La calligrafia al tempo del digitale. Un convegno internazionale a Milano

Quale sarà il destino delle lettere e dei corsivi tracciati a mano? Resisteranno all’avanzare della tecnologia e alle orde di emoticon che avanzano sui nostri smartphone? In quali ambiti continueranno a vivere? Probabilmente nell’arte e nel design, smarcati dalla necessità di un referente semantico e in continua tensione tra forma e funzione. Un convegno parla di tutto questo: a Milano, il 25 e 26 novembre.

La scrittura a mano ha un futuro?
La scrittura a mano ha un futuro?

UN FUTURO INCERTO
La scrittura a mano ha un futuro?”. Questo interrogativo, al centro della riflessione di numerosi intellettuali contemporanei, a partire da Umberto Eco, è l’oggetto di un convegno organizzato dall’Associazione Calligrafica Italiana il 25 e 26 novembre all’Archivio di Stato di Milano. L’indagine riguarda diversi aspetti della questione, dallo shock tra tecnologie digitali e scrittura – con le prime nel doppio ruolo di catalizzatore, poiché è innegabile che computer e smartphone abbiano reso la produzione di testi scritti una pratica di massa, e di agente perturbante, dal momento che l’uso di supporti digitali tende a rendere superfluo l’insegnamento del corsivo, già facoltativo in alcuni Paesi – alla relazione tra mano scrivente e cervello e alla riscoperta della calligrafia nella comunicazione visiva e nella grafica. A cercare di dare risposte pratiche alla domanda saranno storici della scrittura, text artist del calibro di Brody Neuenschwander, designer, docenti e perfino un ottico optometrista.
Se il perdurare dell’utilizzo della bella grafia nella vita quotidiana e nelle scuole non è scontato, sembra al contrario che l’atto manuale della scrittura sia destinato a permanere come gesto estetico, integrato nelle performance degli artisti o associato a suoni, immagini e animazioni.

Giovanni de Faccio
Giovanni de Faccio

COSA ACCADE NEL MONDO
La scrittura a mano libera ha uno spazio nei territori dell’arte, antichissimo e riconosciuto come un dato naturale nelle culture orientali oppure ritrovato a fianco di un più diffuso uso strumentale, come in Occidente. In Cina e in Giappone scrivere è dipingere, e viceversa: la disciplina cinese detta shufa e lo shodō giapponese, definibili rispettivamente come “arte della scrittura” e “via della scrittura”, non rappresentano soltanto un’attività artistica ma un percorso che conduce all’affinamento interiore tramite il perfezionamento della tecnica.
Nel mondo arabo, elementi calligrafici sono usati anche come ornamento architettonico, complice l’esclusione delle raffigurazioni di esseri viventi nei luoghi di culto, e raffinati caratteri vergati a mano compaiono regolarmente nei progetti di artisti contemporanei, per esempio su volti e corpi delle donne ritratte dall’iraniana Shirin Neshat (Women of Allah, 1993).
In Europa, la riscoperta della calligrafia in epoca moderna viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, con il contributo di William Morris ed Edward Johnston, ma è nel Novecento che i confini tra scrittura e pittura si assottigliano nuovamente, la parola viene incorporata nel dipinto e nascono nuove forme d’espressione come la poesia visiva. All’inizio del secolo, le avanguardie fanno a gara nell’inventare architetture di parole: è il periodo dello Zang – Tumb Tuumb di Marinetti e dei versi in forma d’albero o di cavallo di Apollinaire, dei cannoni che sputano parole di Severini e dei vortici testuali di Fortunato Depero.

Francesca Biasetton, Twombly
Francesca Biasetton, Twombly

L’ITALIA ODIERNA
Superato il crinale del dopoguerra, la scrittura artistica tende sempre più a perdere il legame con il suo contenuto semantico, diventando asemica. Un esempio, tra i tanti possibili, a cavallo tra arte ed editoria, è il Codex Seraphinianus (1981) di Luigi Serafini, tanto amato da Roland Barthes e da Calvino, che racconta in una lingua sconosciuta un mondo mai esistito.
Si parte sempre da suggestioni testuali, ma si arriva spesso all’illeggibiltà”, spiega Francesca Biasetton, calligrafa con all’attivo numerose collaborazioni con musei e istituzioni culturali e presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana “La calligrafia deve smarcarsi dalla tipografia facendo qualcosa di diverso, un po’ come quando, dopo l’avvento della fotografia, la pittura si è smarcata dalla raffigurazione del reale. Per questo, chi oggi si avventura nell’ambito della calligrafia con velleità artistiche tende ad effettuare variazioni sul segno attraverso l’uso di strumenti insoliti, o di strumenti tradizionali usati in modi insoliti. Le lettere vengono deformate, nella forma o nel ritmo, e più si allontanano dalla forma originale più il testo si fa immagine, in una continua altalena tra forma e funzione”.

Giulia Marani

Milano // dal 25 al 26 novembre 2016
La scrittura a mano ha un futuro?
ARCHIVIO DI STATO
Via Senato 10
[email protected]
www.calligrafia.org

 

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Giulia Marani
Giornalista pubblicista, vive a Milano. Scrive per riviste italiane e straniere e si occupa della promozione di progetti editoriali e culturali. Dopo la laurea in Comunicazione alla Statale di Milano si specializza in editoria a Paris X-Nanterre. La passione per l’universo del progetto nasce proprio a Parigi, dove lavora nella redazione della rivista Architectures à vivre (dal 2007 al 2012) e partecipa al lancio di EcologiK, la prima rivista francese dedicata alla progettazione ecoresponsabile. Collabora con Artribune dal 2013 e coordina le pagine dedicate al design da gennaio 2019.