A Vienna, l’Albertina Museum ripercorre la carriera di Albrecht Dürer. Con una mostra dai grandi numeri. Che approfondisce la storia di un artista non convenzionale.

Ne han fatte di tutti i colori. È esattamene così se parliamo delle copie in produzione illimitata, sotto forma di oggetto tridimensionale in materiale plastico, del celebre Feldhase (Leprotto) di Albrecht Dürer, un acquerello di suprema raffinatezza tecnica ed estetica, datato 1502. Perché celebre lo è di certo questo particolare dipinto che l’Albertina Museum di Vienna, nel vantarne la proprietà, ha scelto ormai da tempo come simbolo per rappresentare il proprio ricco patrimonio storico-artistico. Eppure, con la sponsorizzazione di quel “feticcio”, infrangibile e a grandezza naturale, opera dello scultore Ottmar Hörl, il museo ha voluto giocare iconicamente sull’idea di una “sostenibile” leggerezza dell’arte. Così concepito, l’oggetto pare esibirsi in una eccentrica allegoria del noto saggio benjaminiano, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, in cui il filosofo berlinese valutava con favore la serialità della moderna produzione artistica e la conseguente fruizione su larga scala, riferendosi primariamente a cinema, fotografia e musica. Frivolo o umoristico, cosa c’è di scandaloso nel “leprotto” di Hörl? Ogni esemplare, e non importa se in rosso blu verde eccetera, ha anch’esso un potenziale intento divulgativo “di massa”, essendo in vendita nel bookshop del museo alla modica cifra di 69 euro.

Albrecht Dürer, Feldhase, 1502 © Albertina, Wien
Albrecht Dürer, Feldhase, 1502 © Albertina, Wien

LA MOSTRA

Il Leprotto di Dürer, l’opera eseguita ad acquerello più di cinque secoli fa, torna a mostrarsi in pubblico dopo qualche anno di totale clausura, precauzione adottata per le opere di pregio a tecnica tendenzialmente deteriorabile. Risale a tre anni fa l’ultima volta che l’Albertina Museum la espose, ma fu un evento eccezionale durato solo sette ore. Torna ora a mostrarsi per qualche mese nella veste di “anfitrione” per una antologica che l’istituzione sta dedicando per l’appunto ad Albrecht Dürer, artista nato a Norimberga nel 1471, annoverato quale precoce esponente del Rinascimento tedesco, umanista, tra i massimi ingegni della storia dell’arte.
Personalità complessa, dai molteplici interessi disciplinari e teorici, fu pittore, incisore, autore di trattati, di scritti autobiografici, studioso di matematica. Ma innanzitutto Dürer fu un talento naturale, istintivo, visto che all’età di tredici anni si cimentò in un valido autoritratto di tre quarti allo specchio, realizzato con punta d’argento su carta e preziosa proprietà della sede viennese. Negli anni a venire Dürer tornerà a ritrarsi più volte, utilizzando tecniche differenti per veicolare significati simbolici sul proprio stato di uomo e di artista. E, come si può vedere, lo farà perfino mettendosi letteralmente a nudo in un disegno su carta verde (1499 ca.), in cui la sua figura pare emergere, enigmatica, dalle tenebre.

LE OPERE

L’Albertina vanta ben 140 disegni del maestro di Norimberga, un patrimonio notevole e significativo in considerazione del fatto che le sue opere su carta prefigurano già l’autonomia del disegno come forma d’arte. In Mani in preghiera (1508), ad esempio, osservando la minuziosa precisione tecnica e la resa chiaroscurale, insieme all’espressività del gesto, si è ben oltre lo studio di un dettaglio per un dipinto. Altrettanto dicasi per l’accuratezza compositiva e cromatica dell’acquerello Ala di ghiandaia (1500-12 ca.), sviluppata in un supporto di pergamena di soli 19,6 x 20 cm; o La grande zolla (1503), in cui l’acutezza intellettuale dell’artista rinascimentale è volta a indagare il mondo vegetale. Morì nella sua città d’origine nel 1528, lasciando una rilevante eredità alla moglie.
In mostra, duecento opere tra cui un centinaio di disegni e acquerelli; vi sono quindi lavori grafici e importanti dipinti da prestiti internazionali. In più, documenti rari e appunti personali che contribuiscono ad approfondire lo spirito creativo di Dürer e il suo modus operandi. La mostra è a cura di Christof Metzger che, oltre a essere uno studioso di Dürer, riveste la carica di curatore capo dell’Albertina Museum.

Albrecht Dürer, Selbstbildnis als Dreizehnjähriger, 1484 © Albertina, Vienna
Albrecht Dürer, Selbstbildnis als Dreizehnjähriger, 1484 © Albertina, Vienna

INTERVISTA AL CURATORE CHRISTOF METZGER

Albrecht Dürer è un gigante! Quale criterio ha seguito nel curare la mostra?
Principalmente la cronologia delle opere. Oltre a ciò vi si possono rintracciare le relazioni tra generi pittorici, per esempio tra i lavori su carta e i dipinti.  Ma giocano un ruolo anche le intersezioni fra le tecniche usate o i motivi tematici.

Dalla sua ricerca curatoriale emergono aspetti nuovi dell’arte e/o della vita di Dürer?
Vedo molta importanza nella centralità che assume il disegno e in generale il personalissimo tratto grafico. Quello che conosciamo dai disegni è per lo più materiale interno alla bottega, fino a comprendere fogli come il Leprotto o le Mani in preghiera: opere che mostrano una peculiarità che sfiora la pittura o che la oltrepassa. Voglio sottolineare che tali miracoli nel produrre arte su carta documentano non soltanto il virtuosismo tecnico di Dürer, ma dimostrano soprattutto la perfetta forma artistica raggiunta attraverso lo studio della natura.

Gli storici d’arte hanno insistito molto nel ritenere Dürer l’artista per eccellenza della “melanconia” come elemento di spicco della vita psichica e dell’arte. La sua mostra affronta questo tema?
Io ritengo che il “modello Panofsky”, che ha la sua origine nella psicoanalisi, sia da sempre esagerato e oggi anche superato. Quanto tale aspetto rifletta la vera personalità dell’artista, pur nella sua straordinarietà, o se invece ciò ricalchi uno stereotipo – come io penso –, è una domanda che non mi pongo nella mostra.

Insomma, ci chiarisca una cosa: Dürer era un soggetto melanconico?
Conosco bene Dürer, ma non personalmente, e non penso affatto che lo fosse. Il fatto che la malinconia giochi un ruolo nella sua opera artistica e letteraria si deve proprio alla teoria umanistica della melanconia, in quanto accredita a tale stato d’animo la sorgente della genialità.

Albrecht Dürer visto da Maurizio Ceccato © Artribune Magazine Grandi Mostre
Albrecht Dürer visto da Maurizio Ceccato © Artribune Magazine Grandi Mostre

In cosa consiste realmente l’Umanesimo di Dürer?
Difficile rispondere. Dal mio punto di vista, Dürer era inserito in questo fenomeno in modo alquanto approssimativo e grazie ai suoi contatti con le cerchie umanistiche di Norimberga; con molta probabilità lui non conosceva, se non superficialmente, né il greco né il latino. Però, senza un effettivo intuito filosofico, non è spiegabile lo sguardo analitico di Dürer sulla vita e sul mondo che lo circonda, sulla natura e sull’uomo. Nei suoi Quattro libri sulle proporzioni umane, del 1528, postula infatti che solo attraverso l’imitazione della natura è raggiungibile il più alto livello dell’arte. Cito letteralmente Dürer: “In verità l’arte si nasconde nella natura. Chi riesce a strapparla la possiede”.

Quali sono stati i circoli culturali che hanno maggiormente influenzato l’artista?
Innanzitutto, come accennato, il circolo degli umanisti di Norimberga intorno a Conrad Celtis e Willibald Pirckheimer. Più tardi, ma solo per sentito dire, la Riforma di Martin Lutero, personaggio che ha pure voluto ritrarre. Quando era apprendista itinerante, subì l’influenza del milieu intorno a Martin Schongauer; poi a Venezia – che ha visitato due volte – i più importanti pittori della Serenissima. Nelle lettere che scriveva a Willibald Pirckheimer si vantava dell’alta considerazione attribuitagli da Giovanni Bellini. Infine, dal diario del suo viaggio nei Paesi Bassi veniamo a sapere come Dürer – che nel frattempo era diventato lui stesso un maestro, una “star” – concedesse la sua amicizia a colleghi in lotta per godere della sua benevolenza.

C’è però un artista che lui ha considerato suo vero maestro?
Sì, l’artista di Norimberga Michael Wolgemut, nella cui bottega era entrato come apprendista nel 1486. Per costui ebbe sempre una grande venerazione, e ciò nonostante Albrecht si fosse ben presto emancipato dall’arte impietrita della tradizione tardogotica.

Come possiamo sintetizzare l’influenza di Dürer nell’arte del suo tempo e oltre?
Sia stilisticamente sia ispirandosi ai motivi delle sue opere, chi seguiva Dürer, in vita e dopo la sua morte, mostrava di essere “up-to-date”.

Franco Veremondi

Vienna // fino al 6 gennaio 2020
Albrecht Dürer
ALBERTINA MUSEUM
Albertinaplatz 1
+43 1 534 83 540
https://www.albertina.at/

Articolo pubblicato su  Grandi Mostre  #18

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AutoreAlbrecht Dürer
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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.