Arte e inclusione sociale. Intervista a Kathryn Weir, nuovo direttore del Madre di Napoli

Il neodirettore dell’istituzione museale napoletana ci racconta le esperienze e i progetti realizzati al Départment du Développement Culturel del Centre Pompidou, e ci anticipa visione e temi che la guideranno alla direzione del Madre

Kathryn Weir - foto Amedeo Benestante
Kathryn Weir - foto Amedeo Benestante

“Credo che Napoli, con la sua lunga storia di incroci e la sua tradizione umanistica, sia oggi uno dei contesti più felici in cui un museo possa pensare i propri orizzonti e costruirsi un ruolo da protagonista nella sperimentazione attraverso l’arte di nuove forme di aggregazione”. Con queste parole Kathryn Weir, critico e curatore appena giunta alla direzione artistica del Museo Madre di Napoli, ci spiega la sua visione e la sua idea di arte contemporanea oggi, prospettando così la progettualità futura del museo campano. Forte dell’esperienza al Départment du Développement Culturel del Centre Pompidou, di cui è stata direttore, Weir sperimenterà anche al Madre un modello curatoriale che vede l’arte come strumento e linguaggio per sviscerare temi e problemi del mondo contemporaneo, come aveva già accennato durante una conferenza di alcune settimane fa. Della direzione al Départment du Développement Culturel del Centre Pompidou, dei progetti realizzati e del futuro del Madre abbiamo parlato con Kathryn Weir in questa intervista.

Prima della nuova carica al Madre, è stata direttrice del Départment du Développement Culturel del Centre Pompidou. Quali differenze intercorrono tra la direzione di un’istituzione culturale francese e quella di un’istituzione italiana?

È difficile rispondere alla domanda dal momento che sto iniziando solo ora la mia esperienza al Madre, ma per conoscenza del contesto culturale internazionale vedo in Italia una propensione a un’apertura verso diverse geografie di produzione e alle nuove maniere di comprendere e di trasmettere l’arte di oggi. Credo che in Italia, e a Napoli in particolare, si possa agire in maniera concreta e condivisa sulle questioni centrali dell’arte della nostra epoca, ed è sicuramente più efficace operare nel segno del superamento del Modernismo e del formalismo europei. Non è un caso che Napoli sia una città in cui molti artisti di diverse formazioni e molti attori del mondo dell’arte e delle idee contemporanee vorrebbero venire e collaborare. Tutto questo fa del Madre un luogo privilegiato dove è possibile sperimentare le questioni e le pratiche più attuali dell’arte.

Kathryn Weir - foto Amedeo Benestante
Kathryn Weir – foto Amedeo Benestante

Nell’ultimo anno il Madre ha portato avanti progetti di inclusione sociale – “Madre per il sociale” – sperimentando così nuove forme e linguaggi della creatività contemporanea. Temi, questi, da lei affrontati anche al Départment du Développement Culturel con Cosmopolis, piattaforma con lo scopo di relazionarsi con l’arte contemporanea dei paesi considerati “periferici” rispetto al sistema dell’arte internazionale. In che modo questa comune visione sarà declinata nella sua direzione al Madre?

Sono convinta che l’arte abbia forti potenzialità di trasformazione sociale e delle idee e sposo pienamente il cambio di passo progettuale del Madre, con le sue politiche di inclusione e ibridazione dei linguaggi. Ideato nel 2014 e creato al Centre Pompidou nel 2015, Cosmopolis mette l’accento sulle pratiche artistiche contemporanee basate sulla ricerca e radicate in un contesto specifico. Pratiche, spesso collaborative e interdisciplinari, che inglobano questioni di traduzione culturale. La piattaforma costruisce le basi di una riflessione alternativa sulle pratiche internazionali attuali, al di là del Modernismo europeo e statunitense e del paradigma delle modernità multiple che cercano gli stessi orizzonti ad altra parte. Cosmopolis naviga fra pensiero critico e sperimentazione artistica concreta.

Come si è evoluto nel tempo Cosmopolis? In che modo il modello e le metodologie del progetto verranno “trasferiti” al Madre?

Oggi Cosmopolis è una rete internazionale e una serie di metodologie di lavoro e di ricerca, focalizzata sulle pratiche relazionali e pedagogiche, sulla condivisione di saperi e di esperienze. Non credo che queste pratiche siano periferiche, credo che siano al cuore dell’arte di oggi, un’arte nella vita e un’arte vettore di trasformazione. Intendo portare questo modello al Madre e sono sicura che nasceranno nuovi linguaggi e nuove forme di interazione. Credo che Napoli, con la sua lunga storia di incroci e la sua tradizione umanistica, sia oggi uno dei contesti più felici in cui un museo possa pensare i propri orizzonti e costruirsi un ruolo da protagonista nella sperimentazione attraverso l’arte di nuove forme di aggregazione.

Uno degli appuntamenti di Cosmopolis ha visto partecipare collettivi artistici provenienti da diversi paesi del mondo, riflettendo su questioni sociali, politiche ed economiche anche a livello globale…

Cosmopolis #1, ‘Collective intelligence’, presentato a Parigi due anni fa, era focalizzato su specifiche modalità di collaborazione contemporanee, la creazione collettiva di dispositivi di condivisione dei saperi, e la non-separazione fra arte e vita. La manifestazione articolava opere e programmi di 15 collettivi e gruppi collaborativi, nell’arco di settimane di programmazione all’interno dello spazio espositivo, allargando le tematiche attraverso una serie di confronti, proiezioni, concerti e seminari. L’importanza della riflessione che ne è maturata è stata sottolineata dalla nomina del collettivo indonesiano ruangrupa – fra i partecipanti di Cosmopolis#1 – come curatori della prossima edizione di documenta. Nel 2018, Cosmopolis #1.5: Enlarged Intelligence, presentata a Chengdu in Cina, ha poi sollevato altre questioni e tematiche. Le opere dei 60 artisti presenti sono state considerate come una possibilità di recuperare l’intelligenza artificiale e quella ecologica per fare avanzare i valori sociali e orientare meglio le scelte e le prospettive di sviluppo delle nuove tecnologie e dell’urbanismo intelligente e durabile.

In che modo questi temi globali possono essere affrontati sul territorio partenopeo?

Napoli può diventare un laboratorio del contemporaneo per le sue specificità: è disponibile ai cambiamenti, aperta a nuove idee e pratiche, sensibile alla dimensione umana dei rapporti all’interno della produzione artistica. Lavorando con gli artisti – che hanno un ruolo anche nella traduzione e la trasmissione delle idee per una società – e sviluppando pratiche intorno alle questioni di oggi, il Madre avrà l’opportunità di partecipare alla formulazione di un nuovo localismo cosmopolitico, come dice Walter Mignolo, teorico della “decolonialità” che ha individuato Cosmopolis come case study nei suoi corsi alla Duke University negli Stati Uniti.

Qualche anticipazione sulla linea progettuale che adotterà al Madre? C’è qualche progetto o qualche mostra che pensa già di voler realizzare?

Ciò a cui vorrei dedicarmi, ancora prima dei nuovi progetti, è la conoscenza e la relazione con Napoli, andare a incontrare, ascoltare e capire quali siano le dinamiche che esistono oggi in città e nella regione. Intanto sono già stati annunciati alcuni progetti da realizzare nella prossima stagione, come quello che vedrà la Fondazione Donnaregina partner del Landesmuseum di Darmstadt per Untold Stories, la mostra organizzata presso il Kunst Palast di Düsseldorf e curata da Peter Lindbergh, un percorso espositivo che inizierà in Germania e arriverà al Madre nel febbraio 2021. A ottobre sarà poi la volta di una retrospettiva su Alessandro Mendini, protagonista della scena del design e dell’arte italiana e internazionale, che sarà realizzata in collaborazione con lo Studio Mendini. In linea con le attività del Madre avviate dal nuovo C.d.A. nell’ultimo anno e mezzo, anche con la mia direzione si darà grande attenzione alla performatività e all’incontro tra le arti, tra cui il primo festival Piazza Madre, già annunciato per la fine del mese di maggio.

 – Desirée Maida

www.madrenapoli.it

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Desirée Maida
Desirée Maida (Palermo, 1985) ha studiato presso l’Università degli Studi di Palermo, dove nel 2012 ha conseguito la laurea specialistica in Storia dell’Arte. Palermitana doc, appassionata di alchimia e cultura giapponese, approda al mondo dell’arte contemporanea dopo aver condotto studi sulla pittura del Tardo Manierismo meridionale (approfonditi durante un periodo di ricerche presso la Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis) e sull’architettura medievale siciliana. Ha scritto per testate siciliane e di settore, collaborato con gallerie d’arte e curato mostre di artisti emergenti presso lo Spazio Cannatella di Palermo. Oggi fa parte dello staff di direzione di Artribune e cura per realtà private la comunicazione di progetti artistici e culturali.