Gli interni domestici e i dettagli tratti dalla quotidianità dipinti dai Nabis a fine Ottocento risultano fortemente attuali in epoca pandemica. E vanno in mostra al Portland Art Museum

I “modesti atti di vita”, come li definiva Maurice Denis, e il loro teatro domestico hanno attraversato una curvatura inattesa dopo i recenti eventi pandemici. Il felice sincronismo della mostra Private Lives: Home and Family in the Art of the Nabis, Paris, 1889-1900, rintraccia questo microcosmo tematico – così urgente per il nostro presente – nell’arte dei Nabis. La confraternita, fondata nel 1888 sull’insegnamento di Paul Gauguin, aveva raccolto giovani artisti intorno al credo che “un’opera d’arte era un enigma da decifrare, che lo scopo dell’arte era suggerire piuttosto che raccontare, e che l’arte doveva riflettere il modo in cui le cose apparivano ed erano percepite dall’artista”, come riassume Heather Lemonedes Brown, curatrice dell’esposizione.

Édouard Vuillard, Donna in abito a righe, 1895, olio su tela, 65.7x58.7 cm. National Gallery of Art, Washington © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris
Édouard Vuillard, Donna in abito a righe, 1895, olio su tela, 65.7×58.7 cm. National Gallery of Art, Washington © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris

NABIS A PORTLAND. GLI ARTISTI IN MOSTRA

Sono quattro gli artisti del gruppo in cui la questione della domesticità si pone con evidenza: Maurice Denis, Pierre Bonnard, Édouard Vuillard, Félix Vallotton. “Intimisti” – secondo la definizione di Geoffroy – era un’altra delle etichette critiche assegnate alla compagine. Scene di vita quotidiana che vedono protagonisti donne, bambini, animali, dichiarano una nozione d’intimità la cui genealogia è persuasivamente ricostruita nel testo in catalogo da Mary Weaver Chapin (altra curatrice della mostra): percorre la pittura olandese del Seicento, la letteratura di Mallarmé, il teatro di Maeterlinck, la filosofia di Bergson, cui si aggiungono le influenze visive della fotografia e delle stampe giapponesi.
A queste preoccupazioni risponde la scelta di una pittura di scala ridotta, invito a una contemplazione intima da parte dello spettatore. La stessa logica di visione privata conduce anche alla grafica, che proprio nell’ultimo decennio dell’Ottocento attraversa un momento d’imponente diffusione. A quest’ambito – rappresentato nella diversità delle sue tecniche – è riservata una parte rilevante nell’esposizione, riscattandolo dalla condizione di minorità cui solitamente è relegato e facendo intelligente uso delle collezioni museali delle due istituzioni organizzatrici (Portland Art Museum e Cleveland Art Museum), cui si aggiunge una serie di prestiti internazionali.

Maurice Denis, Le nostre anime, dalla cartella Amore, 1899, litografia a colori su carta tessuta, 40.8x53 cm. Portland Art Museum © 2021 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris
Maurice Denis, Le nostre anime, dalla cartella Amore, 1899, litografia a colori su carta tessuta, 40.8×53 cm. Portland Art Museum © 2021 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris

DALLA CASA ALLA CITTÀ

Le cinque sezioni in cui si articola la mostra seguono un itinerario dall’interno casalingo alla città. L’idea di domesticità guida anche l’allestimento, che presenta pareti vivacemente colorate e tappezzate di carta da parati.
Il percorso espositivo inizia così dalla dimensione dell’interno, di cui è svelata la natura bifronte: quella intima guarda a rituali quotidiani come i pasti o il lavoro domestico (Vuillard condivide l’abitazione con il laboratorio di abbigliamento di famiglia); quella turbata lascia invece emergere “la tragedia quotidiana e il mistero della vita ordinaria”, come l’aveva sensibilmente definita il critico Mauclair. Quest’ultima appartiene soprattutto a Vuillard e Vallotton, di cui spicca la serie xilografica delle Intimités (1897-98), manifestazione della sua concezione d’interno come “luogo per satirizzare la borghesia francese” (Chapin).
La musica che fa da sottofondo alle vite dei Nabis risuona nella successiva sezione, che propone una selezione dalle Petites scène familières del compositore Claude Terrasse (cognato di Bonnard), registrate per l’occasione. Al paragone fra pittura e musica i Nabis partecipano con l’attenzione nei confronti della figura dell’esecutore (ricorre il soggetto di Misia Natanson, musa del gruppo) o l’illustrazione di spartiti e libri musicali (come testimoniano le collaborazioni fra Bonnard e Terrasse).

Pierre Bonnard, Scena di famiglia, 1893, litografia a colori su carta, 58x41.5 cm. The Cleveland Museum of Art © 2021 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris
Pierre Bonnard, Scena di famiglia, 1893, litografia a colori su carta, 58×41.5 cm. The Cleveland Museum of Art © 2021 Artists Rights Society (ARS), New York – ADAGP, Paris

NABIS: LA FAMIGLIA E IL GIARDINO

La vita familiare – cui è dedicata la sezione successiva – appare fondata sul vincolo coniugale, coronato dalla procreazione (curiosa la parete dedicata agli annunci di nascite). Protagonista qui è soprattutto Denis, con la celebrazione del proprio legame amoroso che si colora di tinte religiose (serie litografica Amore, 1899).
Estensione circoscritta e naturale della casa, il giardino è l’argomento della parte meno cospicua della mostra, che ne presenta le diverse connotazioni simboliche. Il tentativo di addomesticamento – inteso in senso letterale – si estende anche alla città, al centro della sezione conclusiva dominata da Bonnard e Vuillard: Parigi è osservata, infatti, dall’interno della casa o in luoghi chiusi come i caffè, o ancora attraverso scene in cui la strada accoglie quel sentimento privato così amato dai Nabis.

Simone Ciglia

Portland // fino al 23 gennaio 2022
Private Lives: Home and Family in the Art of the Nabis, Paris, 1889-1900
PORTLAND ART MUSEUM
1219 SW Park Avenue
https://portlandartmuseum.org

Dati correlati
AutoriPaul Gauguin, Félix Vallotton , Maurice Denis, Pierre Bonnard , Édouard Vuillard
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Simone Ciglia
Simone Ciglia (Pescara, 1982) è Career Instructor presso la University of Oregon. Le sue aree di ricerca si concentrano sugli spazi marginali nelle pratiche artistiche contemporanee, all’intersezione di ambiti quali l'agricoltura, l'artigianato e gli impulsi utopici / distopici. Lavora come curatore freelance e scrive per diverse testate specialistiche. È stato assistente ricercatore presso il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma e ha collaborato in ambito editoriale con Treccani e Zanichelli. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia dell'Arte Contemporanea presso la Sapienza Università di Roma.