Le risorse pubbliche sono esigue, spesso non ci sono i soldi per fare la manutenzione, a malapena si pagano gli stipendi… Le solite storie. Io invece sono convinto che non sia mai questione di soldi. È un problema di idee.

Quando le idee ci sono, bastano i soldi che si hanno, o con facilità si reperiscono le risorse per realizzarle, e oltretutto non servono neanche tutti questi denari per fare le cose belle e buone. Manca spesso la buona volontà. Ad esempio la locazione degli spazi culturali, attività attaccata da ogni fronte come mercificazione e commercializzazione di luoghi “sacri”. Neanche questa si fa con appropriatezza e lungimiranza.

TUTTI VOGLIONO LE “LOCATION”

Ormai tutti si affittano come “location”: musei, parchi storici, biblioteche, teatri. Tutti mettono a disposizione spazi grandi, bellissimi, pregiati e spesso delicati per fare attività di terzi di ogni genere. Sempre di più sono i ricavi da locazione la primaria fonte di entrata, quella che garantisce il funzionamento di base o che permette marginalità positive.
Però, nonostante la loro necessarietà, continua ad aleggiare da una parte l’ipocrisia circa la loro opportunità, dall’altra la non strategicità dell’uso della locazione. Non c’è dubbio che in molti casi possa essere lesivo per il contenitore e magari dannoso o rischioso per il contenuto.

IMPARARE A SCEGLIERE

Non c’è altrettanto dubbio però che basterebbe scegliere. Ecco, in Italia manca la capacità di scegliere e discernere. Non per forza tutto va fatto, bisognerebbe fare lo sforzo di non ragionare per clientelismo ma secondo responsabilità di ruolo.

“Nonostante ciò, queste serate vengono trattate con la stessa sufficienza di un matrimonio privato o di un convegno sui cancelli elettrici”

Faccio ciò che è più profittevole, non solo in termini di output (quanti soldi porta) ma anche di outcome (quanti benefici indiretti e a lungo andare). E per outcome non intendo i benefici di essersi fatto un amico in più per avergli fatto sposare la figlia, quanto magari posizionare l’istituzione culturale su un nuovo pubblico che normalmente non l’avrebbe conosciuta.

IL PUBBLICO DELLA MUSICA ELETTRONICA

Sappiamo ad esempio che la concertistica di musica elettronica è molto profittevole. Si balla, si fa rumore, ci può essere un pubblico indisciplinato. Ma intanto non è sempre così, c’è tanta produzione di grande qualità, persone che viaggiano il mondo per andare a seguire gli artisti più affermati, vere e proprie tournée.
Soprattutto apre l’istituzione culturale a pubblici difficilmente frequentanti quel luogo. E parliamo comunque di musica, arte contemporanea, spesso allestita con scenografie importanti, servizi gastronomici sperimentali e all’altezza del valore dei luoghi.
Nonostante questo, queste serate vengono trattate con la stessa sufficienza di un matrimonio privato o di un convegno sui cancelli elettrici. A mio giudizio non sono proprio la stessa cosa.

– Fabio Severino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #36

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

 

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).