[QuiNonE’Adesso] Il gesto complementare…

Como - 22/07/2016 : 02/09/2016

Una mostra di arte contemporanea dedicata al nuovo espressionismo astratto e figurativo.

Informazioni

  • Luogo: SPAZIO NATTA
  • Indirizzo: Via Natta 18 - Como - Lombardia
  • Quando: dal 22/07/2016 - al 02/09/2016
  • Vernissage: 22/07/2016 ore 18,30 presentazione a cura di: Arch. Doriam Battaglia e Luigi Cavadini Assessore alla Cultura del Comune di Como
  • Autori: Elisabetta Meneghello, Peter Seelig
  • Generi: arte contemporanea, doppia personale
  • Orari: Dal 23 luglio sino al 2 settembre 2016 da martedì a domenica con orario 15 - 19.
  • Biglietti: ingresso libero
  • Patrocini: Comune di Como

Comunicato stampa

Nel contesto architettonico di Palazzo Natta in via Natta 18 a Como, presso lo Spazio Natta, con il patrocinio del Comune di Como, è allestita e esposta una mostra di arte contemporanea dedicata al nuovo espressionismo astratto e figurativo. Saranno presentati lavori dell’artista comasca ELISABETTA MENEGHELLO (Eli), e dell’artista viennese PETER SEELIG opere appartenenti alla Nuova Astrazione Contemporanea. Parte delle opere sono state eseguite a quattro mani. Il titolo della mostra è “[QuiNonE’Adesso] Il gesto complementare”. Nel titolo viene richiamato il concetto del gesto inteso sia come atto creativo che come occasione di condivisione

Un gesto che difficilmente può essere collocato in una struttura spazio-temporale ben precisa : QuiNonEAdesso diventa anche un’occasione di riflessione sul mistero della casualità nella vita’.
La mostra sarà inaugurata venerdì 22 luglio 2016 alle ore 18,30 con la presentazione dall’Arch. Doriam Battaglia e dall’Assessore alla Cultura del Comune di Como Luigi Cavadini. Interverranno anche gli artisti Elisabetta Meneghello e Peter Seelig

La mostra rimarrà aperta al pubblico con ingresso gratuito da sabato 23 luglio sino a venerdì 2 settembre 2016 con il seguente orario; da martedì a sabato dalle 11 alle 19.

Elisabetta Meneghello (Eli) Nata a Mantova, cresciuta a Milano, attualmente vive in provincia di Como. Da sempre appassionata al mondo dell’arte e della letteratura, ama in particolare il disegno e la pittura. Dopo un lungo periodo da autodidatta, inizia un percorso artistico presso l’Accademia Aldo Galli di Como prima con la docente Patrizia Cassina , successivamente con il maestro Pierantonio Verga e attualmente con il docente Doriam Battaglia. Dal 2014 espone prima alle collettive dell’Accademia Aldo Galli a Como poi con due personali a Vienna presso l’Art Cafè Hegelhof di Vienna.

Peter Seelig Nato a Vienna nel 1948 dove vive e lavora, ha vissuto a Parigi negli anni 1968/69 frequentando l’Accademia di Belle Arti. A Vienna segue i corsi di fisica e matematica all’Università divenendo un software-developer nella stessa Università. Dal 1999 inizia la sua vera e propria carriera artistica da autodidatta: ‘’La Svizzera diventa il mio centro interiore. Terra, acqua, tempo, spazio e fisica quantica assumono la valenza di nuove esperienze che mi permettono di vedere il mondo da un altra prospettiva. La scoperta di Paul Klee ha rafforzato poi la mia voglia di continuare a dipingere’’. Ne conseguono numerose mostre personali e collettive in Austria, Francia e Italia.


Le opere - In mostra saranno visibili opere sia realizzare a quattro mani sia opere individuali realizzare dai due artisti disgiuntamente.
Un organismo architettato
Elisabetta Meneghello e Peter Seelig realizzano le loro opere a quattro mani seguendo l'istinto e lasciando spazio al caso. Ma si sa che ciò che distingue la casualità dall'arbitrarietà, ciò che insomma la salva dall'essere mera confusione, è la possibilità di rintracciare al suo interno delle traiettorie, dei percorsi di senso, delle modalità creative che in qualche modo aprano a intuizioni illuminanti.
I dipinti di Meneghello e Seelig mi hanno fatto tornare in mente la teoria del montaggio cinematografico di Sergej Ejzenstejn, il regista tra l'altro della famigerata — ma in realtà bellissima — Corazzata Potémkin. Secondo Ejzenstejn montare un film è un po' come scrivere in giapponese: l'accostamento dei fotogrammi crea qualcosa di simile alla giustapposizione degli ideogrammi. In entrambe le situazioni il contatto tra i due elementi non genera la loro semplice somma, ma un terzo elemento, una terza immagine dotata di un significato che li ingloba e li trascende allo stesso tempo.
Nel caso delle opere di Meneghello e Seelig, l'entità terza, scaturita dai singoli apporti dei due artisti sulla medesima superficie pittorica, a mio avviso può essere definita un organismo architettato. Il termine organismo va qui inteso in un'accezione non anatomica: non necessariamente quindi come la parte di un corpo, ma inevitabilmente — e paradossalmente — come una porzione di figura, o una figura nella sua interezza. Questa dimensione che evoca delle sensazioni somatiche, e che quindi viene percepita come organica pur rimanendo qualcosa di incorporeo, tende a darsi una struttura, aspira ad assestarsi in una geometria. Nascono così delle immagini dall'apparente disordine interno, dentro alle quali tuttavia è possibile scorgere itinerari visivi che districano l'accumulo avviluppato di forme e colori.
Spesso l'intreccio delle forme si richiama inevitabilmente all'universo infantile, alla libertà del gioco: ma ogni gioco degno di questo nome ha delle regole, così come ogni discorso che si rispetti ha un filo conduttore. In questi dipinti il filo è qualcosa di non soltanto metaforico: per guardarli in profondità infatti bisogna rintracciare al loro interno l'origine del segno, e seguirne l'andamento, vederlo dispiegarsi mentre traccia vortici, accatastamenti di sagome, forme
ameboidi, profili di animali primordiali ...
Talvolta il dipinto sembra assumere l'aspetto di una pianta: un termine anch'esso terzo, in cui si fondono, e si tramutano come fossero ideogrammi giapponesi, un elemento semantico di ordine biologico — la pianta come sinonimo di albero — e uno di natura architettonica — la pianta come disegno in scala della sezione orizzontale di un edificio —. Questa singolare pianta, come già è avvenuto nei progetti di alcuni architetti di inizio Novecento — su tutti Le Corbusier — può avere l'aspetto di un viso. Come dimenticare — e alcune opere sembrano qui per ricordarcelo — che la relazione tra architettura e lineamenti del volto è già segnalata dalla parola facciata? Ecco: le facce che affiorano in alcuni dipinti hanno l'aspetto di enigmatiche, intriganti facciate.
Questo discorso si muove sul filo di un paradosso analogo a quello del titolo della mostra a cui si riferisce. QuiNonÈAdesso per i due artisti significa anzitutto la non coincidenza di spazio e tempo, lo sfasamento spiazzante tra sensazioni vissute e ricordate, il dubbio sulla possibilità di vivere "in diretta" con le proprie intuizioni e azioni. Però qui e adesso possono anche essere immaginati come due ideogrammi giapponesi da accostare l'uno all'altro per stare poi a vedere quale dimensione terza può scaturire, possono essere considerati fotogrammi di una creatività in divenire che vengono montati in un film dal finale aperto. Un finale però che non si accontenta del caso e aspira a comunicare un significato.

Roberto Borghi
Milano, 22 giugno 2016