Karl Evver – Bacchus Bimater

Vigolzone - 06/06/2014 : 06/07/2014

Il Dio dell'ebbrezza, figlio di Semele Tebana, celebrato in otto opere pittoriche da Karl Evver.

Informazioni

Comunicato stampa

Il mito di Bacco è, tra i tanti che la Grecia ha donato all’Occidente, uno dei più potenti nella significazione. Esso ha a che vedere con l’impossibilità umana di reggere sensorialmente e continuativamente la verità: Bacco è figlio di Semele Tebana e di Giove, che tutti sappiamo amoreggiava con le umane sotto le più mentite e variate spoglie

Non bastandole la confusa emozione carnale, Semele Tebana vuole però vedere il dio nel suo vero sembiante: egli le appare dunque in tutta la sua numinosità, e ciò folgora a morte la donna, la cui anima umana non può appunto reggere tanta luce.
Giove non vuole assolutamente perdere il proprio figlio in grembo a Semele morta: dunque lo prende e se lo cuce nella coscia. Una volta che la gestazione sarà felicemente terminata, lo affiderà alle cure di Mercurio, e Bacco avrà il compito di donare agli uomini un lieto offuscamento del raziocinio, per tutelarli dalla percezione di quel crudo vero a cui essi non saprebbero sopravvivere.
È solo una volta giunto alla senilità e alla sua libertà espressiva svincolata da qualunque imperativo di piacere che Karl Evver ha affrontato questo mito, dedicandogli un ciclo pittorico che avvicina il dio non nella sua immagine più comune, tra pampini e tralci, ma proprio nella più antica declinazione del racconto della sua nascita. Se Twombly nelle sue otto pitture bacchiche ha cercato la follia e l’intensità del rosso, attenendosi comunque all’enfasi dimensionale e alla connessa superstizione del metro e del valore, Evver utilizza negli otto lavori del ciclo – due carte e sei tavole – le più varie convenzioni costruttive messe a disposizione del Postmoderno dall’immenso lascito iconografico occidentale – la puerilità dell’ex-voto, la sublimazione araldica, l’intromissione verbale (ma senza cartigli) del Medioevo, le disidentità di Mušič e le giustapposizioni d’entità del tardo Sironi – con una sciatteria che lascia al nostro godimento l’essere senza affaticarsi sulle apparenze. E che – e forse è il suo merito maggiore – non dà retta al metro, questo eccitante napoleonico di suddivisione del mondo, e al valore, questo stupido avversario della morte che mai la debella e malamente da essa ci distrae.
Se possa, in tanta sciatteria, permanere qualche poesia, non abbiamo l’autorità per dirlo. Ci sembra però, a tratti, di sentirne il calore in quelle opere dove Evver allude schiettamente alla virilità. Oggi il più scialbato dei pregi umani, il più calunniato dalle culture dominanti, ma addirittura dilatato di là dal naturale e oltre ogni timore dell’assurdo nel mito del Giove gravido nella coscia.
Sono allora i versi dell’Euripide latinizzato a venire in mente, e in qualche misura a commuoverci, là dove è proprio Giove a parlare:
Veni o Dithyrambe, meum
Masculum hunc in uterum, veni.
Bimater o Dithyrambus che sia, il Bacco onorato da Evver è un dio nato grazie alla calda volontà maschile di farlo venire al mondo. E che a questo mondo insegnerà a vivere nella felicità di sensi offuscati e oscillanti.