Una panoramica sul collezionismo odierno e sui suoi protagonisti. Sfatando il luogo comune della vanità a tutti i costi.

Quando si parla di collezionismo, siamo sempre abituati a pensare a soggetti che in qualche modo rientrano nel “giro” del mondo dell’arte, quel sistema fatto di vernissage, fiere e biennali che si rincorrono a scadenza fissa in giro per il globo. Come tutti i luoghi comuni, anche questo ha una forte componente di verità; ma come tutti i luoghi comuni, ci sono frammenti di realtà che in questo cliché non vengono rappresentati.
Per quanto la vanità di molti esponenti del mondo dell’arte tenda a far coincidere il collezionista con una serie di caratteristiche (prima fra tutte, l’appartenenza a un medesimo contesto socio-culturale), esistono numerosi outsider, per usare un termine che andava tanto di moda negli Anni Novanta. Alcuni di questi collezionisti, in virtù del loro carattere “atipico”, sono spesso noti all’interno del mondo dell’arte (come nel caso di Jacques-Antoine Granjon), altri sono rappresentati da personaggi famosi del mondo musicale (come l’ormai celebre collezione di Elton John o di George Michael) e da altrettanto famosi investitori privati (qui la lista è lunga). A queste categorie se ne aggiungono delle altre, di cui si conosce spesso poco e che non rientrano nelle liste dei “collezionisti più importanti, più ricchi, più influenti” e così via. È il circolo dei “collezionisti anonimi”, soggetti che amano l’arte ma che non amano presentarsi come tali.

ANONIMATO CERCASI

Perché è così importante questa tipologia di collezionisti? Per una serie di ragioni: la prima riafferma il valore dell’arte come medium in grado di coinvolgere persone molto diverse tra loro (e a volte insospettabili), la seconda invece riguarda le dimensioni economiche del mercato dell’arte, anche e soprattutto nel nostro Paese.
Il nostro collezionismo non si discosta dalle caratteristiche (più o meno generali) del collezionismo globale: pur essendo soltanto una minima economia per quanto riguarda il comparto, siamo la seconda nazione europea per numero di musei privati e vantiamo una serie di collezionisti illustri che spesso rientrano nelle pagine delle riviste di settore. Per il resto, i nostri collezionisti sono anonimi: imprenditori, esponenti del mondo della finanza e tanti altri che apprezzano e acquistano arte, ma senza la luce dei riflettori. Questi collezionisti rappresentano un nucleo importante del collezionismo italiano, che acquista direttamente dall’artista o attraverso l’intermediazione di uno o più galleristi di fiducia, che in genere non amano fornire nominativi né quantitativi di vendita. Al riguardo, nel tempo, sono stati numerosi i tentativi posti in essere per conoscere il dimensionamento di questo tipo di collezionismo, e tutti (chi più, chi meno) hanno fallito nel loro intento, avvolgendo di mistero questa figura.

Le Vérone. Hall Accueil. Photo © Vincent Fillon
Le Vérone. Hall Accueil. Photo © Vincent Fillon

ARTE E INVESTIMENTI

La categoria del collezionista “schivo”, però, non è l’unica ad avere il proprio fascino. Un’altra categoria, affermatasi nell’ultimo decennio, ad avere pochi nomi di riferimento è rappresentata da chi acquista arte attraverso la sottoscrizione a fondi di investimento. Per quanto questo collezionismo possa essere stato accolto con timidezza e qualche volta con fastidio, il collezionista finanziario non opera necessariamente con fini speculativi. È bene precisare questo punto. Esistono numerose categorie merceologiche nelle quali un soggetto può decidere di investire le proprie risorse. Alcune sono anche molto più produttive dell’arte (nonostante il mercato “finanziario” dell’arte abbia conosciuto una forte espansione negli ultimi anni). Appurato ciò, ne deriva che chi decide di investire in questo settore lo fa per tantissimi motivi, e solo in piccola parte lo fa per interesse prettamente economico-finanziario.
Tra coloro che decidono di investire attraverso i famigerati artfunds, ad esempio, rientra anche chi si “affaccia” al mondo dell’arte e, più che procedere a un acquisto diretto, preferisce avviare un interesse in questo settore, intuirne le dinamiche, conoscerne i soggetti coinvolti, apprezzandone i contenuti, e contare allo stesso tempo su margini di rendimento del capitale. Questi soggetti costituiscono parte dell’altra grande categoria interessante per il mondo dell’arte. Sono le persone che domani acquisteranno direttamente opere e rappresentano quindi un target molto importante sia per ciò che concerne il mercato nelle sue forme più monetarie, sia per l’influenza che i loro acquisti possono avere sul lato dell’offerta.

UN OCCHIO AL FUTURO

Guardando ad altri comparti merceologici, la catena di supermercati statunitensi Target ha ingaggiato, qualche anno fa, un team di esperti per individuare (attraverso l’analisi dei consumi) le donne in “dolce attesa”, così da poter fornire loro dei volantini personalizzati, con forti sconti sui prezzi dei prodotti pre-maman. Il motivo è che, quando un consumatore instaura un rapporto di fiducia con un rivenditore, è più tentato a reiterare l’acquisto attraverso quel canale di vendita, piuttosto che comparare tutte le volte la miglior offerta disponibile sul mercato. È questo il livello di imprenditorialità che manca nel mercato dell’arte (e della cultura, più in generale). Affannato alla ricerca del quotidiano, non sviluppa (se non timidamente) tentativi di formazione degli acquirenti, quando invece dovrebbe essere il comparto in cui la “formazione” e la creazione di un rapporto di fiducia rappresentano valori di prima importanza.
L’analisi del collezionismo attuale rivela che tutti possono essere collezionisti d’arte, dai politici ai calciatori. Ma si può anche andare oltre. Si può iniziare ad avviare indagini per scoprire chi sarà un futuro collezionista. In un mondo così attento al carattere predittivo, questo è un dettaglio a cui nessuno ha ancora pensato.

– Stefano Monti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #36

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • GIOVANNA

    Buongiorno! Sì, certo, una visione positiva e “romantica” della figura del collezionista senza vanità, schivo e riservato, che i galleristi contribuiscono ad ammantare di affascinante mistero….Ma quanti di quei signori possiedono tesori immensi mai dichiarati, acquistati senza alcun riscontro fiscale da artisti e galleristi compiacenti, che mai hanno denunciato un euro di guadagno? Quali enormi somme di denaro sporco, o “semplicemente” incassato in nero, se non rubato, hanno permesso a questi illuminati imprenditori di riempirsi le pareti (e i magazzini e i caveaux) di capolavori? che la loro riservatezza e timidezza tiene ben lontani dagli occhi di tutti, soprattutto del fisco, sottraendoli oltretutto ad una pubblica visibilità che ben meriterebbero. Che sia anche per questo, che in Italia ce ne sono tanti?
    Che poi molte responsabilità vadano alla “poca lungimiranza” della nostra ottusa legislazione, per non dire assoluta cecità, questo è altrettanto vero. Ma dipingerli tutti, indistintamente, come degli illuminati mecenati e sensibili cultori del bello e dell’arte, mi sembra quantomeno riduttivo e fuorviante.
    Cordialmente
    Giovanna