L’eccezione italiana sull’arte va considerata. La proposta di Sylvain Bellenger e Sergio Risaliti

Sylvain Bellenger, Direttore generale del Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, e Sergio Risaliti, Direttore artistico del Museo Novecento di Firenze, si interrogano sulle urgenze del post pandemia: tecnologia, utopia e arte

Museo di Capodimonte
Museo di Capodimonte

Nelle lunghe settimane del contenimento che ci protegge dal Coronavirus, le istituzioni culturali italiane hanno drammaticamente condiviso con tutta la popolazione le ristrettezze e le tante criticità, ma al contempo, per stare dalla parte del pubblico e continuare nella loro funzione di sensibilizzazione, hanno vissuto una vera e propria esplosione della digitalizzazione dimostrando la loro capacità di adattamento. Musei, ma anche centri d’arte, gallerie e archivi, si sono proiettati come mai prima nel secolo della digitalizzazione, comprendendone l’efficacia come mezzo culturale, come mezzo di educazione, di intrattenimento e di accesso democratico alla cultura. In pochi giorni, si è dimostrato quanto l’arretratezza storica della digitalizzazione potesse essere ribaltata, recuperata e diventare finalmente una potente risorsa per la comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico, un mezzo evoluto per la gestione e la tutela del patrimonio culturale grazie all’intelligenza artificiale. Dal momento in cui è venuto meno l’accesso fisico ai musei, il godimento sensibile delle opere in una sala museale assieme agli altri visitatori, ecco che è diventato evidente come il museo digitale al meglio delle sue funzioni e della sua architettura concettuale sia in effetti un’esperienza complementare e necessaria alla vita stessa delle istituzioni e all’esperienza dell’arte nel nostro tempo e per il futuro. Stiamo verificando quanto tutela e conservazioni sono funzioni monche senza la valorizzazione, che necessariamente passa anche attraverso la digitalizzazione e tutte le sue potenzialità.  E senza di queste non possiamo concepire il futuro della sensibilizzazione in un futuro sempre più dominato e gestito dai mezzi di comunicazione e condivisione digitale.

Sylvain Bellenger
Sylvain Bellenger

L’ALTERNATIVA DIGITALE

Non c’è dubbio che la priorità digitale con la modernizzazione tecnologica del lavoro intelligente, che si è dimostrata più produttiva, più mirata, più ecologica, rispetto alle dinamiche spesso dispersive dell’ufficio, è uno dei contributi positivi della crisi sanitaria, che ha reso necessaria la chiusura, come mai prima nella storia, di tutte le istituzioni museali in Italia e nel mondo. Da tempo stanno esplodendo le contraddizioni del vecchio sistema e il lavoro intelligente si sta rivelando incompatibile con la timbratura del cartellino, un metodo di controllo del lavoro industriale, ereditato dal taylorismo, obsoleto da 50 anni, che non permette un reale controllo della produttività. La timbratura delle presenze ignora la natura intellettuale della maggior parte delle professioni museali, il genere di produzione, i suoi ritmi e le sue modalità. Stiamo verificando nuovi schemi di organizzazione del lavoro che rendono più flessibile lo scambio tra funzioni pratiche e teoriche, e una maggiore personalizzazione della gestione del lavoro, con incremento della creatività e redditività. Questi sono alcuni degli aspetti già visibili e positivi della crisi. Ora dati questi cambiamenti e con le nuove tecnologie a disposizione diventa più che mai evidente la necessità di portare le giovani generazioni nelle strutture della cultura, in quanto sono le uniche a saper padroneggiare il linguaggio della tecnologia contemporanea. Il “computer native”, in contrapposizione al “computer migrant” come dicono gli anglosassoni, sarà infatti in grado di guidare questa rivoluzione, che nelle ultime settimane ha subito un’accelerazione spettacolare.

Museo e Real Bosco di Capodimonte "Jan Fabre. Oro Rosso, Sculture d'oro e corallo, disegni di sangue". © Luciano Romano
Museo e Real Bosco di Capodimonte
“Jan Fabre. Oro Rosso, Sculture d’oro e corallo, disegni di sangue”.
© Luciano Romano

VERSO UN NUOVO MONDO DEL LAVORO

Il Mibact, che da più di vent’anni stenta a risolvere il problema dell’accesso dei giovani nel sistema museale, sarà obbligato a trasformare velocemente e radicalmente i metodi di reclutamento, i concorsi, smantellando in parte un sistema di valutazione arcaico che penalizza il talento, la creatività, la cultura e spesso l’intelligenza. In un certo senso, la crisi del coronavirus segna l’ingresso delle nostre società nel XXI secolo anche da questo punto di vista. Per tutti questi motivi e per altri ancora più gravi che cominciano a farsi sentire e che peseranno drammaticamente nell’immediato futuro, sarebbe un errore decisivo non trarre tutti gli insegnamenti dalla crisi del coronavirus. Le conseguenze della crisi e del cambiamento sono e saranno notevoli, e andranno ben oltre la crisi sanitaria quando quest’ultima sarà risolta. Quella che stiamo attraversando, infatti, è una crisi di civiltà, una crisi morale e una crisi spirituale di enorme portata e durata, quando solo pensiamo al contenimento forzato di miliardi di persone, alle ricadute psicologiche, fisiologiche, su tutte le generazioni di individui. Gli elementi immateriali di questa rivoluzione non mancheranno di assumere una forma estremamente difficile, tormentata e probabilmente socialmente violenta quando incontreranno le conseguenze del disastro economico che si sta producendo, l’impoverimento, la depressione, la sfiducia. Anche in questo caso, le crisi sono eventi che accelerano il corso della storia e ne deviano la direzione, influenzando sull’evoluzione della specie. In questo senso l’iniqua redistribuzione della ricchezza che caratterizza i primi decenni del ventunesimo secolo sarà ancora più sentita e provocherà reazioni globali, con l’acuirsi di conflitti e scontri anche violenti.  Non illudiamoci, la crisi da Coronavirus è solo il primo allarme globale di questa portata e non fa altro che anticipare le grandi crisi climatiche ed ecologiche che ci attendono e che vengono previste e annunciate in modo molto chiaro e programmato. Questa pandemia che è il segno tangibile della crisi del capitalismo mondiale, è anche l’effetto di una distruzione esponenziale della natura e del brutale rapporto industriale e commerciale che abbiamo stabilito con il mondo animale e vegetale negli ultimi 50 anni. Questa distruzione, che ogni anno, sotto i nostri occhi, peggiora e si fa sempre più rapida, portandoci alla nostra stessa fine; salvo rivedere il nostro modello antropocentrico di dominio del mondo, bastato su relazioni gerarchiche di tipo maschile e troppe volte non reciproche tra classi, generi, livelli.

Sergio Risaliti
Sergio Risaliti

UN PASSATO DA CORREGGERE

Abbiamo alle spalle un passato da correggere e davanti ci si prospetta un futuro a rischio. Stiamo vivendo il cambiamento in una contrazione temporale inaudita. Ci siamo arrivati per causa di forze maggiori: l’imprevedibile ci ha raggiunto in modo repentino e drammatico, e ora ci obbliga a rinegoziare il nostro patto con la sopravvivenza e con il progresso. Due orizzonti che oggi e più di ieri si mostrano contrapposti e non allineati.  Anche se non siamo ancora entrati nell’era post-Coronavirus, le difficoltà di espressione, concettualizzazione, visione e immaginazione del mondo in cui stiamo per entrare si stanno già manifestando. La cultura avrà un ruolo importante nel far progredire questo nuovo mondo e non deve essere emarginata. Spesso lucidi e critici, innovatori e precursori, comunicatori e vettori di espressione delle difficoltà che l’umanità ha incontrato nel corso della storia, gli artisti sono anche i più fragili, i più minacciati. Sono costantemente a rischio. Per questo motivo direttori di musei, mecenati privati, galleristi e collezionisti devono lavorare insieme per convincere lo Stato e il Mibact del ruolo importante che dovrà svolgere nei prossimi vent’anni in direzione della cura e valorizzazione delle energie creative, della produzione artistica, della conservazione e valorizzazione del bene artistico.

Cortile del Museo Novecento, Firenze 2018. Opere di Paolo Masi (vetrate) e Marco Bagnoli
Cortile del Museo Novecento, Firenze 2018. Opere di Paolo Masi (vetrate) e Marco Bagnoli

L’URGENZA DI PROTEGGERE GLI ARTISTI

È urgente proteggere gli artisti, tutti gli artisti, non solo quelli che occupano l’attualità e fanno notizia sulle riviste d’arte, ma anche quelli più fragili e che costituiscono il sottobosco delle arti, dove si sviluppa la sensibilità e dove spesso emerge il significato di un’epoca. Il novanta per cento degli artisti è senza gallerie e spesso senza mezzi di sostentamento, vive di un’economia sovente sommersa, improvvisata, episodica. Nei mesi e negli anni immediatamente successivi alla fine della quarantena la loro precarietà sarà maggiore. Dovranno essere affrontati e risolti grandi problemi per mantenere la preminenza degli artisti, del loro ruolo e di tutte le professioni artistiche. L’arte è l'”eccezione italiana” e deve essere riconosciuta come tale dalla nazione. Anche in virtù dell’indotto che genera e con essa prospera. Per tutelare gli artisti e la loro capacità unica di appropriarsi dei temi del momento, di sintetizzarli con una poetica e una sensibilità che sposta i nostri stili di vita e i paradigmi della conoscenza con un linguaggio nuovo, spesso sconosciuto, mutando la nostra visione del mondo e allargando gli orizzonti spesso ristretti della politica e dell’economia di mercato, è necessario investire nella formazione e nella creazione artistica. Associando in questa urgenza di investimento anche la ricerca storico artistica e la critica nel campo specifico dell’arte contemporanea, nonché l’importanza strategica della pratica curatoriale sia nei musei che nelle altre sedi pubbliche e private.

LA PROPOSTA

Suggeriamo, quindi, la creazione di fondi regionali d’investimento, conservazione e valorizzazione, sostenuti da finanziamenti pubblici e privati, sul modello del FRAC (FONDS REGIONAUX D’ART CONTEMPORAIN) che hanno dotato la Francia della più grande collezione e memoria di arte contemporanea del mondo; ma è necessario fare meglio ed espandere i fondi a borse di studio, incarichi di ricerca, di insegnamento, di curatela, per la produzione e l’acquisizione di opere di artisti contemporanei in occasione di mostre museali, scelti da una commissione di esperti indipendenti, desiderosi di evitare conflitti di interesse, storici dell’arte contemporanea, curatori e galleristi. Un secondo suggerimento va giusto nella direzione di una politica di agevolazioni e incentivi fiscali tesi a moltiplicare lo scambio di valore tra artista, museo, gallerista, collezionista, per sostenere investimento, produzione, acquisizione, donazioni. Incentivi e agevolazioni che andrebbero estesi dunque anche nel caso di sponsorizzazioni ed erogazioni liberali in modo che l’interesse sia rivolto anche alla produzione e creazione di arte, mostre e iniziative ad essa collegate come festival e eventi speciali, da selezionare in base a criteri oggettivi di qualità culturale e scientifica e per l’impatto economico e sociale.

Goldschmied & Chiari, Patria, 2019, detriti, installazione, misure ambientalit, courtesy Museo Novecento, Firenze e Galleria Poggiali. ph.OKNOstudio
Goldschmied & Chiari, Patria, 2019, detriti, installazione, misure ambientalit, courtesy Museo Novecento, Firenze e Galleria Poggiali. ph.OKNOstudio

L’APPELLO AL MONDO DELL’ARTE

Altre forme sono certamente da studiare e invitiamo i direttori dei musei, i galleristi, i collezionisti, gli artisti e i mecenati a chiedere l’attenzione del Ministro sulla necessità di creare e sostenere un grande progetto nazionale di investimento sull’arte contemporanea. Un investimento sostanziale di energie e di competenze, di programmazione e di sperimentazione, di risorse umane e finanziarie.  Perché la crisi si trasformi in un’occasione di cambiamento all’insegna di una maggiore virtuosità del sistema dell’arte che ha i suoi punti cardinali nell’artista, museo, gallerista, collezionista e una filiera di professionalità e aziende che in questo sistema agiscono e producono competenze e ricchezza in modo capillare e diffuso. Non priviamo la storia dell’Italia contemporanea della voce dei suoi artisti, rischiamo di privarci di visioni che saranno necessarie per il modello sociale, economico ed ecologico che dovremo reinventare.  Del modo di stare e abitare il mondo futuro.

Sylvain Bellenger – Direttore generale, Museo e Real Bosco di Capodimonte, Napoli
Sergio Risaliti – Direttore artistico, Museo Novecento, Firenze 

 

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CuratoriSergio Risaliti, Sylvain Bellenger
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