L’Uomo Vogue di Condè Nast chiude? Ecco come è andata veramente, in risposta a Flavio Lucchini

Di recente Artribune ha pubblicato un articolo firmato da Flavio Lucchini a proposito del L’Uomo Vogue, il magazine maschile nato nel 1967 e chiuso pochi giorni fa esattamente 50 anni dopo. La risposta di Aldo Premoli, che ha diretto il giornale dal 1992 al 2000.

L'Uomo Vogue
L'Uomo Vogue

L’Uomo Vogue è nato su suggerimento di Sergio Galeotti allora socio e compagno di Giorgio Armani che stava per inaugurare la sua nuova linea di abbigliamento maschile. Come tutti i prodotti di Condè Nast è divenuto in breve una potente macchina da soldi confezionato con uno stile che aveva e ha avuto pochi uguali. L’articolo di Flavio Lucchini  però  è molto lontano dal rispecchiare il percorso reale di questa rivista: si sa, gli artisti (e Lucchini lo è certamente) hanno un ego smisurato che spesso li acceca. Lucchini ha disegnato, con il suo direttore Franco Sartori, sin dall’inizio questa rivista. È un fatto. Poi l’ha diretta per tre anni cedendo il posto nel 1979 a Cristina Brigidini (che l’ha governata dal ‘79 al ‘93, trasformandola da cima a fondo e rendendola una macchina da soldi circonfusa di grande autorevolezza internazionale nel suo settore). A Brigidini è succeduto (dal ‘92 al 2000), Aldo Premoli (che è colui che scrive), supervisionato da una Franca Sozzani sempre più in ascesa. In quel periodo l’Uomo Vogue forse fa meno soldi che nei rutilanti anni Ottanta, ma diventa super-cool ed è reputato un giornale di immagine top capace di far concorrenza anche ai raffinati femminili. 

GLI ANNI 2000 E I CAMBIAMENTI

Con il nuovo secolo però qualcosa cambia. Nel 1999 Condè Nast decide di puntare su un maschile che non sia più solo uno specializzato, per quanto di grande lustro, e lancia il progetto GQ. Per l’Uomo Vogue inizia una lenta ma inesorabile eutanasia, mai dichiarata, ma nei fatti. Lo dirige dal 2000 al 2006, la super-stylist Anna Dello Russo, ma poi tutto torna definitivamente nelle mani della recentemente scomparsa Franca Sozzani. Sino all’epilogo che tutti conosciamo. Un’ultima precisazione, doverosa. Lasci perdere Lucchini di tirare in ballo la sociologia. Né ai lettori affezionatissimi del magazine, né a Giorgio Armani, Gianni Versace o Ferrè, né a Helmut Lang, Karl Lagerfeld o  Rey Kawakubo proprio (come a tutti gli altri designer che hanno sponsorizzato per 50 anni questa rivista), del pur rispettabilissimo Francesco Alberoni non è mai importato un fico secco. Sono stati gli shooting fotografici di Bruce Weber,  Herb Ritts, Oliviero Toscani, Helmut Newton, Steven Meisel, Horst P Horst, Mario Testino, Ugo Mulas eSteven Klein a renderlo ineguagliabile. Così va il mondo. 

Aldo Premoli

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige periodici specializzati nel settore tessile abbigliamento come “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. Nel 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Blogger di “Huffington Post”. Direttore della piattaforma super local “SudStyle.it”; senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide; a Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Dal 2020 visiting professor presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.