La rubrica dedicata ai fumetti cede la parola a un protagonista della scena italiana. Autore di storie graffianti, ancorate alla realtà dei tempi odierni.

Continua il nostro viaggio nel mondo del fumetto italiano contemporaneo, questa volta con Paolo Cattaneo (Genova, 1982). Lo abbiamo incontrato per conoscerlo meglio e per farci raccontare il suo mondo pop, omaggio all’adolescenza in provincia, ben descritto da Ai giardinetti, il suo racconto “marcio” per la rubrica Fantagraphic.

Cosa significa per te essere fumettista?
Sono solo un hobbista. Fare fumetti è veramente bellissimo, ma ci vuole tantissimo tempo, molto più tempo di quello che uno che non fa fumetti si immagina. Potessi farei dei film invece che stare gobbo a disegnare in castigo mentre sento gli altri giù che giocano a pallone.

Molte delle tue storie sono ricche di soggetti e ambientazioni che rimandano all’adolescenza, soprattutto quella vissuta in provincia. Ti rivolgi ai ragazzini che stanno vivendo quel periodo, o a quella generazione che l’ha vissuto una decina di anni fa ‒ e ora magari si trova un po’ persa?
Per i ragazzini adolescenti esistono infiniti prodotti più intriganti dei miei fumettini marci. Non mi rivolgo a nessuno, solo a me stesso, e non ho intenti né compilativi da sopravvissuto agli Anni Novanta né ho nostalgia dell’adolescenza, faceva solo schifo e un po’ anche ridere. Non mi sento un testimone vintage, scrivo e disegno quello che mi piace in un panorama editoriale di super-nicchia che mi permette di fregarmene di avere un target specifico, posso parlare liberamente delle mie fisse con il mio gergo e con il tono che mi pare. Poi se le cose che faccio muovono le emozioni o i ricordi di qualcuno, allora sono anche contento di rispondere alle poche mail di chi mi scrive che il mio lavoro lo ha catturato.

È vero però che nei tuoi fumetti abbondano riferimenti alla cultura popolare Anni Novanta…
Uso gli elementi di un periodo come si fa con la scenografia a teatro. Lo considero un valido strumento di aiuto al coinvolgimento emotivo di chi legge, stimolando anche i ricordi personali legati a uno specifico momento storico o del proprio vissuto. Però sì, mi diverto molto a fare ricerca storica su Internet, a cercare le vecchie tute dell’Adidas coi bottoni di lato su eBay, i vecchi modelli di televisore e le vecchie pubblicità su YouTube. Poi adesso mi sembra che gli Anni Novanta siano tornati di moda, ne parlano tutti…

Tra i tuoi fumetti l’unica storia lunga è L’Estate Scorsa (Canicola, 2015); il resto è ricco di storie brevi, tra cui l’ultimo Manuelone (Canicola, 2017). La predilezione per il racconto breve è una questione tecnica o di scelte narrative?
L’Estate Scorsa escluso, che è una vera storiona lunga tipo libro, le mie storie sono sempre state frammenti di storie più lunghe. Come se fosse un aneddoto che uno racconta a un altro su una panchina di pomeriggio fumando una canna di fumo di merda. Mi vengono così, forse perché, visto che non sono uno scrittore, me le invento per immagini che mi piacciono, tipo fotogrammi chiave, oppure intorno a una frase di un dialogo.

Paolo Cattaneo per Artribune Magazine
Paolo Cattaneo per Artribune Magazine

Da una parte sei attento al dettaglio visivo, dall’altra rifiuti il disegno pulito. Come si rapportano le tue immagini col reale?
A Genova adesso c’è la mostra di Ligabue [fino al 1° luglio a Palazzo Ducale, N.d.R.]. Ecco, lui è il mio italiano preferito del Novecento, fonde lo storto con il dettaglio, l’errore con la precisione e il risultato è puro e potentissimo. Io disegno pochissimo, veramente, quasi mai. Però penso sempre al disegno, in ogni istante. Mi piace aggiungere dettagli per restituire verità ai miei soggetti, mi concentro sul realismo degli sfondi, dei vestiti e degli accessori.Sto facendo una ricerca segreta sul mio stile: vorrei fondere la scultura medievale, rigida, storta, goffa e grottesca ma anche morbida e soave, con il tratto veloce e libero e la caratterizzazione caricaturale di un certo manga alternativo giapponese del tardo dopoguerra.

Più in generale, quanto vissuto e quanta finzione c’è nelle tue storie?
75% vissuto, ma punto al 50%. Sento sempre più forte l’attrazione verso il Fantastico (con la F maiuscola) e voglio riuscire a fonderlo con il mio immaginario fatto di palazzi e motorini e Air Max. Il vissuto però non si può cancellare, quello rimane lì, si arrampica come l’edera intorno al cervello e, anche se secca e muore, rimane lì e filtra tutto. Ovviamente in quello che scrivo c’è sempre un me in maschera, o qualche altro scemo che ho conosciuto o qualche idiozia successa. Ne L’Estate Scorsa c’è quello che tiene il pelo di fica della tipa in una bustina di plastica dentro il portafoglio, che è chiaramente una storia vera, non si può inventare una roba così. E tante altre cose piccole e anche grandi che vivo e che sento, come è normale che sia. Sono uno a cui piace ascoltare e guardare di nascosto.

Sei parte di quella generazione cresciuta a pane e Myspace. Considerando che il tuo blog è fermo al 2016, mi viene da chiederti: che rapporto hai oggi col web?
I blog sono praticamente estinti, Internet cambia e bisogna adattarsi, volendo farlo. Combatto ogni giorno tra l’essere ok sui social, ed essere un eremita focalizzato solo sul lavoro puro. Vorrei chiudere Facebook da anni, è idiota e mi snerva e mi tiene ore a guardare video di ricette americane dove annodano il bacon intorno a dei mushroom e lo mettono in forno con sopra del cheddar. Però Facebook mi dà anche la possibilità di essere letto, da quando ho ibernato il blog infatti non ho più un posto dove scrivere cose. Mi diletto anche con le “stories” di Instagram, ho notato che le persone seguono più volentieri il tuo lavoro se sei disposto a fargli anche vedere altro e non solo a farti pubblicità meccanicamente. È un altro modo un po’ più viscido di farsi pubblicità.

A cosa stai lavorando?
A un progetto a fumetti che continua a cambiare forma nella mia immaginazione. È una storia lunghissima, fatta di tante storie piccole, con un sacco di personaggi diversi. Ho comprato un iPad per disegnare, con cui ho fatto anche il fumetto pubblicato qui, voglio mettere in pausa la grafite e guadagnare in velocità di esecuzione, alterare la percezione che ha di me chi conosce il mio lavoro, come ha fatto Sean Connery con 007: non voglio essere quello della matitina che fa i motorini e basta. Anche per tematiche infatti sono a una svolta, come dicevo prima sto valutando l’inserimento del Fantastico (con la F maiuscola). Voglio anche costruire un scrivania e uno specchio che ho progettato e dedicarmi finalmente alla modellazione e alla ceramica.

Alex Urso

http://paoloimmaginario.blogspot.com

Versione integrale dell’articolo pubblicato su Artribune Magazine #43

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Alex Urso
Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania). Tra le istituzioni con cui ha collaborato in questi anni: Zacheta - National Gallery of Art di Varsavia, Istituto Italiano di Cultura di Varsavia, Padiglione Polacco - 16. Mostra Internazionale di Architettura Biennale di Venezia, Fondazione Benetton (catalogo “Imagus Mundi”), Adam Mickiewicz Institute. Nel 2017 è stato curatore della “Biennale de La Biche”. Dal 2014 scrive di arte per Artribune. Sempre per Artribune cura “Fantagraphic”, la rubrica di fumetti del sito. Suoi articoli e testi critici sono apparsi su cataloghi e testate di settore nazionali e internazionali.