Roberto Arzu – Gegia

Roma - 05/04/2012 : 11/04/2012

Sempre visibile dalla vetrina della galleria un ritratto di Gegia, serenamente seduta sulla panchina accanto a decine di fiori blu, realizzato con la tecnica del mosaico.

Informazioni

  • Luogo: OPERA UNICA
  • Indirizzo: Via Della Reginella 26 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 05/04/2012 - al 11/04/2012
  • Vernissage: 05/04/2012 ore 18
  • Autori: Roberto Arzu
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: è visibile 24 ore su 24

Comunicato stampa

Da giovedì 5 aprile al mercoledì successivo, passando per via della Reginella, sarà possibile visitare la prima mostra personale di Roberto Arzu, scultore, restauratore, intarsiatore, sardo di origini ma romano di adozione, che nella stessa strada ha deciso di aprire il suo studio/laboratorio quasi 20 anni orsono.

Oltre ad esporre nella vetrina al civico 5 l’opera “N

2” e ad aprire al pubblico il piano seminterrato del laboratorio per mostrare l’ultimo atto di quello che diventerà un lavoro incentrato sulle tre età della vita, presenterà nella Galleria Opera Unica il mosaico intitolato “Gegia”, realizzato nell’arco dell’ultimo anno, omaggio ad una delle figure storiche del ghetto ebraico, una tra le prime persone che Roberto ha conosciuto appena trasferitosi in questa città.

Arzu nasce come scultore, il marmo il suo materiale, le opere delle realizzazioni di piccole dimensioni. Da sette anni si dedica al mosaico: dapprima attenendosi ad una “regola” più rigida, cioè utilizzando unicamente tessere lapidee per creare delle composizioni dal chiaro impianto classicheggiante, poi sperimentando sempre più con i materiali, giungendo ad oggi a realizzazioni quasi “mimetiche”, giocando con intarsi ed oggetti, inserendo malta o colorando delle parti a mano.

“Gegia” è un esempio di questo suo modo di procedere: serenamente seduta sulla panchina, la figura imponente è realizzata incastonando piccole tessere che ne delineano contorni ed espressioni, che seguono le pieghe del vestito, decorandolo con decine di vivaci fiori blu. Ed ancora con mosaico è realizzata la pianta, e minuti dettagli che danno verità all’immagine. Poi interviene il realismo, attraverso un intarsio di marmi e legni o il recupero e l’inserimento di materie ed elementi prelevati dalla quotidianità: in legno è costruita la panchina, come quella su cui era seduta Gegia al momento dello scatto, così come il vaso al suo fianco, mentre il muro è di vero intonaco, dipinto ed invecchiato, brunito in alcuni punti, più chiaro dove batteva il sole; la strada è realizzata tagliando dei sampietrini. Al polso un orologio ed al dito un anello in argento; per terra una sigaretta in marmo, petali caduti, ombre e luci.

Quest’opera nasce dopo due anni di stasi, anni di riflessione e ricerca. L’idea (sia di realizzare un trittico sulle età della vita, che di “immortalare” Gegia) prende piede dalla decisione di far della propria quotidianità l’oggetto di indagine dei propri lavori. Quotidianità o prossimità indagata attraverso una piccola macchina fotografica, vita, attimi, colori di un quartiere e solo di quello, tra via del Portico d’Ottavia e Piazza Mattei, pochi metri ricchi di storia e di incontri, i suoi muri, la sua gente che lo ha accolto tanti anni fa, gli amici, i colleghi, i monumenti, gli odori. Fondamentale è il rapporto con la fotografia, non solo perché le opere nascono da una peregrinazione random in cui l’artista si lascia guidare dall’apparecchio fotografico, ma perché da essa traspone tagli ed impianto. Da un genere in particolare, cioè le immagini di famiglia, una categoria definita “bassa” rispetto alle applicazioni più artistiche che può avere, ma che riesce a restituire un senso di intimità ed appartenenza, vicinanza ed affetto, senza pretese estetiche o formali, ma con la sua qualità di documento, prova significativa del passato.