Avish Khebrehzadeh – Whispers in the Ears

Roma - 27/10/2011 : 03/12/2011

La poetica del silenzio è la chiave di lettura per questa mostra. Le opere di Avish Khebrehzadeh hanno la forza di risvegliare il “silenzio interiore". I tratti essenziali e minimali delle linee sono liberi da tutto ciò che è eccessivo. “Si può fare arte con poco o quasi niente” afferma l'artista.

Informazioni

  • Luogo: STUDIO SALES
  • Indirizzo: Piazza Dante 2, int. 7 00185 - Roma - Lazio
  • Quando: dal 27/10/2011 - al 03/12/2011
  • Vernissage: 27/10/2011 ore 19
  • Autori: Avish Khebrezadeh
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: da martedi a sabato - ore 15,30 - 19,30

Comunicato stampa

Giovedì 27 ottobre alle ore 19,00 si inaugura presso la Galleria S.A.L.E.S, la personale Whispers in the Ears of Silence and the Wind di Avish Khebrehzadeh (Teheran,1969).
L’artista, che attualmente vive e lavora a Washington, presenta nella sala grande della galleria tre grandi “carte intelate” raffiguranti degli alberi, mentre nell’ambiente più piccolo espone un grande dipinto, con la raffigurazione di un teatro nel cui centro viene proiettata una videoanimazione.

The One Tree, Wish Tree e Dogwood, tutti realizzati nel 2011, creano una sorta di foresta ideale

Trasfigurazione e resa naturalistica trovano, in queste tre opere, una forma di concreta unità nel confronto dialettico tra realtà, sogno e tradizione.
The One Tree è conosciuto anche come l’albero della vita, archetipo per eccellenza della connessione tra la terra e il cielo. In molte culture l'albero è onorato come simbolo dell'energia vitale e sacra. Permeato di significati simbolici, è la metafora della comune discendenza, intesa in senso evoluzionistico. E’ l’immagine dell'uomo, del suo percorso, della conoscenza, delle categorie del bene e del male, della forza e potenza, di ogni maturazione psicologica; l'albero appare nei sogni a rappresentare gran parte di questi elementi. Chiamato albero della vita, albero del mondo o asse del mondo, rappresenta anche il cosmo che si evolve e si perpetua, la manifestazione archetipica di una "potenza" che si amplia in senso regolare, dove la verticalità suggerita dal tronco crea un collegamento fra i regni del cielo e della terra, dell'alto e del basso, del maschile e del femminile, simbolo di unione degli opposti e di equilibrio vitale.
Wish Tree è usato da alcune religioni come oggetto e luogo di voto. Coloro che credono in questo spirito della natura, vi si recano con offerte votive nella speranza di ottenere la realizzazione del proprio benessere e dei propri desideri.
Dogwood è un albero locale che rappresenta il legame di Avish Khebrehzadeh con la sua città adottiva di Washington D.C. Appare chiaro che l’artista intende convogliarci delicatamente sulla traccia, nella scia del percorso della sua vita vissuta.
Lo spettatore si trova così “tra gli alberi” a sperimentare i singoli disegni e l’effetto da loro esercitato. Vi si può abbandonare ai sogni sprofondando in un mondo senza limiti. E, cosa più importante, vi si può finalmente ritrovare la tranquillità, forse quella tranquillità interiore inseguita costantemente.

La poetica del silenzio è la chiave di lettura per questa mostra. Le opere di Avish Khebrehzadeh hanno la forza di risvegliare il “silenzio interiore”. I tratti frugali, essenziali, minimali delle linee, che danno vita alle sue opere, sono liberi da tutto ciò che è eccessivo, superfluo, e riducono così il volume dei pensieri, placando l'attività frenetica della mente. Come lei stessa afferma “si può fare arte con poco o quasi niente”, e proprio su questo niente ha fondato il lato più autentico e stimolante del suo lavoro.

Anche la videoanimazione Theater III + Edgar ha lo stesso sapore delle opere su carta, ma qui le figure, tracciate sempre con essenzialità, si animano raccontandoci una breve storia che ricorda le fiabe e i paesaggi dei sogni. Sono infatti questi ultimi che, integrati con i ricordi di vita, ispirano la sua produzione artistica. La trama, semplice nella struttura e nell’ intreccio, lascia allo spettatore la possibilità di concludere il racconto usando la propria immaginazione. “Mi piace essere frugale dando poche informazioni visive allo spettatore perché voglio che sia coinvolto e partecipe”, afferma l’artista.


“L’arte di Avish Khebrehzadeh sembra rifarsi a una tradizione millenaria, ai racconti trasmessi di generazione in generazione, alle fiabe persiane che ha ascoltato crescendo a Teheran. L’esilio dal suo paese natale, i diversi contesti dove è cresciuta, le varie identità che si sono sovrapposte, le distanze che tutti questi elementi creano nella visione di se stessa.
Sarebbe facile presupporre una visione anche politica, per un’artista che ha vissuto in prima persona le scosse storiche che hanno coinvolto il suo paese, ma Avish trasmette diversamente il senso di solitudine, le faglie della memoria (rendendo la sua opera universale). La sua arte, anche se storicamente decontestualizzata, può soltanto rispecchiarsi nel presente, poiché illustra la “mancanza spirituale, … una solitudine che non necessariamente ha a che fare con la distanza geografica, quanto piuttosto con la povertà di comunicazione”. (Mirène Arsanios)