Fantagraphic. Le memorie taiwanesi di Sean Chuang

Mazinga, Bruce Lee, i combattimenti kung fu e le restrizioni alla libertà imposte dalla legge marziale. Questo e molto altro si trova ne “I miei anni ’80 a Taiwan”, un fumetto che ripercorre la giovinezza del suo autore ‒ Sean Chuang.

Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan (ADD Editore, 2018). Copertina, dettaglio
Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan (ADD Editore, 2018). Copertina, dettaglio

Si fa presto a derubricare il libro a fumetti di Sean Chuang come l’ennesimo memoir di cui ci arriva soltanto l’eco, impolverata e un po’ stantia.
Eppure, I miei anni ‘80 a Taiwan, risulta essere un compendio di esperienze ben diverse, che vanno oltre il dogma biografico e la narrazione ombelicale. Lo si deve alla materia di cui è fatto quel ricordo: ovvero il catalogo merceologico dell’esistente, tra miti eterni dell’immaginario collettivo del Novecento (Bruce Lee, robottoni giapponesi e Vespa) e l’autonomia – anche e soprattutto economica – data dal passaggio verso l’età adulta.
Perché il bisogno d’intrattenimento spicciolo è forte in ogni dove e sotto qualsiasi cielo o governo, democratico o autoritario che sia. Quasi che l’evasione, ancorché solo mentale, possa diventare il motivo trascinante di un’esistenza. Lo stesso vale per il possesso materiale: un appartamento, un mezzo di locomozione, il denaro necessario alla qualunque, un’ombra consumista di troppo che però allieta la giornata. Un leitmotiv culturale e produttivo che si rispecchia nella Storia, a ogni passo.
Persino quando la forza della propria arte travalica il medium e il messaggio in sé. Si pensi a Leni Riefenstahl, all’URRS (e a quel che ha dovuto passare il povero Shostakovich e la sua musica) o alla grottesca notizia del rapimento di Shin Sang-ok e Choi Eun-hee in Corea del Nord, dove i due avrebbero dovuto dedicarsi alla rifondazione dell’industria cinematografica nazionale.
Esempi diversi e magari opposti che però ci introducono alla vita di Sean Chung, fumettista e regista taiwanese. Al quale deve essere suonata come una rivoluzione ulteriore la dismissione della legge marziale nel suo Paese d’origine. In un momento preciso in cui il patriottismo esasperato e il nazionalismo da operetta arrivavano a vietare i prodotti culturali e l’intrattenimento altrui, trovarsi in tutta fretta a godere dei frutti colorati della spensieratezza pop poteva significare l’inizio di un’altra vita. E così fu.

Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan (ADD Editore, 2018)
Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan (ADD Editore, 2018)

UN RACCONTO AUTOIRONICO

Nel libro in esame questo si esplicita quasi a ogni pagina ed è un motivo portante del volume. Non è dunque un caso che siano soprattutto i prodotti culturali a ricevere un trattamento e una dedizione particolari nella messa in scena: i ritratti di Bruce Lee, per esempio, sono fatti con il cuore, e si vede. Per il resto, con i suoi toni di grigio e il tratto spesso angolare (quasi una caricatura dei mangaka giapponesi), Chuang imposta un racconto sentito, emozionato e, fortunatamente, autoironico ‒ per ridere anche della vacuità della giovinezza e della maniera in cui viene recepito il singolo artefatto e il prodotto d’intrattenimento, una forma diversa di appropriazione culturale, lì dove la forza del singolo oggetto, e dell’idea che si muove al suo interno, supera spesso l’etica e la morale per infiammarsi come puro carburante per l’immaginazione.
Non la spinta liberatoria di un capitalismo ideale ma, piuttosto, la sensazione che le merci, i vezzi e gli stili di vita più o meno esotici possano divampare nella furia della Storia fino a diventare mitologemi purissimi, al di là del bene e del male. Per superare la piattezza del nazionalismo superficiale e violento. Quello che esclude e non accoglie la differenza. Quasi che ci sia un’anima esistenziale al fondo dei consumi e alla volontà del puro piacere e della spensieratezza.

Daniele Ferriero

Sean Chuang – I miei anni ’80 a Taiwan
Add Editore, Torino 2018
Pagg. 192, € 18
ISBN 9788867832088
www.addeditore.it

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Daniele Ferriero nasce in Barona, Milano, tra una risaia e un motorino carbonizzato. Si laurea buttandosi anima e corpo nella pratica artistica di Derek Jarman e sfruttando poi la sua ossessione audiofila per scavare nel cinema di Jean-Luc Godard e Straub-Huillet. Da oltre un decennio scrive di musiche storte per "Rumore", con la scusante di poter ascoltare suoni che altrimenti avrebbe perso per strada. Si occupa di consulenza tra editoria, cinema e comunicazione. Da freelancer scrive di libri, fumetti, cinema, serie, videogiochi, media di ogni forma e colore, di relitti e del sommerso della cultura e controcultura di massa. Traduce, monta, scompone e poi cerca di ricomporre.