Castello40 a case study

Venezia - 29/03/2013 : 28/04/2013

La mostra che inaugura a Venezia presso il prestigioso spazio di Venicedocks presenta un caso particolare della pittura contemporanea.

Informazioni

Comunicato stampa

Dipingere è obbedire all’appello dell’opera. E’ anzitutto ritrovare in sé, sia pure a forza di esercizio e senza ingenuità, la grazia di un gesto la sicurezza di uno stile spontaneo, e in seguito riconoscere, in questo stesso gesto in cui la mano si sa complice della tela l’esigenza dell’opera in gestazione, per provare infine il sentimento di una consistenza e una necessità irrecusabili
Mikel Dufrenne

La mostra che inaugura a Venezia il 29 marzo 2013 presso il prestigioso spazio di Venicedocks presenta un caso particolare della pittura contemporanea

La mostra segue da un punto di vista cronologico quella di Caravaggio a Bergamo nell’ex convento di San Francesco dal titolo “Il quadro e Lo schermo” e quella a Milano nell’ex Chiesa di San Carpoforo. La serie d’iniziative presentate aveva per tema la questione del quadro e l’agnosia dello screen, ma era ed è anche l’espressione di una situazione che riparte da ciò che la modernità ha lasciato ancora sul campo, alla fine del post-moderno e cioè la questione dell’opera e della verità.

In questa situazione il quadro e la pittura sono indissolubilmente legati al “parergon”, alla cornice soglia che diventa il limine del quadro verso e oltre la parete e lo spazio che la accoglie.

Il quadro sembrerebbe essere negazione della parete ma proprio perché la cornice lo incastra e al contempo anche lo disincastra che, l’ambivalenza quadro/parete riprende quella componente oppositiva dello stare nello spazio e del farsi spazio. Ciò per gli artisti (Bertasa, Chkheidze, Correggia, Finelli, Nahmad, Pellizzola, Pusole) rappresenta un case-study, caso di studio, punto di partenza per una discussione o per uno studio più approfondito, di elevato valore cognitivo, l’apertura di un nuovo paradigma visivo che ridà significato al lavoro dell’arte. In questo senso l’interrogazione sul perché debba esistere un reale o se invece tutto è interpretazione, parte dalla pittura e dai suoi livelli misti di rappresentazione: l’immagine e le cose, l’ambivalenza dei segni, i campi linguistici - storiografici, la profondità e la superficie in opposizione alla piattezza. E’ quindi per sottrazione e appropriazione, sdefinizione e ridefinizione dell’opera rispetto al luogo che la nuova avventura poetica della pittura riemerge.

La Pittura cui si fa riferimento si trova per paradosso vicino, nel suo agire rimembrante, a quel complesso spazio della cultura visiva a più livelli. E vi si trova per percorsi che, da una parte, hanno come sfondo l’interpretazione e la possibilità rigenerante del senso e dall’altra la dimensione del reale in tutti i suoi aspetti culturali, antropologici, visivi, tra immagine e negazione dell’immagine. Si tratta di dualità significative se concepite all’interno di una dimensione estetica ed etica.