Riflessioni sul caso Palazzo dei Diamanti a Ferrara. L’opinione di Gabriella De Marco

Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata al nostro giornale dalla prof.ssa Gabriella De Marco che si inserisce nel dibattito su Palazzo dei Diamanti di Ferrara

Concorso per l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti, Ferrara. Il progetto vincitore di 3TI PROGETTI, Labics, arch. Elisabetta Fabbri e Vitruvio s.r.l. Immagine via www.cronacacomune.it
Concorso per l’ampliamento di Palazzo dei Diamanti, Ferrara. Il progetto vincitore di 3TI PROGETTI, Labics, arch. Elisabetta Fabbri e Vitruvio s.r.l. Immagine via www.cronacacomune.it

Gentile Massimiliano Tonelli,
qualche riflessione a margine dell’infuocato dibattito che sta montando intorno all’intervento di architettura contemporanea previsto all’interno di Palazzo dei Diamanti a Ferrara e che, verosimilmente, presumo sia destinato a non placarsi dopo la decisione, recente, da parte del ministro Bonisoli di bloccare il progetto di ampliamento.
Un confronto acceso ospitato, anche, sulle pagine di Artribune e che vede schierati da una parte la Fondazione Cavallini Sgarbi, che ha avviato una  petizione che vede l’appoggio, per obbligo di precisione, non solo di cantanti ma di figure competenti come quelle di Pierluigi Cervellati e Andrea Carandini e dall’altra Tiziano Tagliani, sindaco della città, sostenuto, da quanto leggo, da un fitto drappello di firme dell’architettura, dell’urbanistica, della storia dell’arte quali, tra le tante, quelle di Antonio Pinelli e Pippo Ciorra.
Che gli animi si accendano è, a mio avviso, un bene, perché ciò dimostra quanto l’architettura, il paesaggio, la città, in quel rapporto inscindibile nel segno della relazione tra passato e presente, siano un aspetto centrale nel dibattito culturale contemporaneo.
Ma non solo: ciò conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che intorno a quello che, genericamente, si definisce come spazio pubblico si coagulano sentimenti identitari di appartenenza, di rifiuto, di negazione, di risemantizzazione.
Patrimonio e identità sono, certo, una “coppia ben assortita,” sebbene non necessariamente dialogante in senso pacifico. Categorie non neutrali  in grado di sollecitare, come il caso  di Palazzo dei Diamanti  dimostra, passioni e opinioni differentemente orientabili.
È un ambito complesso quello della relazione tra città storica e città nuova, Città che sale, per citare un efficace titolo di un’opera di Umberto Boccioni, e che, indubbiamente, rappresenta un’eredità difficile da gestire.

PALAZZO DEI DIAMANTI

Un aspetto, questo, che studiosi, amministratori e figure istituzionali dovrebbero sempre aver presente.
L’affaire Palazzo dei Diamanti non è questione, seppure alta, locale ma obbliga, obbligherebbe a un tavolo di confronto tra le diverse figure istituzionali e scientifiche che si occupano dei molti aspetti racchiusi nell’intera vicenda.
Non entrerò, quindi, alla luce di queste considerazioni e differentemente da quanto sono solita fare, nel merito delle opinioni dei due schieramenti, sebbene in entrambi vi siano presenti posizioni condivisibili. Una scelta, la mia, di cui sono ancor più convinta alla luce della decisione del ministro Bonisoli.
Diversamente, mi interessa proporre un contributo di carattere generale.
Questo non perché pilatescamente non voglia assumermi le responsabilità di una presa di posizione, ma perché sono convinta, da storica dell’arte, che accanto alle norme e ad assunti dati per acquisiti quali quelli che riguardano la tutela del territorio e dei centri storici, debba esserci una riflessione incessante, anche, su quelli che posso definire come i tempi della città.  Una riflessione che si nutra del contributo di diversi punti di vista e di differenti competenze specialistiche.
I nostri centri storici sono, per ricordare le parole del filosofo francese Paul Ricoeur, una sorta “di testi viventi” dove coesistono segni di età differenti.

LA TUTELA

Tuttavia, se l’abitare che nel tempo ha lasciato nelle città la propria impronta è, certo, il segno del costruire e quindi traccia, documento stratificato di uno spazio edificato, misurabile, calcolabile, è, al tempo stesso, spazio del vissuto, luogo di vita che, come tale, si sovrappone e s’intreccia allo spazio costruito (sul rapporto tra ricordo, storia e memoria e più in generale sul territorio nell’età della globalizzazione segnalo alcuni casi studio da me pubblicati, invio a: Costruire il consenso: architettura, spazio urbano e committenza nell’Europa contemporanea, in Epekeina International Journal of Ontology, History and Critics,vol. 7, nn.1-2 (2016), pp.1-12, www.ricercafilosofica.it/epekeina; La casa capanna Pitigliani di Giovanni Michelucci nella frazione marittima di Tor San Lorenzo, a Ardea.(RM).Memorie di una comunità di pescatori, architetti, artisti e registi tra le dune del litorale laziale in La città, il viaggio, il turismo, VIII congresso Aisu 2017, [email protected]).
Esiste, dunque, mi chiedo, e chiedo a te e a chi mi legge, la necessità di ragionare, di sperimentare un rapporto nuovo tra la città storica, la città degli studiosi, la città   del fruitore, per citare Bourriaud, la città della popolazione?
È forse il caso, inoltre, nel rispetto, di “protocolli comuni” sorti a difesa dell’irrinunciabile esigenza di tutela e di trasmissione della memoria del passato, di valutare, caso per caso, anche all’interno del singolo contesto? Ovvero, per citare esempi che bene conosco come frutto di una mia fruizione personale, un conto è il palco del musical su Nerone allestito, seppur in forma transitoria, sul Palatino, un altro è il caso dello stadio della Roma che, indipendentemente dalla firma autorevole di chi lo ha pensato, e non me ne voglia la tifoseria della città, invita, innanzi tutto, a soffermarsi su una relazione di necessità.

LE POLEMICHE

È opera urgente e prioritaria nel contesto attuale di emergenza e crisi qual è quello Capitolino?
Ancora, sempre per insistere su Roma, ricordo il caso che suscitò polemiche incandescenti sul segno di forte ri-semantizzazione dell’Ara Pacis impresso, che piaccia o no, da Richard Meier nel centro storico della capitale in un contesto urbanistico ancora irrisolto e fortemente segnato dalla riscrittura del passato voluta da Mussolini.
Ben venga, dunque, il sasso lanciato nello stagno se questo è destinato a fare sistema.
Nella speranza e nell’auspicio che partendo innanzi tutto dall’anima di Ferrara e, certamente ultimo ma non ultimo, dal progetto vincitore del concorso (a firma di 3TI Progetti, Labics, architetti Elisabetta Fabbri e Vitruvio srl) si avvii una riflessione costruttiva che possa fare, anche, da riferimento per analoghe situazioni.
Per quanto mi riguarda dedicherò, come sempre faccio all’interno dei miei corsi istituzionali di Storia dell’arte contemporanea presso l’Università di Palermo, una finestra di approfondimento su questa avvincente quanto complessa questione.

– Gabriella De Marco

Professore ordinario di Storia dell’arte contemporanea
Dipartimento di Scienze Umanistiche
Università degli Studi di Palermo
Membro Aisu ( Associazione italiana di storia urbana)

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  • Giorgio Maria Borgato

    è mia opinione che l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti sia comunque da riprogettare e mettere in atto . Il fatto che i lavori siano stati bloccati spero sia inerente alle scelte architettoniche del pur vincente progetto e non aprioristiche . Al Louvre , ai tempi , la piramide in metallo e cristallo divise l’opinione degli architetti di tutto il mondo , alla fine fu messa in atto ed ora è vanto del Museo . Quello che ho potuto vedere del progetto di ampliamento del Palazzo dei Diamanti mi pare francamente privo di fascino , un minimalismo un po’ deprimente che non accontenterebbe la maggioranza degli interessati .
    Perciò ”forza studi di architettura !” , serve un’idea forte e sensata . Buon lavoro .