Tappeti estremi

Torino - 06/06/2013 : 10/11/2013

La Fondazione 107, dopo un ciclo di mostre su protagonisti dell'arte contemporanea italiana quali Astore, Grassino e Pusole e su temi che sono al centro del dibattito sulla contemporaneità artistica come la “vulnerabilità” o la “bellezza”, affronta nuovamente, dopo la mostra d'esordio “A est di niente”, la centralità visuale dell'Asia. E questa volta, dall'Asia, la mostra si dirama nel mondo, attraverso il suo tema: il Tappeto, soggetto al centro delle ricerche di vari artisti contemporanei.

Informazioni

Comunicato stampa

La Fondazione 107, dopo un ciclo di mostre su protagonisti dell'arte contemporanea italiana quali Astore, Grassino e Pusole e su temi che sono al centro del dibattito sulla contemporaneità artistica come la “vulnerabilità” o la “bellezza”, affronta nuovamente, dopo la mostra d'esordio “A est di niente”, la centralità visuale dell'Asia. E questa volta, dall'Asia, la mostra si dirama nel mondo, attraverso il suo tema: il Tappeto, soggetto al centro delle ricerche di vari artisti contemporanei



1 sezione

Già quintessenza della visualità orientale, il tappeto è stato per secoli il punto di massima eccellenza tecnica di molte civiltà asiatiche. La prima sezione della mostra evidenzia che il tappeto non è rimasto affatto immobilizzato alle glorie di un tempo. In particolare negli ultimi decenni sono avvenute delle novità sconvolgenti, che la rassegna indaga presentando i manufatti più rappresentativi, e spesso inediti in occidente, delle seguenti tipologie:
• I tappeti di guerra afghani, in cui kalashnikov e missili hanno sostituito i motivi tradizionali; insieme a tali opere note ad un collezionismo ricercato, si presentano alcuni “tappeti con il mondo” e altri esemplari di ciò che i curatori chiamano “modernismo afghano”, termine sorprendente che include “vedute urbane”, “ritratti” e altri motivi modernizzanti.
• I tappeti modernisti cinesi, destinati alla clientela metropolitana di città costiere come la Shangai degli anni '20 e '30, ma realizzati nelle immense aree tribali della Cina (Xing-Xiang in primo luogo, ma anche Tibet e Mongolia Interna). Essi rappresentano raffinati paesaggi urbani, puntellati di grattacieli e aerei o ritratti di personaggi importanti come Sun-Yat-Tsen o Chang-Kai-Shek e altri membri del Kuomintang. Dopo la rivoluzione comunista del 1949 diventano, senza più tentennamenti, strumenti di propaganda, rappresentando Mao-Tse-Tung o scene, sempre in raffinata simmetria decorativa, della rivoluzione culturale (1964-1975).

A questi due settori che incarnano un estremismo figurativo ai limiti (e qualche volta oltre) di ciò che l'occidente ha chiamato pop, vengono giustapposti altri due settori che invece portano alle estreme conseguenze una rarefazione del campo sino ai limiti di ciò che da noi si è chiamata “astrazione” e “minimalismo”:
• I grandi feltri realizzati in Asia Centrale, in particolare nella sua parte già sovietica come in Uzbekistan, Turkmenistan e Kirgizistan. Utilizzati sino a pochi decenni fa e in qualche caso anche ai giorni nostri per decorare le yurte dei nomadi, sviluppano complesse cosmogonie o rarefanno il “campo pittorico” sino ai limiti del monocromo. Realizzati nella prima parte del '900, essi sono ancora largamente ignoti in occidente e pressochè dimenticati nei luoghi d'origine.
• Spostandosi dai deserti freddi dell'Asia Centrale al Sahara africano, viene presentata una serie di superbe “Nattes Mauritaniennes”, in realtà enormi “stuoie” non soltanto realizzate dai Mauri ma anche e forse soprattutto dai Tuaregh, in un'area immensa che spazia dalla costa atlantica della Mauritania sino al Mali e al Niger. Annodate con fili di cuoio colorati, costruiscono un campo cromatico potente che alterna l'horror vacui alla rarefazione segnica del campo

2 sezione

La seconda sezione della mostra, dedicata all'arte contemporanea che si è cimentata con l'idea o con l'oggettualità del tappeto, sottolinea, come dichiara il curatore, che “il tappeto, prima di essere un tessuto, è un oggetto. In mostra non vi saranno dunque vestiti, ricami o arazzi, nè di provenienza tribale e nemmeno di artisti contemporanei. Vi saranno soltanto tappeti. E in quanto “oggetto” con una continuità temporale e con una distribuzione spaziale quasi senza eguali, il tappeto possiede una potenza iconica straordinaria. Gli artisti contemporanei che vi si sono cimentati, almeno i più interessanti, ne hanno evidenziato, appunto, il carattere di oggetto immensamente manipolabile attraverso i più svariati linguaggi o persino smaterializzato e riproposto come idea (dal video, al trompe l'oeil, all'object trouvée o quant'altro). Ma in tutti i casi, da Oppenheim a Gilardi, da Delvoye a Mondino, la sua destrutturazione non meno della sua indistratta presenza iconica continuano a celebrarne l'immanenza estetica. Perchè il tappeto è tale in quanto “cosa” che serve a riparare il suolo dal corpo umano, che serve come tavola per mangiare o come letto per dormire e naturalmente, all'occorrenza, come veicolo su cui volare, pur restando in tutti i casi un'opera da godere, violando in tal caso soltanto la percezione di chi lo percorre con lo sguardo. Sono dunque stati accuratamente evitati i tappeti su cui artisti, pur spesso di fama, non hanno fatto altro che riproporre motivi e immagini maturate in opere pittoriche; ma sono state accuratamente evitate anche le ricerche aniconiche, pur di grande importanza storica, che hanno trattato la superficie o lo spazio come un campo di sperimentazione cellulare. L'articolazione strutturale della superficie, pur quando assume le sembianze di un tappeto come in Capogrossi, non è mai un tappeto. In questa mostra il tappeto è prima di tutto e semplicemente un tappeto, pur quando ne viene evocata l'idea e non rappresentata la forma”.
La mostra ha inoltre l'ambizione d'intercettare un rinnovato interesse, nell'arte contemporanea, per l'idea di tappeto. Se fino a pochi anni fa erano ben pochi gli artisti che si erano cimentati con tale “anacronismo”, ora sembra dilagare nelle più diverse ricerche artistiche e nei più svariati linguaggi.
La mostra presenta opere realizzate dagli anni '70 a oggi dei seguenti artisti: Piero Gilardi (Italia), Aldo Mondino (Italia), Wim Delvoye (Belgio), Sarenco (Italia), Julien Blaine (Francia), Federico Piccari (Italia), Andrea De Carvalho (Brasile), Gilberto Zorio (Italia), Carlos Garaicoa (Cuba), Said Atabekov (Kazakistan), Dennis Oppenheim USA), Ekaterina Nikonorova (Kazakistan), Patrizia Guerresi (Italia), Shailoo Dzheksembaev (Kirgizistan).