Complice la pandemia, è necessario mettere a punto un sistema fiscale che rilanci il settore galleristico italiano e non solo. Come? Iniziando a prendere spunto dagli altri Paesi.

Immaginate di essere a Ponte San Ludovico, il confine italo-francese che si affaccia sul mare tra Liguria e Costa Azzurra. Immaginate un mercato di fiori e piante e dei banchi, qualcuno al di qua e qualcuno al di là del confine. E immaginate la gente in una bella giornata a comprare mentre voi, come degli umarell, state lì a guardare le cose che accadono.
Vedrete che nei banchi si vendono più o meno le stesse cose, ma sul lato francese le piante esotiche, che sono di gran moda, da un po’ di tempo costano meno. E questo fatto fa sì che ci siano più banchi verso Mentone che non verso Ventimiglia e, ovviamente, più acquirenti. In Italia, poi, c’è un signore nella villetta di fronte che tiene la porta aperta. Il proprietario aveva anche lui un banco al mercato, ma ora fa da casa. Acquista qua e là e continua a vendere qualcuna delle cose che trovi sulle bancarelle, ma lo fa senza pagare le tasse e questo gli permette due strade: venderle a un prezzo più basso o guadagnare di più. O tutte e due le cose.
Questa è la situazione delle gallerie italiane. Quella dei banchi del mercato lato Riviera dei Fiori. Quella di operatori che non lavorano sullo stesso piano della concorrenza straniera (e, in un mercato globale, è come avere un banco del mercato di fianco all’altro) e che si devono guardare le spalle da furbetti nostrani, con il risultato che un mercato economico potenzialmente molto florido risulta fiacco e secondario. Un settore in cui tutti (operatori e Stato) avrebbero da guadagnare in prestigio e denaro che non riesce a decollare e rischia di sciupare un’occasione colossale come la Brexit, l’abdicazione di Londra come primo mercato EU. Una occasione che Parigi sta invece sfruttando.

LA NECESSITÀ DI UNA RIFORMA COMPLESSIVA

E quindi? Quindi serve un serio ragionamento su una riforma complessiva, una semplificazione delle norme, serve concentrarsi su cosa possa permettere agli scambi di moltiplicarsi guadagnando, finalmente, una fetta di torta dell’Art Basel & UBS Report.
Cosa non serve. Non serve lamentarsi e, soprattutto, non serve immaginare che la sopravvivenza prima e il rilancio poi si perseguano con battaglie donchisciottesche come ritoccare le aliquote IVA: è un’impresa certamente meno proficua dell’utilizzo proattivo di una fiscalità volta a generare scambi. Non serve neanche inventare, in taluni casi: se certe cose funzionano altrove, perché non dovrebbero funzionare in Italia?
Un buon compositore non imita. Ruba”. Per Stravinskij questa non era una confessione ma una semplice constatazione di un dato di fatto. Qualcosa di molto vicino a quanto teorizzava Walter Benjamin che immaginava l’apice di una carriera nella stesura di un romanzo fatto solo di citazioni. Rubiamo, quindi, dalle norme altrui, adattiamole alle nostre esigenze, miglioriamole dove riteniamo. Quando lo facciamo, quindi, facciamolo bene.
Abbiamo rubato alla Francia introducendo nel nostro ordinamento l’Art Bonus. Quello che però non abbiamo fatto, è di rubare anche la norma che prevede che le aziende che acquistano opere originali di artisti viventi possano detrarre dal risultato dell’anno di acquisizione e dei quattro anni successivi una somma pari al prezzo di acquisto, a patto che tali opere vengano esposte in un luogo accessibile al pubblico o ai dipendenti, ad eccezione dei propri uffici, per cinque anni. Se a questo aggiungi, che so, che le opere devono essere di artisti italiani, puoi così sostenere la circolazione di arte nazionale; che devono essere di artisti sotto una certa età, favorisci i giovani; che non deve aver avuto altri proprietari, favorisci la produzione di nuove opere.

5 proposte fiscali per far ripartire il mercato dell'arte. Grafica © Artribune Magazine
5 proposte fiscali per far ripartire il mercato dell’arte. Grafica © Artribune Magazine

IPOTESI E NORME

Possiamo rubare agli USA la norma che fino al 2018 permetteva la sospensione dal reddito imponibile delle plusvalenze derivanti dalla cessione di opere d’arte se l’importo incassato veniva reinvestito in altre opere (una norma nata per il mercato immobiliare e poi estesa ad altri settori e che Trump, immobiliarista, si è riportato a casa).
Rubare così ci fa sentire Robin Hood? Allora proseguiamo modificando le norme sulla circolazione dell’arte attingendo dal principale mercato europeo, quello britannico, che obbliga lo Stato all’acquisto per quelle opere che in Italia chiamiamo “notificate”, ossia per cui viga il divieto di esportazione in quanto considerate di interesse nazionale e che qui da noi rimangono al collezionista ma con una significativa perdita di valore a causa della restrizione del mercato (e non parliamo del mercato londinese, oltretutto).
Ma in fondo sono sempre i cugini a essere sempre i più amati e odiati. Allora perché non rubare ancora in casa dei francesi (e così ne approfittiamo per non lamentarci più del “furto” della Gioconda)? Quindi: potremmo, senza grande fantasia, abbassare le imposte sull’importazione al loro livello, portandola dal 10 al 5,5%. Esageriamo, pure mezzo punto in meno. Lo Stato porterebbe a casa il 5% di un mercato mica piccolo invece del 10% di quasi nulla e noi porteremmo un po’ di banchi del mercato dalla Costa Azzurra alla Riviera ligure. Fare due conti non guasterebbe.
Così come farli pensando a quel tipo che vende le cose da casa sua (ricordate?) e tassare le vendite tra privati. Partendo da un’aliquota sulla plusvalenza del 26% e calando ogni anno del 5,2%, arrivando a zero dopo un quinquennio. Perché farlo? Perché lo Stato ci guadagnerebbe, perché le gallerie eliminerebbero una concorrenza sleale, perché ogni mercato fiorente si basa su norme chiare e facili da applicare e verificare, mentre ogni zona d’ombra fa felici solo quelli che sguazzano nelle paludi. Perché un oggetto diventa parte di una collezione progressivamente e abbassare la tassazione altrettanto progressivamente avrebbe senso e definirebbe chi è collezionista e chi è mercante senza doversi affidare a espedienti talvolta decisamente senza senso, come il considerare il prestito di un’opera a un museo per una pubblica fruizione come operazione commerciale volta all’aumento del valore dell’opera (ah, all’estero questo atteggiamento è, ovviamente, premiato).
Fare o non fare, non c’è provare. Facciamolo, quindi.

Franco Broccardi

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #59

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Franco Broccardi
Dottore commercialista. Esperto in economia della cultura, arts management e gestione e organizzazione aziendale, ricopre incarichi come consulente e revisore per ANGAMC, Federculture, ICOM, oltre che per musei, teatri, gallerie d’arte, fondazioni e associazioni culturali. È coordinatore del gruppo di lavoro "Economia e cultura" presso il CNDCEC.