Boundless: India. La prima asta di Sotheby’s a Mumbai. Il report

Top lot Tyeb Mehta e la pioniera dell’arte indiana Amrita Sher-Gil. Ecco tutti i risultati della prima asta Sotheby’s in India

Amrita Sher-Gil, Untitled (1923). Courtesy of Sotheby’s
Amrita Sher-Gil, Untitled (1923). Courtesy of Sotheby’s

Il 29 novembre Sotheby’s ha tagliato il nastro della sua prima asta a Mumbai e con Boundless: India al Taj Mahal Palace Hotel afferma un più incisivo presidio (lì dove invece Christie’s ha deciso di non tenere più vendite). Attiva in città con un proprio ufficio dal 2016, la casa inglese è uscita vincitrice dal confronto con un contesto complesso: porto principale sul Mar Arabico, Mumbai è il centro finanziario e commerciale dell’India, oltre che hub primario dell’industria del cinema e della moda, ma in equilibri da ricercare tra divari socio-economici e tensioni religiose, sullo sfondo di uno skyline da megalopoli, tra le architetture coloniali e gli slum degli ultimi.

IL MERCATO DELL’ARTE IN ASIA MERIDIONALE: UN ECOSISTEMA IN EVOLUZIONE

E complesso è anche lo scenario da decodificare del mercato dell’arte in India e in Asia meridionale. Quello indiano è un mercato tradizionalmente difficile da approcciare per gli operatori occidentali, sia per l’assenza di un’infrastruttura consolidata, per le lentezze della macchina burocratica e amministrativa, sia per le allergie dei collezionisti locali per forme e contenuti artistici meno tradizionali. Allo stesso tempo però l’Asia meridionale tutta conserva del potenziale da esplorare, con un mercato dell’arte in ripresa: +13% nel 2017 rispetto all’anno precedente e vendite per 223 milioni di $. Nel 2017 le vendite in asta hanno totalizzato $ 118.2 milioni (+17.1%), di cui $ 48.2 milioni solo nelle case d’asta indiane, mentre quelle in galleria si aggirerebbero intorno ai $ 104.5 milioni, $ 81.1 milioni solo in quelle indiane (fonte: ArtTactic, South Asian Art Market Report 2017). Sulla strada dell’internazionalizzazione, le case d’asta indiane, come Asta Guru e Saffronart, sono entrate nei Top 30 auctioneers del 2018 Global Art Market Report (fonte: artprice.com) e aumentano le gallerie indiane presenti ad Art Basel Hong Kong (9 nel 2018, rispetto alle 6 del 2017 e le 4 del 2016).  Dopo il boom che, tra 2004 e 2008, aveva portato per la prima volta il mercato indiano all’attenzione internazionale e favorito la nascita di gallerie, fiere e case d’asta tuttora attive, e lo sboom post crisi 2008-2009 – con un calo del 66% nelle vendite all’asta di arte moderna e contemporanea – l’ecosistema del mercato indiano sembra ora tentare un percorso di consolidamento più accorto, per un mercato dell’arte più sostenibile. Intanto l’economia indiana mostra una crescita del 7% annuo dal 2014 e, come accade spesso alle economie emergenti dei Paesi del BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) questo sembra incoraggiare gli investimenti in arte, seppure con un margine di imprevedibilità da non sottovalutare. Di certo sembra in ascesa una nuova generazione di giovani collezionisti, che non hanno vissuto il primo boom e relativa bolla speculativa e si avvicinano all’arte con un approccio meno aggressivo.

Tyeb Mehta, Durga Mahisasura Mardini (1983). Courtesy Sotheby’s
Tyeb Mehta, Durga Mahisasura Mardini (1983). Courtesy Sotheby’s

LA VENDITA

Boundless: India ha visto in offerta un catalogo di 60 lotti di arte moderna e contemporanea, fotografia, stampe, design, con opere di artisti indiani insieme ad artisti occidentali ispirati dal subcontinente indiano. Con un range di stime, da quelle di poche centinaia di euro a quelle milionarie, l’asta si rivolgeva a un target diversificato, fatto quindi non solo di collezionisti con ampie disponibilità, anche se, secondo il Central Board of Direct Taxes indiano, sarebbe in piena espansione il club dei crorepati (omologhi hindi degli High net worth individual), con disponibilità patrimoniali oltre i 10 milioni di rupie: 81.000 individui, +68% in 3 anni (fonte: Business Today). Il sale total a fine serata è stato $ 7.9 milioni (da un totale pre-vendita di US $ 6-8.7 milioni), con solo 11 lotti invenduti.

TOP LOT

A guidare la vendita una delle opere di arte moderna dell’Asia meridionale più costosa mai offerta in asta: il dipinto di Tyeb Mehta, Durga Mahisasur Mardini, che ritrae il dio Durga che sconfigge il demone bufalo Mahishasura, commissionato all’artista nel 1993 e che appariva sul mercato per la prima volta da allora. Con una stima di $ 2.7-4.1 milioni, ha guadagnato la posizione di top lot della serata con $ 2.9 milioni (€ 2.5 milioni). Grande l’attenzione anche per il ritorno sul mercato di una rarissima opera di Amrita Sher-Gil, pioniera dell’arte indiana della prima metà del ‘900 e considerata, in una vulgata pop, la “Frida Kahlo” dell’arte indiana. Solo due sono i suoi dipinti a olio mai passati in un’asta in India e sei a livello globale. The Little Girl in Blue (1934) non era pubblicamente visibile dal 1937 ed è stata aggiudicata a $ 2.54 milioni (€ 2.3 milioni), poco distante dal record di Sotheby’s New York per l’artista del 2015 di $ 2.9 milioni, e agilmente oltre le stime pre-vendita di $ 1.15-1.7 milioni. In asta anche un’altra opera di Sher-Gil, Untitled, un acquerello del 1923, che ha trovato un nuovo proprietario a $ 75.000.

Amrita Sher-Gil, The Little Girl in Blue (1934). Courtesy of Sotheby's
Amrita Sher-Gil, The Little Girl in Blue (1934). Courtesy of Sotheby’s

ALTRI RISULTATI

Buone le performance anche per alcuni dei big five del Progressive Artists Group, molto richiesti dai collezionisti indiani e internazionali: Francis Newton Souza, Untitled (Head), € 50 mila, e Untitled (St. Paul’s Cathedral), 1961, € 235.522; Sayed Haider Raza, Untitled, € 141 mila. Se raggiunge quota oltre i duecentomila euro Arpita Singh, considerata una delle più importanti artiste viventi indiane, con Men Sitting, Men Standing, 2004, € 235.522, si difendono con forza anche Zarina Hashmi, con la sua via indiana al minimalismo (Fleeting moments, 2012, poco più di € 47 mila) e, tra i mid-career contemporanei, A. Balasubramaniam, Traces (Diptych), del 2004, a quasi € 60 mila. Reduce da un record d’asta di £ 1.1 milioni da Sotheby’s a Londra, nonché da una prestigiosa retrospettiva alla Tate Modern, incalza i grandi established del Progressive Group Bhupen Khakhar. Due i lotti offerti a Mumbai, dalla collezione di Balkrishna V. Doshi – l’unico architetto indiano ad aver vinto il Pritzker Architecture Prize. Partiti da stime contenute – si trattava di acquerelli su carta degli anni Novanta – le hanno entrambi praticamente doppiate: Untitled (Tailor), con oltre € 25 mila, e Untitled (View from a window), oltre i € 10 mila.

UN SENTIMENTO DI FIDUCIA

Da un lato sembrerebbe dunque ben riposta una diffusa fiducia nel futuro dell’arte. Negli ultimi dieci anni si sono inoltre moltiplicate le iniziative sia degli attori più direttamente legati al mercato che di quelli non strettamente commerciali, nutrimento imprescindibile per la creazione di un dibattito condiviso sull’arte e per la sua promozione. Anche lo scenario asiatico è stato investito dalla biennale fever, con decine di biennali e festival di arte nati dal 2009 (Kochi-Muziris Biennale, Colombo Art Biennial, Pune Biennial, Serendipity Arts Festival, Dhaka Art Summit), sostenute dal mecenatismo privato che è in India un driver imprescindibile, in assenza di quello pubblico, protagonista anche dell’apertura di nuovi musei e fondazioni  (come il Kiran Nadar Museum o la Foundation for Indian Contemporary Art). Sembra al pari crescente l’attenzione per l’arte moderna e contemporanea degli operatori, ottimisti rispetto a eventuali effetti negativi di alcune misure governative – una su tutte, la demonetizzazione del 2016 – che in passato hanno impattato negativamente sulle transazioni economiche (la guerra al contante come contromisura a evasione fiscale, fondi neri, contraffazione di banconote ha rallentato il Pil nazionale di oltre due punti nel 2017,  dal 7,9 al 5,7%). Per altri versi però, se l’India primeggia nel marketplace dell’Asia meridionale, sembra tuttavia ancora da raggiungere una prospettiva davvero internazionale e non aiuta la recente notizia che MCH Group, il gruppo che gestisce Art Basel, cederà i propri pacchetti azionari di India Art Fair, di cui era diventato socio di maggioranza solo due anni fa.

ARTISTI INDIANI NEL CONTESTO INTERNAZIONALE

Questo mentre, invece, le istituzioni internazionali occidentali – dalla Tate al Met Breuer a documenta alla Biennale di Venezia – iniziano ad aprirsi ai grandi nomi storicizzati dell’arte indiana come Bhupen Khakhar, uno dei protagonisti del Baroda Group, o alle artiste donna come Nasreen Mohamedi. Oltre ai membri del Progressive Artists Group (F. N. Souza, S. H. Raza, M. F. Husain, K. H. Ara, H. A. Gade, S. K. Bakre), protagonisti consolidati sia delle mostre che delle aste nell’ultimo decennio, aumenta anche la visibilità museale di artisti contemporanei viventi: si pensi solo alle recenti mostre di Nalini Malani tra Stedelijk Museum, Centre Pompidou e Castello di Rivoli. Resta da vedere dunque, dopo questo primo notturno indiano, come si configurerà nel lungo termine lo scenario del Subcontinente e, di conseguenza, la presenza e l’incidenza dei top player internazionali, e capire se nel mercato dell’arte globale “è vero che tutto può cambiare in un giorno” (Arundhati Roy).

– Cristina Masturzo

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Cristina Masturzo
Cristina Masturzo è nata a Salerno e vive a Milano. Ha studiato Economia dei beni culturali all'Università di Napoli e Storia dell'arte e della critica d'arte all'Università di Salerno, trascorrendo un periodo di ricerca all'Archivio Luciano Caruso a Firenze. Dopo anni di esperienza professionale in una galleria d'arte contemporanea, ha conseguito il diploma di master in Contemporary Art Markets alla NABA di Milano e trascorso un periodo di internship in Sotheby's Italia. Attualmente collabora con il dipartimento di Arti Visive di NABA e con FM Centro per l’Arte Contemporanea. Particolarmente interessata alle dinamiche del mercato dell'arte contemporanea, segue come freelance progetti di ricerca sul sistema dell'arte e progetti editoriali indipendenti.