Cantieri d’alta quota

Torino - 22/11/2011 : 22/11/2011

Presentazione in anteprima, al Museo nazionale della Montagna di Torino, di un libro in corso di pubblicazione sulla storia dei rifugi sulle Alpi.

Informazioni

Comunicato stampa

uca Gibello
Cantieri d’alta quota
Breve storia della costruzione dei rifugi nelle Alpi
Prefazione di Enrico Camanni
Introduzione di Luca Gibello
Sopra i 2.500 metri
I parte: 1750-1900
Prima dell’alpinismo
Alpinisti eroici
Alla ricerca del «comfort»
Julius Becker-Becker: razionalismo elvetico ante litteram
In vetta, in vetta!
II parte: 1900-1943
I rifugi-albergo
Heimatschutz: la tradizione della baita
Politica e guerra
I primi bivacchi fissi
Architetti e sperimentazioni d’avanguardia
Giulio Apollonio e il piano quadriennale di lavori alpini
III parte: 1943-1991
Tra distruzioni e ricostruzione
Arriva l’elicottero! Prefabbricazione in Francia
Bivacchi II: navicelle spaziali
Jacob Eschenmoser: l’architetto dei rifugi
I transatlantici degli «anni di cemento»
IV parte: 1991-
La preoccupazione ambientale
Immagine e landmark
Ampliamenti
Contributi
Il primo rifugio. Appunti sul sito dei Grands Mulets e la nascita dell’alpinismo - Pietro Crivellaro
L’architettura dei rifugi alpini contemporanei. Elementi per il progetto - Roberto Dini
Cantieri d’alta quota - Preview 3
Quanti sono i rifugi e bivacchi delle Alpi? Ben più di un migliaio. O probabilmente ben più del
doppio. Ma in realtà, che cos’è un rifugio alpino? Se, di getto, quasi tutti diremmo che è una
struttura costruita per ospitare gli alpinisti, occorre però intendersi circa l’identità di costoro
e, allargando il cerchio, occorre capire che cosa ognuno di noi intenda per alpinismo. Infatti,
il termine «rifugio» è una galassia che comprende sia i cosiddetti «punti d’appoggio» a bassa
quota e le strutture servite dal prospiciente e spazioso parcheggio auto, sia i manufatti incustoditi
che ricevono la visita, quando va bene, d’una decina d’anime l’anno.
Di fronte a una sostanziale mancanza di pubblicazioni e ricerche sistematiche, il libro rappresenta
il primo organico tentativo di restituire le vicende che hanno portato alla costruzione dei
rifugi, analizzando le motivazioni della committenza, le tecniche e i materiali edilizi, le figure dei
progettisti, i valori simbolici e politici, gli immaginari collettivi; il tutto inquadrato all’interno degli
accadimenti storici generali e delle evoluzioni sociali. Dal 1750 ai giorni nostri, dai prodromi
dell’alpinismo ai modestissimi ripari degli eroici scalatori ottocenteschi, dal fenomeno dei rifugi-
osservatorio a quello dei rifugi-albergo, dall’alpinismo e dall’escursionismo di massa fino
alle opere recenti che si fanno segno forte nel territorio e rompono con l’immagine della baita.
Grazie anche a un ricco apparato iconografico, vengono passati in rassegna circa 190 rifugi e
20 bivacchi in Italia, Francia, Svizzera, Germania, Austria e Slovenia.
Il libro è destinato non solo agli addetti ai lavori ma soprattutto agli appassionati della montagna,
affinché cresca la consapevolezza di un patrimonio che tutti siamo chiamati a rispettare
e valorizzare. Per capire che dietro le «pietre» dei rifugi vi sono le storie delle persone che li
hanno immaginati e costruiti; operando, con ogni tipo di ristrettezza di mezzi, in ambienti
estremi, sempre oltre i 2000-2500 metri di quota, laddove non arrivano strade e funivie e il
cantiere è agibile solo nei mesi estivi, quando il meteo lo consente.
In appendice, due approfondimenti di natura storica e progettuale: sui punti d’appoggio legati
alla conquista e alle prime salite del Monte Bianco (Pietro Crivellaro); sulle tendenze e problematiche
che informano la costruzione dei ricoveri nel XXI secolo (Roberto Dini).
Luca Gibello
Cantieri d’alta quota - Preview 4
Credo che questo primo serio tentativo di scrivere la storia dei rifugi alpini sia non solo importante,
ma necessario. In passato gli storici dell’alpinismo hanno abbozzato alcune trame dal
punto di vista degli utilizzatori, che da quasi due secoli interpretano il rifugio come un trampolino
per le ascensioni in quota o un ricovero in caso di necessità. Nient’altro. Gli escursionisti
non se ne sono mai occupati fino in fondo, forse ritenendo il tema priorità degli alpinisti.
Gli storici del turismo considerano il rifugio come l’avamposto di un turismo di nicchia, o
come semplice surrogato dell’albergo di valle. Gli architetti, infine, hanno generalmente visto
nel rifugio una costruzione troppo essenziale (spartana, primitiva) per giustificare l’impiego
dell’analisi storica, senza spingersi oltre i tecnicismi del caso e alcune discussioni di carattere
concettuale.
Invece scopriamo che proprio nella semplicità non voluta dai costruttori ma imposta dalle rigidità
ambientali, sta lo straordinario interesse dei rifugi, o bivacchi, o capanne d’alta montagna,
dove l’estro dei progettisti non si misura tanto con la tradizione o con l’estetica, quanto
con la necessità di ospitare delle persone fragili, a volte a centinaia, nei luoghi meno abitabili
dell’Europa abitata. [...]
[...] il rifugio acquisisce nuovi significati, diventa simbolo del turismo leggero, rispettoso, consapevole
[...]
[...] c’è un altro significato che appartiene al rifugio moderno, un lato interessante. Il ruolo più
innovativo del rifugio contemporaneo è probabilmente quello del posto tappa, che accoglie
e rifocilla l’escursionista alla fine della sua giornata di cammino e gli permette di attraversare
montagne, colli, genti, paesi, riconoscendo le comunanze e le diversità dell’ambiente alpino
senza mai scendere a valle. Si tratta di un turismo veramente «capace di futuro» perché non
conquista la montagna ma la unisce [...]
Enrico Camanni
Cantieri d’alta quota - Preview 5
Gli Autori
Luca Gibello (Biella, 1970), laureato in Architettura al Politecnico di Torino nel 1996, consegue nel
2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Svolge attività di ricerca sui temi
della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia. Presso il Politecnico ha tenuto corsi di Storia
dell’architettura contemporanea e di Storia della critica e della letteratura architettonica.
Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, per il quale scrive regolarmente. È autore
di saggi critici e storici in libri e riviste di settore. Con Paolo Mauro Sudano ha pubblicato “Francesco
Dolza. L’architetto e l’impresa” (Celid, 2002) e “Annibale Fiocchi architetto” (Aión, 2007); ha inoltre
curato “Stop&Go. Il riuso delle aree industriali dismesse in Italia. Trenta casi studio” (con Andrea Bondonio,
Guido Callegari e Cristina Franco; Alinea, 2005), “1970-2000. Episodi e temi di storia dell’architettura
contemporanea” (con Francesca B. Filippi e Manfredo di Robilant; Celid, 2006) e “Il Cineporto
della Film Commission Torino Piemonte. Un’opera di Baietto Battiato Bianco” (Celid, 2009). È stato coordinatore
scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (Istituto dell’Enciclopedia
Italiana, Roma 2003).
È appassionato di alpinismo classico ed escursionismo. Ha salito 43 degli 82 quattromila delle Alpi.
Roberto Dini (Aosta, 1977), è architetto e dottore di ricerca. In seno allo IAM (Istituto di Architettura
Montana) del Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del Politecnico di
Torino, svolge attività di ricerca sui temi delle trasformazioni insediative del territorio e del paesaggio
alpino contemporaneo. È docente a contratto presso la I e la II Facoltà di Architettura del Politecnico di
Torino e svolge attività professionale occupandosi della progettazione e del recupero di edifici in montagna.
È appassionato di alpinismo e di montagna, la studia nei suoi tanti aspetti e la percorre in tutte le stagioni
dell’anno. Tra le sue pubblicazioni inerenti il territorio alpino: “Guardare da terra. Immagini da un
territorio in trasformazione. La Valle d’Aosta e le sue rappresentazioni” (Tip. Valdostana, 2006), “Passeggiate
in Valle d’Aosta” (Blu ed., 2010), “La trasformazione del territorio alpino e la costruzione dello
Stato. Il secolo XIX e la contemporaneità in Valle Susa” (Graffio, 2011).
Cantieri d’alta quota - Preview 6
Pietro Crivellaro (Padova, 1950), giornalista, storico dell’alpinismo e accademico del Cai, scrive da un
ventennio sul supplemento domenicale de “Il Sole 24ore”.
Per Einaudi ha tradotto “L’invenzione del Monte Bianco” di Philippe Joutard (1993). Ha studiato la fondazione
del Cai da parte di Quintino Sella, ristampando “Una salita al Monviso” (Tararà 1998).
Dirigendo per un decennio la collana «I licheni» (CDA&Vivalda), ha curato riedizioni di Dumas, Henriette
d’Angeville, Leslie Stephen, Mummery, Daudet, De Amicis, Lammer, Gervasutti, Heckmair, Desmaison,
e traduzioni di Yasushi Inoue, Ballu e Berhault.
Per il Teatro Stabile di Torino, dove dirige il centro studi, la scuola e le pubblicazioni, ha firmato tra l’altro
il catalogo degli spettacoli 1955-2005.
Enrico Camanni (Torino, 1957) approdato al giornalismo attraverso l’alpinismo, è stato caporedattore
della “Rivista della Montagna” e fondatore-direttore del mensile “Alp” e del semestrale “L’Alpe”, rivista
internazionale di storia e antropologia alpina. Attualmente collabora con “La Stampa” e si dedica alla
libera professione.
Ha curato numerosi saggi sull’alpinismo prima di dedicarsi alle Alpi contemporanee, in particolare con
“La nuova vita delle Alpi” (Bollati Boringhieri, 2002) e “Il Cervino è nudo” (Liaison, 2008). Ha scritto sei
romanzi ambientati in diversi periodi storici. Il più noto è “La guerra di Joseph” (Premio Itas 1999), il più
recente è “Il ragazzo che era in lui” (Vivalda, 2011). Con Vincenzo Pasquali ha prodotto e diretto il film
“La montagna inventata” (2000). Recentemente si è dedicato ai progetti espositivi, nel quadro della
nuova museografia (“Museo delle Alpi” e “Alpi dei ragazzi” al Forte di Bard, “Montagna in movimento” al
Forte di Vinadio, Museo della montagna al Monte dei Cappuccini di Torino). Nel 2009 ha fondato l’associazione
“Dislivelli, ricerca e comunicazione sulla montagna”, di cui è vicepresidente.