La cultura italiana cerca nuovi pubblici in Baviera. Intervista al direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco 

Nuovo incarico ministeriale per Fabio Troisi, già direttore di importanti Istituti Italiani di Cultura, tra Pretoria e Varsavia. Le ambizioni e le sfide del nuovo mandato nella sede di Monaco di Baviera

Dopo una lunga esperienza in Polonia, Fabio Troisi lascia Varsavia per assumere la direzione dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. Ad attenderlo, una città ricca di opportunità e sede di importanti istituzioni museali, con cui intende avviare un dialogo proficuo e sviluppare nuove collaborazioni. Ecco le prospettive e gli obiettivi che guideranno il suo mandato nei prossimi anni.

La sede dell'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera
La sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera

Intervista a Fabio Troisi

Comincerei dal tuo percorso negli Istituti Italiani di Cultura. Quali sono state le tappe che ti hanno portato a Monaco e che cosa ti porti dietro dalle esperienze nelle sedi precedenti?
Il mio percorso comincia a New York, dove dal 2012 al 2018 sono stato addetto culturale presso l’Istituto: è stata la mia prima sede e il mio primo incarico all’estero nell’ambito della diplomazia culturale. La grande vitalità della città e l’enorme quantità di stimoli ricevuti mi hanno costruito un bagaglio notevole, che mi porto dietro ancora oggi. A Pretoria, mia prima sede come direttore, ho imparato a capire meglio lo sguardo dell’altro: confrontarmi con una cultura diversa come quella africana mi ha permesso di guardare alla nostra cultura e alla promozione culturale da un altro punto di vista. A Varsavia, dal 2022 al 2026, mi sono rimasti il dialogo con il mondo culturale polacco, la dimensione europea e il contatto con il pubblico della lingua italiana, porta d’ingresso naturale alla nostra cultura. A Monaco porto tutto questo.

Ti sei insediato da poche settimane, raccogliendo il testimone di Giulia Sagliardi. È ancora presto per tracciare un bilancio, ma avrai già cominciato a conoscere la realtà che ti trovi a dirigere. Quali sono i punti di forza su cui intendi fare leva e quali, invece, le criticità che pensi sia necessario affrontare?
È sicuramente presto per un bilancio, ma ho già potuto farmi un’idea della realtà che dirigo. Tra i punti di forza su cui voglio fare leva ci sono il rapporto con le istituzioni cittadine, la collaborazione con le università e il legame profondo tra Monaco e l’Italia, che offre una base ideale per una programmazione ricca e condivisa. Tra le criticità da affrontare penso agli spazi, alle risorse, alla visibilità dell’Istituto e al ricambio del pubblico, che va allargato oltre la cerchia dei frequentatori abituali, a partire dai più giovani. Il lavoro costruito dai miei predecessori è la base solida da cui partire: il mio obiettivo è consolidare ciò che funziona e aprire l’Istituto a nuovi pubblici e a nuove collaborazioni, soprattutto istituzionali.

Come pensi di farcela? C’è qualcosa che vorresti cambiare, rafforzare o ripensare rispetto al lavoro svolto finora?
La sfida principale è far dialogare la grande tradizione culturale italiana con i linguaggi del presente, per parlare a un pubblico sempre più vario. Vorrei rafforzare la promozione della lingua italiana, che è la chiave per avvicinarsi davvero a un patrimonio così ricco, e le collaborazioni con i partner locali, a partire dalle università. Intendo poi ripensare alcuni formati della programmazione, dando più spazio al digitale e ai progetti costruiti insieme alle realtà della città. Non si tratta di cambiare tutto, ma di far evolvere ciò che esiste, tenendo come bussola l’ascolto di chi frequenta l’Istituto e di chi ancora non lo conosce. Un istituto di cultura è tanto più forte quanto più è radicato nel territorio.

Il ruolo dell’arte contemporanea

A Varsavia hai dedicato particolare attenzione all’arte contemporanea, ospitando mostre personali, come quella di Elisa Montessori, e progetti collettivi con artisti come Elena Bellantoni, Giuseppe Stampone e Claudia Losi, consolidando il ruolo dell’Istituto come spazio espositivo capace di accogliere progetti di qualità. Quale ruolo immagini per l’arte contemporanea nella tua programmazione a Monaco? E su quali ambiti o linguaggi pensi di concentrare maggiormente le energie? L’esperienza di Varsavia mi ha confermato che l’arte contemporanea è uno dei linguaggi più efficaci per far dialogare l’Italia con la scena locale. Anche a Monaco vorrei che l’Istituto fosse uno spazio espositivo credibile e aperto, in cui si incontrino artisti già affermati e voci più giovani. Monaco ha una scena artistica vivace e istituzioni di grande prestigio internazionale, con cui intendo costruire collaborazioni stabili per portare i progetti anche oltre le nostre sale. Quanto ai linguaggi, mi interessa dare spazio alle arti visive nelle loro forme più diverse, dalla grafica alla fotografia fino alla performance, privilegiando progetti che sappiano dialogare con la città e con il suo pubblico.

Monaco di Baviera. Foto di ian kelsall su Unsplash
Monaco di Baviera. Foto di Ian Kelsall su Unsplash

Il rapporto con le istituzioni artistiche di Monaco

Monaco dispone di un pubblico con notevoli possibilità economiche, di importanti istituzioni culturali (Lenbachhaus, Brandhorst, Pinakothek, Haus der Kunst) e di una scena artistica di alto profilo in alcuni settori, a partire dalle arti performative. Al tempo stesso, gli spazi indipendenti, le gallerie private e i luoghi di sperimentazione sembrano avere una presenza meno incisiva rispetto alle potenzialità della città. Condividi questa lettura? E quali margini d’intervento può avere un Istituto Italiano di Cultura in un contesto simile?
È una lettura che in parte condivido. Monaco ha un pubblico attento e istituzioni di primo piano, ma ho l’impressione che gli spazi indipendenti e i luoghi di sperimentazione abbiano ancora margini di crescita. È proprio qui che un Istituto di cultura può avere un ruolo: non entrare in concorrenza con i grandi musei, ma muoversi in modo più agile, come ponte tra queste realtà e il mondo culturale italiano. Possiamo offrire un luogo di incontro e di scambio, sostenere progetti più sperimentali e favorire la presenza di giovani artisti italiani e il dialogo con quelli locali. Il nostro contributo sarà tanto più utile quanto più saprà inserirsi in una rete già viva, senza pretendere di sostituirla.

Su quali risorse e strumenti conterai per il tuo mandato? E più in generale: quali sono i limiti strutturali, economici e organizzativi che oggi condizionano la capacità degli Istituti Italiani di Cultura di incidere davvero nei contesti in cui operano?
Conterò anzitutto sulle relazioni: la rete degli Istituti, il lavoro con l’Ambasciata e il Consolato, i partner culturali e le università del territorio. A queste si aggiungono le possibili collaborazioni con enti pubblici e privati, da sempre interessati a questo territorio; senza dimenticare gli strumenti digitali, utili per raggiungere pubblici più ampi. I limiti, d’altra parte, sono noti: risorse economiche contenute, organici ridotti e procedure amministrative che non sempre consentono la rapidità richiesta da una programmazione culturale. Per incidere davvero occorre dunque puntare sulla qualità dei progetti e sulle alleanze, scegliendo con cura dove concentrare le energie e facendo di necessità virtù. Le istituzioni tedesche restano il principale moltiplicatore.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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