Basilea, New York, Londra. È Stingel-mania

Dalle aste alle gallerie, l’artista originario di Merano conquista sempre più il favore di pubblico, collezionisti e investitori. Tante le ragioni e molteplici gli effetti, sul mercato e sulla carriera del 60enne Rudolf Stingel.

Rudolf Stingel, Untitled, 2012 @ Sotheby's
Rudolf Stingel, Untitled, 2012 @ Sotheby's

LA DIFFUSIONE DELLA STINGELITE
È acclarato: il mercato dell’arte è stato contagiato dalla “stingelite”. Chiunque abbia visitato Art Basel si è accorto che molte gallerie avevano allestito nei loro stand attraenti opere di Rudolf Stingel, artista nato a Merano nel 1956 ma di casa a New York. Kenny Schachter di Artnet ha perfino calcolato il valore totale di quelle opere, più di 22 milioni di dollari distribuiti tra le gallerie primarie dell’artista (Massimo De Carlo, Sadie Coles, Paula Cooper e Larry Gagosian) e alcune del mercato secondario (Dominique Levy, Richard Gray).
Sebbene il dato stimato non sia realmente riscontrabile, il fenomeno non è nuovo né tantomeno inspiegabile: negli ultimi diciotto mesi, a New York, Gagosian ha prodotto un ciclo di quattro mostre dedicate all’artista; a qualche block di distanza, tra il 2015 e il 2016 sono state vendute all’asta le opere che hanno ottenuto i risultati migliori in assoluto, sopra tutti il record di 4.757.000 dollari (da Christie’s).
In questi giorni, a Londra, inoltre, Inigo Philbrick – giovane e influente art dealer – propone una mostra di Instruction paintings realizzati tra il 1989 e il 1996 e Christie’s, Sotheby’s e Phillips metteranno all’asta quattro sue opere.

Come farsi un Rudolf Stingel da sé - istruzioni distribuite nel 1989 alla Galleria Massimo De Carlo di Milano
Come farsi un Rudolf Stingel da sé – istruzioni distribuite nel 1989 alla Galleria Massimo De Carlo di Milano

EFFETTI ED ESORDI
Ma la sovraesposizione e l’inevitabile quadrangolazione tra arte, collezionismo, investimento e lusso, avranno effetti positivi sui processi produttivi dell’artista e sul suo mercato a medio e lungo termine? È evidente che alla maggior parte degli artisti piaccia poco vedere trattate le proprie opere come oggetti da speculazione, ma è altrettanto evidente che se la prima cosa che salta in mente a chi osserva un’opera è quanto possa costare, il lavoro perde gran parte della sua forza.
La situazione fa un po’ specie soprattutto se si ripensa agli esordi della carriera trentennale di Stingel, che ha iniziato il suo percorso con progetti che mettevano in discussione proprio la questione dell’autorialità e del coinvolgimento dello spettatore. Nel 1989, in occasione della mostra da Massimo De Carlo, che ha valorizzato per primo l’artista, i dipinti esposti erano accompagnati da vere e proprie istruzioni su come farsi uno Stingel da sé, tutto il contrario di un oggetto esclusivo: su un dépliant veniva descritto il modo di realizzare un’opera in un giorno, dal primo strato di vernice a olio alla sovrapposizione di un tessuto leggero, fino allo spray di color argento.

EXPLOIT VENEZIANI
Nel 1993 e nel 2003, le partecipazioni alla Biennale di Venezia erano all’insegna dell’accessibilità e gli ambienti implicavano l’intervento diretto dei visitatori. La stanza argento della Biennale curata da Bonami, su cui si poteva incidere una scritta, un commento, sembrava trasformare lo spazio in palinsesto urbano dove si depositava mano a mano la coscienza collettiva. Nel 2007 le mostre a Chicago e al Whitney di New York avevano già il sapore della retrospettiv,a ma la consacrazione del pubblico è avvenuta, sempre in Laguna, nel 2013 quando François Pinault ha permesso di ricoprire l’intero Palazzo Grassi con una moquette/tappeto e pochi dipinti alle pareti.
Negli ultimissimi anni sembra che solo le gallerie private possano permettersi di dedicare una mostra a Stingel e per tanto le sue opere si vedono prevalentemente alle fiere.

Rudolf Stingel, Untitled 2014 @ Phillips
Rudolf Stingel, Untitled 2014 @ Phillips

UN ARTISTA CHE PIACE
Stingel è davvero un artista interessante; è tra i pochi che possono essere letti e percepiti a diversi livelli. Piace al grande pubblico perché le sue opere sono grandi, belle e coinvolgenti; piace ai collezionisti perché può essere considerato un trait d’union tra gli Anni Cinquanta e Sessanta di Piero Manzoni (si vedano i polistiroli), Lucio Fontana e i tedeschi del Gruppo Zero e i quarantenni americani come Mark Grotjahn, Kelley Walker e Wade Guyton. Piace agli investitori perché consente margini significativi.
Sarebbe forse opportuno tentare di arginare i fenomeni speculativi per consentire lo sviluppo della carriera di un artista che, alla fine, ha solo sessant’anni.

Antonella Crippa

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonella Crippa
Antonella Crippa è una art advisor e vive e lavora a Milano. Da settembre 2017 è la curatrice responsabile della Collezione UBI BANCA. Si forma come storica dell’arte laureandosi in Conservazione dei beni culturali e diplomandosi alla Scuola di specializzazione in storia dell’arte all’Università statale di Milano. Per qualche anno è stata curatrice indipendente (tra gli altri progetti espositivi: 1999-2002, Da Cima a Fondo, Torre del Lebbroso, Aosta; 2004 On Air, Video in Onda dall’Italia, Galleria Civica di Monfalcone; 2007, In Cima alle Stelle, Forte di Bard). Dal novembre 2009 al luglio 2017 è stata responsabile del dipartimento di Art Advisory di Open Care, società della quale era membro del consiglio di amministrazione. Ha collaborato con la Commissione Europea come esperta valutatrice. Insegna “Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali” al postgraduate master Contemporary Art Markets della NABA - Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Giornalista pubblicista, in precedenza ha scritto per diverse testate; per Artribune si occupa di mercato dell’arte.