L’arte giudaizzata. Vittorio Pavoncello risponde al libro di Mario Costa

Non smette di suscitare reazioni e critiche il libro di Mario Costa pubblicato da Mimesis sul tema dell’ebraismo e dell’arte contemporanea. A prendere la parola è Vittorio Pavoncello, artista e autore a sua volta.

Mario Costa – Ebraismo e arte contemporanea (Mimesis, Milano 2020)
Mario Costa – Ebraismo e arte contemporanea (Mimesis, Milano 2020)

Il primo impulso come artista, dopo aver letto le teorie sull’arte contemporanea espresse nel libro di Mario Costa Ebraismo ed Arte Contemporanea, dopo lo sconforto per tanta permanente ottusità e malvagità, è stato quello di lasciar perdere, di non sprecare tempo e parole, tali e tante sono le cose insulse scritte nel libro; qualunque persona o studioso di buon senso, dopo l’introduzione dell’autore, non avrebbe preso in considerazione quanto il prof. Costa, già docente Ordinario alla Cattedra di Estetica di Salerno, ha sentito il bisogno di proclamare al mondo scientifico dell’arte.
In seguito, una più attenta riflessione mi ha fatto comprendere che quanto avevo appena letto non era solo una strampalata ricerca sulle origini e genesi dell’arte contemporanea, ero ancora immerso, oggi, in un libraccio che usa modelli discorsivi e presunti dati storici che non sfigurerebbero in una qualunque pamphlettistica propaganda inneggiante alla discriminazione religiosa e razziale.  E, quindi, la decisione di intervenire è stata politica così come lo è il libro.
Veniamo, dunque, alle obbligatorie premesse riguardo alla posizione della casa editrice Mimesis e del suo fondatore Pierre Della Vigna (da me informato della mia lettura), il quale ha risposto alle accuse di antisemitismo che Marco Enrico Giacomelli, vicedirettore di Artribune, ha rivolto contro l’autore del libro. Io stesso ho pubblicato con Mimesis. Un primo libro fra scienza e Bibbia: Il serpente nel Big Bang con citazioni in caratteri dell’alfabeto ebraico. Un secondo libro scritto insieme a Furio Colombo: Il paradosso del giorno della memoria sul tema della Shoah; e un terzo libro Cheese! sul tema del selfie e il mondo dell’arte. La casa editrice è sicuramente lontana da ogni pregiudizio razzista o che possa prestare il fianco a teorie ambigue.

LE RISERVE DI MARIO COSTA VERSO L’ARTE CONTEMPORANEA

Nel libro in oggetto, però, l’ambiguità è difficile trovarla, poiché lo stesso professor Costa dice apertamente di avere riserve e ripulse verso l’arte contemporanea. E che nello scrivere questo libro, finalmente, ha trovato e chiarito le ragioni profonde di queste sue convinzioni.
Le cause di questa essenza sono tutte nel divieto mosaico di fare immagini e nella conseguente volontà del popolo ebraico di distruggere tutto ciò che possa diventare idolatria. E, quindi, il professor Costa lancia i suoi strali contro tutta l’arte contemporanea originata da una comune matrice biblica ebraica, colpevole di: non aver avuto nei secoli passati un’arte con spiritualità e identità di popolo propria, e di aver distrutto la millenaria tradizione artistica dell’Occidente riconfigurandola e sostituendola con una arte giudaica, appena agli ebrei si è presentata possibile l’occasione, ovvero un centinaio di anni fa.
È quindi difficile per me, che ho appena pubblicato il libro La Shoah dell’arte, dove si afferma che se avesse vinto il nazismo non avremmo avuto l’arte contemporanea come la conosciamo oggi e della quale fruiamo nei circa sessanta musei che hanno aderito al progetto, non sentire nelle teorizzazioni di Costa echi della più infima propaganda nazifascista.
Ma a voler essere volterriani e nel dare a ciascuno il diritto di esprimere le proprie idee, finanche a battersi perché queste possano esprimersi, si potrebbe essere portati a dare qualche chance al discorso di Costa, ma non si comprende bene il perché del divieto di farsi immagini, come motivo intercorrente nelle cause dell’arte delle avanguardie e della contemporaneità, debba essere solo una prerogativa ebraica e non anche pertinente al Protestantesimo. Molti degli artisti che erano nelle file delle avanguardie erano nati in terre europee, dove il Protestantesimo aveva nei secoli scorsi dato prove di iconoclastia molto violente e sanguinose con distruzioni di chiese e persone, come la storia europea ci insegna. E anche i fondatori degli Stati Uniti, i Pilgrim Fathers, fuggiti dall’Europa e arrivati nel Nuovo Continente, essendo dei cristiani puritani, avevano una forte avversione verso le immagini. Ma Costa vuole identificare l’iconoclastica soltanto negli ebrei, questi sono per lui i soli propugnatori e realizzatori di una sostituzione di identità, come quella che si è verificata nell’arte occidentale contemporanea.

Costa deve stare tranquillo e con lui anche tante altre code di paglia, non lo si vuole accusare di antisemitismo. L’antisemitismo è finito ad Auschwitz e con Auschwitz. La storia attuale vede la parola antisraelitismo per definire questa ostilità”.

Il professor Costa, facendo tali affermazioni, sapeva benissimo che si sarebbe attirato l’accusa di antisemitismo. E mettendo le mani avanti ha premesso che a lui gli ebrei sono indifferenti.
Ma non è certo di antisemitismo che si vuole accusare Costa, poiché l’antisemitismo è una parola sorpassata dalla storia. Gli storici identificano con la parola antigiudaismo l’avversione che la Chiesa ha avuto verso gli ebrei, come una conflittualità di marca religiosa; mentre l’antisemitismo, che si palesa nel caso Dreyfus, aveva come oggetto una dimensione più nazionalista e politica, nata proprio da quella emancipazione e integrazione che Costa rileva come uno dei motivi che hanno portato gli ebrei allo scoperto verso le arti plastiche, cercando in seguito di ridurle all’astrazione per poterle praticare in ottemperanza al divieto mosaico di farsi immagine.
Non tutti gli artisti però hanno agito allo scoperto (rileva Costa con un atteggiamento da delatore, pari ai delatori che denunciavano gli ebrei per mandarli nei campi di sterminio), alcuni artisti hanno camuffato il loro originario cognome ebraico, e Costa cita il nome vero e quello di copertura di alcuni artisti. Sembra di sentire la propaganda nazista che invitava a smascherare l’ebreo, al quale andava messo un segno per distinguerlo e impedirgli di inserirsi fra gli ariani. E il professore non si risparmia neanche di accusare i Rockfeller di marranesimo, perché avrebbero professato un cristianesimo di facciata mentre in segreto erano ebrei finanziatori di musei con il compito di giudaizzare l’arte tutta.
Costa deve stare tranquillo e con lui anche tante altre code di paglia, non lo si vuole accusare di antisemitismo. L’antisemitismo è finito ad Auschwitz e con Auschwitz. La storia attuale vede la parola antisraelitismo per definire questa ostilità, che, in una forma di strabismo, colpisce di volta in volta, a seconda delle convenienze, Israele come Stato e/o gli israeliti nel mondo.
E di antisraelitismo tratta il libro di Costa, che vede la nascita dell’arte contemporanea giudaizzata nei Congressi di Basilea che Theodor Herzl organizzò per dare un avvio alla nascita dello Stato d’Israele. Ma, non pago, il professor Costa questi risvolti politici li trova anche in un complotto voluto dalla CIA con il fine di esportare e convalidare l’arte americana giudaica. Più si va avanti nella lettura e più si scoprono quelle ragioni che hanno fatto del professor Costa un tenace denigratore dell’arte contemporanea e la ragione principale di tanta avversione è nella epifania intellettuale di scoprirla giudaica e giudaizzante.
Per essere giudaizzati, secondo Costa, basta aver intrattenuto dei semplici rapporti di amicizia con degli ebrei, come è accaduto a tanti artisti delle avanguardie storiche costretti alla fuga in America. Il clou però si raggiunge quando, nel fondatore del Lettrismo, Isou, il professore trova la profonda ammirazione che Isou aveva per Abulafia, un noto cabalistica che lo avrebbe ispirato e guidato. Avere dei padri antichi come punti di riferimento era pratica non insolita nei movimenti di avanguardia: si pensi Au Rendez-vous des amis di Max Ernst in cui viene ritratto anche Raffaello. Ma questo, il vedere che il Surrealismo cercava alcune proprie origini nel Rinascimento italiano, non fa gridare, scandalizzato, il professore Costa.

LA QUESTIONE DELL’ARTE TECNOLOGICA

Non paghi, gli artisti ebrei, i galleristi ebrei, i mecenati ebrei, i direttori di musei ebrei e i critici ebrei, dopo aver creato un’arte che non avesse più alcuna “simbolica” tentazione di raffigurazione e di idolatria, gli ebrei distruttori della tradizione del bello antico, dopo aver esaltato la difformità, la deformità, la caricatura e l’astrazione, pur di non infrangere il divieto mosaico, come se tutti gli artisti citati fossero degli integralisti religiosi invece di borghesi medi, piccoli e alti, piuttosto laici e tendenti all’ateismo, tutti questi ebrei, dopo aver distrutto e infranto ogni bella speranza della integrità della figura umana e del paesaggio, sono i precursori di un’altra arte disumana, più vicina ai nostri giorni, ovvero l’arte tecnologica. In questa, gli ebrei, dopo aver giudaizzato e spersonalizzato l’arte, trovano nell’arte riproducibile tecnologica quella possibilità di sfuggire alla fissità dell’idolatria, presupposto dell’immagine. E finalmente l’arte come concetto può farsi solo pensiero e fatto mentale. Di tutto questo, per il professore, sono responsabili unicamente gli ebrei. Però in questa accusa il professore Costa dimentica dell’essenza l’essenziale, le parole di Leonardo Da Vinci, il genio universale, per il quale: la pittura è cosa mentale.

Vittorio Pavoncello

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