La (non) urgenza della Convezione di Faro. L’editoriale di Stefano Monti

Stefano Monti esprime una serie di perplessità in merito all’urgenza che accompagna la ratifica italiana della Convenzione di Faro. Presentata nel 2005, la Convenzione, il cui nome rimanda alla città del Portogallo da dove tutto ha preso il via, si basa sul concetto di “eredità culturale” e sul legame tra patrimonio culturale e comunità.

Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina, 1880. Palazzo Madama, Senato della Repubblica Italiana, Roma
Cesare Maccari, Cicerone denuncia Catilina, 1880. Palazzo Madama, Senato della Repubblica Italiana, Roma

Una forte schiera di professionisti della cultura è sul piede di guerra nei confronti dell’attuale esecutivo e del Parlamento italiano per i ritardi e le difficoltà che sono emerse nella ratifica della Convenzione di Faro.
La questione, tuttavia, è un po’ più complessa di come possa apparire.
Se da un lato, infatti, ci sono evidenti interessi che spingono per la ratifica della Convenzione, dall’altro ci sono altrettante perplessità che emergono da una lettura più attenta del testo, soprattutto in vista di una sua ratifica nell’ordinamento italiano.
Perché, è inutile girarci intorno, ci sono tutti i margini per poter esprimere perplessità.
Beninteso, i princìpi sanciti all’interno della Convenzione sono più che condivisibili, ma l’implementazione di tali princìpi non è semplicissima, e i timori reali sono due: l’applicazione soltanto formale, una non corretta applicazione.
La Convenzione di Faro, infatti, chiama in causa concetti molto ampi (eredità culturale, partecipazione attiva da parte di tutti i cittadini, ecc.) che potrebbero essere tradotti in leggi e regolamenti vaghi, con il rischio del reiterarsi della nostra tradizione gattopardiana di fare grandi rivoluzioni che si traducono in un nulla di fatto.
D’altro canto, l’implementazione dei principi potrebbe portare a uno stato di confusione generale che potrebbe essere la condizione ideale per l’emergere di vecchi e nuovi favoritismi e familismi amorali o anche soltanto la costruzione di nuovi “comitati” pubblici, pagati dai contribuenti.
Questi rischi sono più o meno evidenti in tutti gli articoli della convenzione. Si prenda, ad esempio, l’articolo 4 “Diritti e Responsabilità concernenti l’eredità culturale”:
Le Parti riconoscono che:
a. chiunque, da solo o collettivamente, ha diritto a trarre beneficio dall’eredità culturale e a contribuire al suo arricchimento;
b. chiunque, da solo o collettivamente, ha la responsabilità di rispettare parimenti la propria e l’altrui eredità culturale e, di conseguenza, l’eredità comune dell’Europa;
c. l’esercizio del diritto all’eredità culturale può essere soggetto soltanto a quelle limitazioni che sono necessarie in una società democratica, per la protezione dell’interesse pubblico e degli altrui diritti e libertà.
Armandosi di onestà intellettuale, è fuor di dubbio che da questo articolo possano emergere entrambe le visioni. Basta guardare con più attenzione il punto a. e chiedersi come gli enti competenti saranno in grado di “normare” concretamente le attività attraverso le quali i singoli (da soli o collettivamente) potranno contribuire all’arricchimento dell’eredità culturale.
Che significa, arricchimento?
Come può essere dimostrato che un soggetto (da solo o collettivamente) sia in grado di poter contribuire a tale funzione? Quali sono i “limiti” oggettivi dell’intervento?

Il nostro Paese non è nemmeno dotato di una politica fiscale unitaria per i beni culturali e le attività culturali e creative, e noi vogliamo addirittura creare, in pochi mesi, politiche integrate di sviluppo?”.

Ricordiamo che “l’eredità culturale è un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi.
In un Paese come il nostro, in cui è ancora largamente diffuso il “sospetto” per tutto ciò che riguarda le attività di valorizzazione, come verrà percepito e recepito il concetto di “arricchimento”?
Ricordiamoci, infine, che in molti articoli è previsto che lo Stato membro si impegna ad adottare politiche “integrate” tra le varie dimensioni dell’eredità culturale (e quindi strategie di natura politica, economica, sociale, ambientale, tecnologica, ecc.).
Come si fa?
Il nostro Paese non è nemmeno dotato di una politica fiscale unitaria per i beni culturali e le attività culturali e creative, e noi vogliamo addirittura creare, in pochi mesi, politiche integrate di sviluppo?
Delle due l’una: o chi crea lobby per fare in modo che questa Convenzione venga approvata nel minor tempo possibile è un inguaribile ottimista o non ha ben compreso il livello di complessità che tale ratifica può comportare. Oppure lo ha compreso benissimo, e il suo interesse è proprio quello.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.