Si chiamano Hugh Nini e Neal Treadwell, sono una coppia newyorchese e hanno una collezione straordinaria di fotografie. Tutti ritratti di coppie gay, da metà Ottocento agli Anni Cinquanta. Ora l’editore 5 Continents li ha raccolti in un libro pubblicato in quattro lingue. Dopo aver introdotto il volume sulle pagine del nostro inserto Grandi Mostre, abbiamo intervistati i due collezionisti.

Se cercherete su Google qualche informazione in più su questo libro, vi imbatterete in una storia ambientata fra la Virginia e Washington DC. È la storia dei coniugi Loving, inizia nel 1958 e non si tratta di un simpatico aneddoto di come l’amore non possa che sbocciare se si porta un cognome del genere. È invece la storia – a lieto fine, almeno questo – di una coppia mista, lui bianco e lei nera, che in sacrosanto spregio del Racial Integrity Act si sposarono e diedero la vita a tre figli. La loro battaglia legale durò anni ma infine la Corte Suprema diede loro ragione e cancellò quella norma assurda (solo l’Alabama si incaponì a mantenerla e inasprirla fino al 1970).
Quel senso di disapprovazione, o almeno di tollerante imbarazzo (“potete fare quello che volete, ma fatelo a casa vostra, lontano dallo sguardo dei nostri bambini”), è il medesimo che in tanti, troppi, provano osservando una coppia omosessuale. La storia si ripete, applicando i medesimi schemi a soggetti differenti.

Loving (5 Continents, Milano 2020). Edizione italianaLA COLLEZIONE DI HUGH NINI E NEAL TREADWELL

Chissà se Hugh Nini e Neal Treadwell hanno pensato a Grey Villet – il fotografo che raccontò per Life la storia dei coniugi Loving – quando, vent’anni fa, hanno scoperto in un negozio d’antiquariato a Dallas quello scatto realizzato intorno al 1920, un po’ sbiadito, che ritrae “due giovanotti” palesemente innamorati.
Ma chi sono Hugh e Neal? Sono una coppia di collezionisti che, senza averlo deciso a tavolino, hanno messo insieme una raccolta strabiliante, ora pubblicata in un libro edito in quattro lingue e in uscita a metà ottobre. Perché quella prima foto scovata in Texas è soltanto la prima di una lunga serie: un anno dopo fu la volta di una coppia di soldati fotografati negli Anni Quaranta, cheek to cheek, e passo dopo passo la collezione ha acquisito la consistenza numerica di 2.800 foto, realizzate dalla metà del XIX secolo alla metà del secolo successivo.
Per leggerle si può scegliere uno degli infiniti criteri con i quali osserviamo le immagini: Hugh e Neal raccontano che loro prediligono osservare gli sguardi dei soggetti, evidenza (o meno) di un amore reciproco; personalmente mi sono concentrato sulla bocca, che spesso rende i volti e le loro espressioni diversi l’uno dall’altro all’interno della coppia. Intendo dire che quasi sempre emerge l’elemento più estroverso, più coraggioso, più ostinato: è l’uomo che sorride, che ha proposto al suo compagno di scattare quella foto, che gli ha detto “non preoccuparti”. L’espressione di chi, abbracciando il proprio compagno di fronte a un obiettivo, ha combattuto per una tessera della gigantesca lotta per i diritti civili.

L’INTERVISTA AI COLLEZIONISTI

Mentre stavo preparando questa intervista, ho scoperto una storia che risale al 1958. È l’anno in cui i Loving si sposarono. Lui era un uomo bianco, lei una donna nera. A causa del Racial Integrity Act, in realtà non si sarebbero potuti sposare, e allora si trasferirono dalla Virginia a Washington e, dopo anni di battaglie legali, la Corte Suprema diede loro ragione. Questa storia fu raccontata in maniera particolarmente efficace da un fotografo, Gray Villet, con un reportage pubblicato su Life. La domanda è: pensate che lo sguardo di disapprovazione, addirittura di disgusto, o peggio di sdegnosa tolleranza che molti lettori posarono su quelle foto sia il medesimo di quello che ora posano – dal vivo o in fotografia – su una coppia omosessuale? In altre parole: la vostra collezione e il vostro libro hanno anche un obiettivo politico, come parte di una battaglia per i diritti civili ancora negati in molti Paesi del mondo – inclusa l’Italia – alle coppie omosessuali?
Abbiamo intitolato il nostro libro, immaginario all’epoca, un paio di anni fa mentre stavamo esaminando la nostra collezione, chiedendoci: “Cosa dice questa raccolta?“. La prima parola a cui siamo arrivati è stata ‘love‘. Ci è sembrato statico. Così abbiamo optato per ‘loving‘. È attivo e vivo. Nel momento in cui, circa sei anni fa, abbiamo iniziato a sentire l’urgenza di condividere questa collezione con il mondo, il nostro obiettivo era semplicemente che abbiamo pensato che la collezione fosse troppo importante perché solo noi due la potessimo vedere. Le nostre foto dovevano essere disponibili per chiunque volesse vederle. E l’unica ragione, a quel tempo, era che credevamo che contenesse un messaggio potente sull’amore che tutti noi sentiamo e di cui sogniamo. Ciò che ci ha scioccato, condividendo la struttura del libro e alcuni contenuti, è l’abbraccio molto diffuso che ha ricevuto. Maschio/Femmina, Gay/Etero, Giovane/Vecchio, Progressista/Conservatore, sembra che non ci sia confine per chi ama questo libro. Se abbiamo qualche speranza per un impatto politico o sociale per Loving, sarebbe questo: ogni minuto di ogni giorno vengono al mondo dei bambini che cresceranno essendo gay o lesbiche. Se un genitore ha bisogno di una visione per la potenziale felicità che potrebbe avere il proprio figlio, forse potrebbe trovarla nel nostro libro.

La storia della vostra collezione inizia vent’anni fa a Dallas, quando trovaste una fotografia degli Anni Venti che ritraeva due giovani uomini palesemente innamorati. Ci potete raccontare di più su quella scoperta?
Ci piacerebbe che ci fosse altro da dire, ma questo è tutto. L’abbiamo trovata. Eravamo scioccati dal fatto che fosse sopravvissuta. Non abbiamo mai pensato che ne avremmo vista un’altra. Non riusciamo nemmeno a ricordare cosa ne abbiamo fatto. Potrebbe essere rimasta sulla nostra scrivania per mesi. Abbiamo trovato la seconda, un altro shock, forse un anno dopo. Poiché non avevamo un progetto o un obiettivo, non abbiamo tenuto alcun registro. Alla fine del secondo anno, potevamo avere al massimo venti foto, ed è allora che abbiamo comprato un album fotografico nero 12×12 per sistemarle a dovere. Anche allora non pensavamo che quello che stavamo facendo fosse “collezionare”. L’abbiamo pensato solo come conservazione di fotografie che avevano un’improbabile prospettiva di sopravvivenza.

Fotografia, s.d., 65 x 58 mm. Courtesy of the Nini Treadwell Collection © Loving by 5 Continents Editions, pp. 210-211
Fotografia, s.d., 65 x 58 mm. Courtesy of the Nini Treadwell Collection © Loving by 5 Continents Editions, pp. 210-211

LA STORIA DELLA COLLEZIONE DI HUGH NINI E NEAL TREADWELL

Qual è stato il momento in cui avete realizzato che la vostra collezione stava assumendo dei contorni molto precisi e originali?
Questa è una gran bella domanda, su cui abbiamo dovuto riflettere molto. Avevamo, e abbiamo, vite professionali molto impegnate, quindi non c’era molto tempo per fermarsi e pensare a quello che stavamo facendo. Avevamo inserito una specie di pilota automatico, sia insieme che separatamente. Intorno al 13esimo anno, ognuno di noi, per conto proprio, ha esaminato la collezione per valutare ciò che avevamo accumulato. Più tardi, è emerso in una conversazione e, dannazione!, abbiamo una grande collezione. Abbiamo iniziato con un album nero 12×12. Quando abbiamo avuto quella conversazione, probabilmente ne avevamo cinque o sei, per un totale di circa 900 foto. Oggi il conto è di poco inferiore alle 3mila.

Perché avete deciso di limitare la vostra collezione al periodo compreso fra la metà del XIX secolo e la metà del secolo successivo?
L’unico limite che abbiamo posto alla collezione era di non raccogliere foto scattate dopo gli Anni Cinquanta. Questo perché il mondo stava iniziando a cambiare radicalmente e la foto di una coppia maschile scattata negli Anni Sessanta è una foto molto diversa, per noi, da una scattata prima. Quanto al limite degli Anni Cinquanta dell’Ottocento, è deciso dall’avvento della fotografia. Anche se crediamo che una delle nostre foto più antiche, una ambrotipia, potrebbe risalire agli Anni Quaranta del XIX secolo. Quindi è in parte una coincidenza che il secolo che copre la nostra collezione sia il periodo di cento anni tra il 1850 e il 1950.

Guardando le vostre fotografie, mi sembra che ci sia quasi sempre un membro della coppia – forse il più estroverso, il più coraggioso, il più testardo – che sorride. Penso sia quello che ha proposto al proprio partner un ritratto fotografico, che gli ha detto “non preoccuparti”. So che voi scegliete le fotografie basandovi innanzitutto sugli sguardi, ma cosa mi dite di quei sorrisi di incoraggiamento?
Poiché sono note così poche informazioni fattuali sui soggetti delle nostre foto, la raccolta consente certamente di riflettere su chi erano, come erano, se erano innamorati da molto o poco tempo. Raccogliamo anche quei sorrisi incoraggianti, così come altri indizi. Certamente, come in ogni coppia, ci sono “tipi” di persone che si incontrano. Come individui, siamo persone molto diverse. Ciò che ci unisce e ci tiene uniti è il nostro amore reciproco e i nostri valori comuni condivisi. In questo senso, noi e i soggetti della nostra raccolta siamo come chiunque altro. Per tornare alla tua domanda: che queste coppie abbiano scattato foto come queste, in quel periodo, è sorprendente. E ancora oggi ci stupisce. Anche dopo vent’anni. Se pensiamo al “non preoccuparti” e al “sei sicuro che sia ok?” della relazione, probabilmente non c’è un esempio migliore della splendida foto a pagina 35!

Fototessera, s.d., 35 x 27 mm, USA. Courtesy of the Nini Treadwell Collection © Loving by 5 Continents Editions, p. 89
Fototessera, s.d., 35 x 27 mm, USA. Courtesy of the Nini Treadwell Collection © Loving by 5 Continents Editions, p. 89

Due domande simili ma diverse a cui vorrei che rispondeste separatamente (quindi le domande in realtà sono quattro): quale fotografia ritieni sia la più importante della collezione e a quale sei più legato?
Hugh: Potrei rispondere a questa domanda in 50 modi diversi, anzi facciamo 100. Ma se potessi sceglierne solo una per ciascuna categoria, la mia preferita sarebbe la foto a pagina 89. Sono sbalordito dalla preveggenza e dall’audacia di questa giovane coppia di immaginarsi come coppia sposata, intorno al 1900, e insieme tengono un cartello che dice “Non sposati ma vorremmo esserlo“, e poi commemorano quel momento con una foto. Il pensiero che lo facciano mi lascia senza fiato. Per quanto riguarda la foto più importante, direi la copertina, che è anche a pagina 86.
Neal: Non so perché ma per me sono domande semplici. La mia preferita è la doppia pagina 210-211. È l’espressione d’amore confortevole e spensierata che mi chiama maggiormente in causa. Così come la composizione e l’inquadratura artistica di questo momento intimo. Per me questa foto vernacolare è un’opera d’arte. Per quanto riguarda la più importante, e sotto il titolo “everything old is new again” [espressione resa celebre dall’omonimo brano di Peter Allen, N.d.R.] e “nulla di nuovo sotto il sole“, il selfie a pagina 297, scattato intorno al 1900, sembra dirci che l’unica cosa diversa tra loro e noi è l’anno. Siamo più simili a loro, e loro sono più simili a noi, di quanto avessimo mai pensato.

‒ Marco Enrico Giacomelli

Loving. Una storia fotografica
5 Continents, Milano 2020
Pagg. 336, € 49
ISBN 9788874399291
www.fivecontinentseditions.com

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.