Barbara Fragogna – Don’t Step On Your Inner Dwarf

Torino - 27/05/2017 : 02/07/2017

L’artista multidisciplinare veneziana presenterà un gruppo variegato di lavori come risultato della sua ricerca sui temi del fallimento produttivo.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA MOITRE
  • Indirizzo: Via Santa Giulia 37 bis 10010 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 27/05/2017 - al 02/07/2017
  • Vernissage: 27/05/2017
  • Autori: Barbara Fragogna
  • Curatori: Semaforo Brown
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: dal mercoledì al sabato, dalle 16 alle 19 da luglio il sabato su appuntamento.

Comunicato stampa

La Galleria Alessio Moitre presenta DON’T STEP ON YOUR INNER DWARF, mostra personale di Barbara Fragogna a cura di Semaforo Brown e Alessio Moitre in occasione della quale l’artista multidisciplinare veneziana presenterà un gruppo variegato di lavori come risultato della sua ricerca sui temi del fallimento produttivo: l’ironia, l'ansia, il senso del ridicolo, la nausea, l’individualismo, il confronto non democratico, l’ossessione, la disfatta della memoria, la ri-dimensione dell’ego, l’assurdo e il paradosso attraverso la pratica artistica come azione inutile ma necessaria

La mostra fa parte di COLLA la nuova piattaforma delle gallerie torinesi e rientra nel circuito di NEsxT Independent Art Network.


PATHOSlogia del Nano Interiore
di Semaforo Brown

“Qualsiasi insignificante dettaglio sostiene una tesi mal costruita.”
“Per dimostrare di essere seria, un’artista non può essere ironica.
L’umorismo è un lusso da ostentare in menopausa.” -BF


Il Nano Interiore è l’essere oscuro e impertinente della mitologia posmica-crotica.
Il suo savoir-faire è inopportuno, la sua mimica è slemba, il suo istinto è infallibile.
Non è mai il caso di calpestarlo.

In filorosolia e in psicopomatica il concetto di Nano Interiore è spesso evocato per rappresentare il delirio di disperazione ossia la palpebra bassa del contorsionismo del Sé in chiave pessiottimistica con picchi ironici e tragici. Il Nano è lo sgorbio atavico dell’ideale, la maschera fiamminga (più Bosch che Van Der Weyden) della ragione, il grumo gutturale delle proprie motivazioni, il fondale scrostato della verità non propriamente detta, la lavatrice sbilanciata dell’ipocrisia, la sfrontata fanfara del patetico, l’inno squillante sempre troppo acuto del polemico. Nel lavoro di Barbara Fragogna tutto questo trova sfogo e compimento in un’apoteosi del Fallimento Lato, il tentennante tentativo volto alla risoluzione iperbarica del riconoscimento speculare di un ruolo sociale, una posizione morale, un senso materico, un piano prospettico dell’evoluzione dell’assurdo. Il suo lavoro è una battaglia campale nella quale i due eserciti in tenzone sono il Rifiuto e il Desiderio, forze opposte e complementari di un unicum homunculus, batterie di fanti senza cavallo e senza scarponi, sfaccettature senza rancio, ossature nervose/combattive/isteriche. Il fare-fare-fare della sua pratica artistica è voracità di “Senzavolto” Miyazakiano, è porporogia blu e verde, è corsa/rantolo/enfisema senza pausa.

Il Nano Interiore è viscera esposta (pittura, creta, linea), il colore irraggiungibile della bocca di Bacon, la mano sulla gola di Maria Callas, la biacca sul volto butterato di Elisabetta Prima, gli uccelli greci di Virginia Woolf, il lobo di Vincent, la danza convulsa e ridicola di Kate Bush, la bile schiumosa e hybris di Jean Clair, il genio di Bulgakov, la febbre di Silvia Plath, Flatlandia, Ghiaccio Nove e Raffaella Carrà se cantasse Shakira. I deliranti bollori dell’accanirsi contro lo pseudointellettuale, l’approssimazione saccente, il prìprì dei critichetti, l’allodolìo dei giornalisti fichetti, il qui-qui-quà dei post-host-concettuli, il wowy del glam, per parafrasare un costrutto personale e onesto, un fallimento vincente. Il Nano Interiore scalcia, sgorga, magma, rutta e non tiene archivi perché il dopodomani non esiste. Il Nano castra l’onnipotenza, ti riduce a tanto un quantum qualunque, ti ricorda che cammini rasoterra, che sei roccia e pianta e bestia e che è magnifico. Il Nano è il dio di polvere, ridimensiona lo spirito ad un fatto neuronale, ti mastica i polpastrelli mentre dormi e ti sveglia mentre credi di essere all’erta. Il Nano Interiore è individualista, concentra le sue mire perverse sul singolo, è convinto che ognuno debba essere sé e non smette mai, affermando se stesso, di confermare l’altro (o così crede di fare, a volte il Nano è naive).

Il Fallimento Lato è Repulisti di produzioni indesiderate, zavorre croniche che l’artista accumula compulsivamente, se li porta appresso in mille traslochi, da un paese all’altro, da una casa all’altra da uno studio all’altro. Il Repulisti è un’azione di violenza e distruzione autoinflitta, contro il mito della memoria che s’illude e si consola preventivamene nella gloria postuma, contro l’illusione della magnificenza dell’Ego. Col Repulisti l’opera storica (che non sarà mai storicizzata) si ricicla, muta “ridimensionandosi” occultando per sempre e irrimediabilmente il suo passato allo scopo di affermarne il presente, l’immediato, la vita. La trasformazione dell’opera è alchimia permalosa, è caparbietà di ricerca, è antipatico puntiglio, è inutile sforzo. Il Fallimento (Failure) dell’artista è la sua incapacità/inabilità di essere mainstream o, più basilarmente, di vivere del suo lavoro e, per estensione, di essere pubblicamente riconosciuto come lavoratore. L’artista per sua doverosa e onerosa natura osserva e critica il sistema sociale e politico in cui vive, il suo sguardo dovrebbe essere illuminante, il suo punto di vista unico e particolare quindi, paradossalmente, il suo fallimento è una redenzione, un successo. L’artista DEVE fallire per riuscire. Il fallimento è sublime. Il fallimento è l’opera effimera (creta non cotta), è il tempo impiegato per plasmarla e la pena nel distruggerla, le numerose ore nelle quali s’intesse un groviglio ossessivo di linee, di parole, di slogan e ammonimenti. Il fallimento è il nuovo ciclo di quadri che invecchieranno. Individualismo e inutilità e ha-ha-ha.

Nel tripudio gastrico dell’allestimento eterogeneo, nella schizofrenesia della composizione merzbaurocca, nella cacofonia dissonante del troppo poco minimal, bisogna trovare il bandolo, far fatica, subire l’aggressione e reagire restando o andandosene. L’installazione è un incubo bianco, un sogno caleidoscopico nel quale l’assurdo e il ridicolo sfilano in maschere di parvenza con il Nano a dirigerne la follia paprika. Barbara Fragogna se la racconta e se la ride ed è molto seria nel corcinfischiare tutto ciò.

La mostra sarà inaugurata il 27 maggio. L’artista sarà presente.

Barbara Fragogna, artista multidisciplinare, art director e editrice.
Vive e lavora a Torino.
E’ nata a Venezia.
Dal 2007 al 2014 ha vissuto a Berlino dove, oltre a sviluppare varie collaborazioni con artisti e istituzioni, ha diretto la KunstHaus Tacheles, la ProjectRoom SineDie e ha fondato nel 2013 le Edizioni Inaudite. Vive a Torino dal 2015 dove è direttrice artistica della Fusion Art Gallery . I suoi lavori e i suoi progetti sono stati esibiti a New York, Berlino, Londra, Taiwan, Bonn, Poznan, Tallin, ecc.. I suoi eteronimi ogni tanto spuntano quaellà e dicono la loro.
www.barbarafragogna.com

Con il supporto di Edizioni Inaudite.

Il fallimento come linguaggio. Barbara Fragogna a Torino

Galleria Moitre, Torino ‒ fino al 17 settembre 2017. Dalla pittura alle installazioni, la mostra personale di Barbara Fragogna, impiegata anche sul fronte curatoriale, invade gli spazi della galleria di Alessio Moitre. A partire da un satirico comunicato stampa, l’artista veneziana presenta una variegata selezione dei suoi lavori più recenti.