Il Kunstforum di Vienna ha riaperto il 21 maggio la mostra “The Cindy Sherman Effect”, che accende i riflettori sulle tematiche di trasformazione e identità nell’opera dell’artista statunitense. Indagando l’importante effetto che le sue innovative sperimentazioni hanno avuto sulle generazioni successive, come ci ha raccontato la curatrice Bettina Busse.

Vero e proprio punto di riferimento per le generazioni successive, Cindy Sherman (1954) è il cuore pulsante della mostra allestita al Kunstforum di Vienna. Un itinerario che chiama in causa colleghi e “discepoli”, raccontato dalla curatrice Bettina Busse.

Una delle fotografie faro della mostra allestita al Kunstforum di Vienna è Untitled Film Still n. 2, 1977, parte di una suite di settanta fotografie in bianco e nero dove Cindy Sherman assume le diverse identità di personaggi femminili cinematografici che la consacrarono come artista riconosciuta dalla critica e dal pubblico. Come ha selezionato le opere della sua vasta produzione?
Ho selezionato le opere di Cindy Sherman che ritengo rilevanti per il tema della mostra. Anche se presentare una selezione molto completa del lavoro di Sherman potrebbe essere diverso da una selezione per una monografia sull’artista. Con i primi lavori di Sherman volevo mostrare il processo di sviluppo della sua tecnica. In Busriders del 1976 si può vedere quanto siano semplici l’ambientazione e i costumi rispetto alle opere successive più dettagliate e perfette.

La mostra non segue un percorso cronologico. Come lo ha costruito?
La mostra è strutturata in diversi gruppi tematici, ad esempio alla Disaster Series di Sherman corrispondono le opere di Gavin Turk e Douglas Gordon. Per tenere conto di uno dei giovani artisti in mostra: l’impegno di Sherman con la televisione e il cinema corrisponde al lavoro di Ryan Trecartin sugli odierni social media e sull’influenza sull’identità dei giovani.
Il mio punto di partenza è stato quello di capire i punti più rilevanti nel lavoro di Sherman per quanto riguarda la scena dell’arte contemporanea a partire da artisti a mid career come Sarah Lucas, Pipilotti Rist, Fiona Tan ecc. fino ad arrivare a quelli molto più giovani come Ryan Trecartin, Wu Tsang e Martine Gutierrez.

In mostra c’è solo un’artista della stessa generazione di Cindy Sherman, Sophie Calle, il cui lavoro descrive la vulnerabilità umana ed esamina l’identità e l’intimità. Tutti gli altri artisti appartengono alle generazioni più giovani “sotto l’effetto Sherman”. Candice Breitz probabilmente non avrebbe creato un’installazione video come Becoming, qui in mostra, senza i precedenti esperimenti di Sherman. Come ha scelto i ventuno artisti, tra i quali compaiono appunto anche Julian Rosefeldt, Sarah Lucas e Pipilotti Rist?
Sophie Calle è forse la risposta europea a Cindy Sherman della sua generazione. Il lavoro di Calle è più legato al testo/alla letteratura e influenzato dalla Nouvelle Vague, non dai mass media come la televisione. Considerando Sherman come un’antesignana per riflettere il tema dell’identità in un senso più ampio, stavo facendo ricerche e pensando ad artisti che trattano argomenti che definiscono la discussione sull’identità oggi, in particolare sulle questioni legate all’identificazione di genere e queer. Tornando indietro, negli Anni Novanta e Duemila, c’era un forte gruppo di donne artiste che si occupavano di femminismo, come Sarah Lucas e Pipilotti Rist.

Tra le opere spicca l’installazione di Monica Bonvicini Pas de Deux, realizzata appositamente per la mostra. Come è nata la collaborazione?
La collaborazione con Monica Bonvicini è iniziata con la mia intenzione di mostrare un’opera dell’artista del 2006 intitolata Identity Protection, che si è rivelata tecnicamente impossibile da installare nello spazio espositivo. Così Monica e io abbiamo iniziato una conversazione su ciò che potevamo fare e ha deciso di realizzare un nuovo lavoro per la mostra.

L’effetto Sherman arriva fino alle giovani generazioni di artisti come Ryan Trecartin, Martine Gutierrez e Wu Tsang, presenti in mostra. L’effetto Sherman continua?
Penso che l’effetto continuerà perché Cindy Sherman ha aperto così tante porte agli artisti dopo di lei. È già un’icona dell’arte contemporanea e ha scritto la storia dell’arte.

Giorgia Losio

Vienna // fino al 19 luglio 2020
The Cindy Sherman Effect
BANK AUSTRIA KUNSTFORUM WIEN
Freyung 8
https://www.kunstforumwien.at/

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AutoreCindy Sherman
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Giorgia Losio
Giorgia Losio, nata a Milano, è storica dell’arte e appassionata di design. Ha studiato storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano e si è specializzata in storia e critica dell’arte contemporanea all’Université Sorbonne Paris-IV e in museologia e museografia all’École du Louvre. Ha collaborato alla realizzazione di progetti espositivi con istituzioni internazionali quali MACBA, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto Biella, MAMAC Nizza, Pinacothèque de Paris, Palais de Tokyo Parigi, Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains Tourcoing. Ha pubblicato articoli su Artribune, Exibart, Tema Celeste e Corriere della Sera.