche, della tipologia di committenza, delle caratteristiche dei distretti e dei loro indotti per settori merceologici (non a caso sono state previste anche le ZLS – zone logistiche semplificate – allo scopo di favorire lo sviluppo di nuovi investimenti nelle aree portuali delle regioni in cui non trovano applicazione le ZES: porti del Nord Italia.

ECONOMIA E WELFARE

La “specialità” delle zone, verrebbe da dire, che dovrà afferire a una varietà di aspetti, meglio se interconnessi, per rafforzare l’effetto leva: infrastrutture avanzate, smart e accessibili, defiscalizzazione (imposte dirette e indirette, locali, tax credit, ecc.), aree ad alto tasso di creatività e inclusione, servizi green ed economia circolare, sperimentazione 5G, per citarne alcuni.
Siamo partiti dalle zone franche che il mercato dell’arte ha fatto proprie temporaneamente per un principio di libertà commerciale, siamo giunti alle zone economiche speciali permanenti (almeno in una lunga e adeguata fase di start-up) con un forte obiettivo di competitività, di welfarizzazione, di appeal per investimenti anche esteri, di nascita di nuovi luoghi di bellezza e relazioni per la comunità. Poi arriverà anche il turismo, sostenibile certo. I cittadini, non solo turisti, ringrazieranno.
Se governi (centrali e locali) e imprese dovessero ritardare ad aggiornare l’agenda, le istituzioni culturali potrebbero (forse) mettersi in gioco e dettarla? E ancora: il modello ZES siamo proprio sicuri che non possa/debba albergare anche laddove la norma non l’ha previsto? YES/ZES.

Irene Sanesi

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Irene Sanesi
Dottore commercialista e revisore legale. Socio fondatore e partner di BBS-pro Ballerini Sanesi professionisti associati e di BBS-Lombard con sedi a Prato e Milano. Opera in particolare nell’ambito dell’economia gestione e fiscalità del Terzo Settore con particolare riferimento alla cultura, settore nel quale pubblica e svolge attività di consulenza, apprendimento organizzativo e formazione per soggetti privati e pubblici. È esperta di fundraising per la cultura per cui cura campagne di raccolta fondi, occupandosi di formazione mentoring e consulenza per imprese culturali e creative ed in particolare per i musei. Fra le sue pubblicazioni: L’economia del museo (Egea, 2002), Creatività cultura creazione di valore. Incanto economy (Franco Angeli, 2011), Il valore del museo (Franco Angeli, 2014), “Il problema delle risorse: incentivi fiscali e fundraising” in Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali (a cura di Filippo Cavazzoni, IBL, ottobre 2018), Buona ventura. Lezioni italiane di storia economica per imprenditori del futuro (Il Mulino, 2018). Su Artribune Magazine è presente la sua rubrica “Gestionalia”. Scrive per Il Giornale delle fondazioni e Arteconomy. Per il CNDCEC (Consiglio Nazionale Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) è componente del Gruppo di lavoro Economia e Cultura. Dal 2011 al 2018 ha presieduto per l’UNGDCEC (Unione Nazionale Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) la commissione Economia della Cultura. Presidente dell’Opera di Santa Croce di Firenze. Presidente della Fondazione per le arti contemporanee in Toscana (il soggetto gestore del Centro per l'arte contemporanea L. Pecci Prato). Dal 2008 al 2016 è stata vice-presidente della Fondazione Istituto Internazionale di Storia Economica F. Datini. Tesoriere economo dell’Accademia delle Arti del Disegno. Economo della Diocesi di Prato. Membro del GAV (Gruppo Auto Valutazione) Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Economia.