A Londra, un tuffo nella poetica di Stanley Kubrick. Tra oggetti di scena, proiezioni e opere di design.

Nel 1999 la luce si spense su alcuni degli artisti più geniali del XX secolo, tra cui Stanley Kubrick, regista che ha stravolto i canoni in uso, riscrivendo la storia della cinematografia. A distanza di vent’anni dalla morte del pionieristico artista americano, il Design Museum di Londra ne celebra la vita e le opere con una grande mostra che raccoglie ben oltre 500 oggetti, tra cui proiezioni e interviste, mettendo in primo piano lo spirito innovativo e il fascino di Kubrick per tutti gli aspetti del design. E descrivendo il livello di dettaglio approfondito, a tratti leggendariamente ossessivo, che ha caratterizzato la ricerca estetica dei suoi film.
Camminando lungo il celebre corridoio di The Shining si accede a un susseguirsi di sale che ricostruiscono, con una trama narrativa inedita e con dovizia di particolari, i complessi mondi di Kubrick.
La mostra, dal carattere internazionale e itinerante, è stata presentata per la prima volta nel 2004 a Francoforte e include opere dei designer Hardy Amies, Saul Bass, Milena Canonero e Ken Adam, immagini di Diane Arbus, Allen Jones e Don McCullin, disegni di Elliot Noyes e Pascall Morgue insieme ad altri contributi di celebri registi, arricchendosi di un catalogo con testi di Martin Scorsese, Christiane Kubrick e una prefazione di Jan Harlan.

AFFINARE LO SGUARDO

Kubrick è stato uno dei migliori registi a far immaginare tantissimo mostrando pochissimo, modificando profondamente la grammatica cinematografica della sua epoca. Si avverte una sensazione di straniamento nei confronti delle vicende narrate nei suoi film, all’interno delle quali i personaggi hanno un carattere fortemente caricaturale, mentre tematiche come la violenza, l’amore e la guerra sono spesso spettacolarizzate, non rappresentate. Nulla è lasciato al caso, dalla valenza simbolica dei cromatismi ‒ basti pensare al bianco degli abiti di Alex in Arancia meccanica, utilizzato atipicamente in modo negativo per amplificare l’ultraviolenza dei drughi metropolitani ‒ alla scelta dei nomi all’uso della musica e del grandangolo per allargare a dismisura gli spazi e creare un’atmosfera allucinata e allucinante.
Gli universi spesso cupi di Kubrick sembrano risolversi nella fragile immagine del feto in 2001: Odissea nello spazio, che si staglia sulla curvatura dell’orbita terrestre, fuori dal mondo dominato dal cervello e dalle forze di morte che lo animano. Forse ispirato proprio dall’osservazione del cosmo, dalla ricerca di una quarta dimensione, Kubrick affina lo sguardo della cinepresa dotandola di lenti usate dalla NASA, per sperimentare oltre ogni limite noto.
A parlarcene in questa intervista sono il co-curatore della mostra Adrienne Groen e Georgina Orgill, archivista dello Stanley Kubrick’s Archive della University of the Arts di Londra

Stanley Kubrick, 2001. Odissea nello spazio (1965 68) © Warner Bros. Entertainment Inc.
Stanley Kubrick, 2001. Odissea nello spazio (1965 68) © Warner Bros. Entertainment Inc.

L’INTERVISTA

Immagino sia stato difficile, Adrienne, scegliere all’interno dell’enorme archivio di Kubrick. Che criteri hai usato e qual è stata la collaborazione con lo Stanley Kubrick’s Archive?
È la prima volta che una mostra pone l’accento sul ruolo giocato dal design nei film di Kubrick, pertanto abbiamo utilizzato questa chiave per lo sviluppo della narrazione. Dato che ci troviamo a Londra, casa e “ufficio” di Kubrick per oltre quarant’anni, abbiamo cercato di presentare il regista stesso, la metodologia di lavoro, il rapporto tra i suoi film e questa città ‒ dalla ricerca alla sua elaborazione, la creazione della storia, il montaggio e le riprese. Siamo stati molto fortunati ad aver lavorato a stretto contatto con la famiglia di Kubrick, il cui ruolo è stato importante nel plasmare questa mostra, che presenta solo una parte dell’archivio di Kubrick (è lungo più di 800 metri). Nei primi mesi ho visitato regolarmente l’archivio cercando, film per film, gemme nascoste. Parte del materiale che ho selezionato è molto personale e/o rivela l’approccio unico di Kubrick al cinema. Inoltre, abbiamo trovato alcuni articoli mai mostrati prima, creati da designer e artisti con cui Kubrick ha collaborato.

L’Archivio Stanley Kubrick, dono della famiglia alla University of the Arts, è la mecca in cui sono custodite inestimabili rarità e film abbozzati come A.I. Artificial Intelligence, la cui postuma realizzazione è attribuita a Steven Spielberg. Georgina, quali sono l’origine e la valenza dell’archivio all’interno della nostra cultura contemporanea?
L’archivio Stanley Kubrick è stato fondato presso l’University of the Arts di Londra nel 2007. Offre un’inestimabile testimonianza dei processi di produzione cinematografica di Kubrick, abbracciando l’intero asse della sua carriera, educa e ispira le future generazioni di registi e ricercatori. Dalle fotografie per la rivista Look al film incompiuto Aryan Papers, l’archivio comprende script, sviluppi, ricerche di location e costumi, note di editing, oggetti di scena, costumi, scenografie, pubblicità e poster. È giusto che gli studenti che frequentano la University of the Arts ‒ al secondo posto nel mondo per l’arte e il design nei QS World University Rankings 2019 ‒ abbiano accesso a questo incredibile archivio, che incarna l’ampiezza delle discipline creative insegnate nei sei college di fama mondiale della UAL, tra cui arte, design, moda, comunicazione, media e performance, come fonte di ispirazione per la produzione creativa e come risorsa di ricerca ineguagliabile.

Parlando della mostra, Adrienne, come hai affrontato i temi cardine presenti nei film di Kubrick ‒ amore/eros, guerra/violenza, pazzia?
All’interno della mostra che guida il visitatore da un film all’altro, invece di seguire un approccio cronologico, abbiamo deciso di riorganizzare l’ordine dei film. Ciò ha creato un interessante substrato di narrazioni sovrapposte; questo accade ad esempio con le tematiche legate alla censura e alle polemiche che circondano Lolita e Arancia meccanica, così come il trattamento di Kubrick degli argomenti di guerra e violenza in Spartacus, Orizzonti di gloria e Full Metal Jacket.

Matthew Modine e Stanley Kubrick sul set di Full Metal Jacket (1987) © Warner Bros. Entertainment Inc.
Matthew Modine e Stanley Kubrick sul set di Full Metal Jacket (1987) © Warner Bros. Entertainment Inc.

Molto prima di Wes Anderson, Kubrick mise il personaggio al centro delle scene, esattamente nel punto di fuga, circondato da scatti simmetrici. Hai scelto di riflettere la prospettiva di Kubrick mentre lavoravi alla scenografia della mostra?
Il punto di fuga centrale nella prospettiva d’immagine di Kubrick è una delle sue tecniche cinematografiche più iconiche ed è stato importante per noi dargli un posto di rilievo all’interno della mostra. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Pentagram, i designer dell’esposizione, a una bella installazione all’ingresso, che tutti dovrebbero vedere e rivedere!

L’editing di Kubrick e la tecnica del “match-cut”; la steadicam e la slit-scan; l’uso pionieristico delle lenti Zeiss Planar, originariamente progettate per la NASA, in aggiunta ad altre rivoluzionarie implementazioni di zoom e tecnologie fotografiche. La musica, di cui ha detto: “Un film dovrebbe essere più musica che narrazione, dovrebbe essere una progressione di stati d’animo e sentimenti, il tema, ciò che si nasconde dietro alle emozioni, il significato, tutto ciò che viene dopo”. In che modo questi argomenti sono trattati all’interno della mostra?
È un’ottima selezione di argomenti e posso dirti che, in effetti, sono tutti affrontati dalla mostra, nel contesto del processo e dello sviluppo, in relazione al quadro finale o dal punto di vista dei progettisti e degli ingegneri con cui Kubrick ha collaborato. Uno degli oggetti che preferisco all’interno della mostra è l’obiettivo NASA (sviluppato da Zeiss), che ha permesso a Kubrick di filmare a lume di candela. Abbiamo anche invitato il designer Moritz Waldemeyer a creare un’installazione, che comprende cento candele digitali ispirate a Kubrick e a Barry Lyndon.

Stanley Kubrick è considerato il regista più importante del nostro tempo. Qual è l’eredità dei suoi valori estetici?
Kubrick continua a essere una fonte d’ispirazione per cineasti e designer contemporanei. Quello che amo di più delle sue pellicole è che ognuna esplora un genere diverso e, allo stesso tempo, ridefinisce il genere. Con 2001: Odissea nello spazio Kubrick ha stravolto il concetto di film di fantascienza, aprendo la strada ad altre opere cinematografiche come Star Wars o Blade Runner. Oggigiorno, a ben 51 anni dalla sua prima proiezione, continua a stupire gli spettatori. La visione di Kubrick del futuro era azzeccata: il Newspad (progettato da Eliot Noyes, IBM e Harry Lange) è una copia identica del moderno iPad; il Bell Picture Phone che Heywood Floyd usa per videochiamare sua figlia (nella realtà si tratta della figlia di Kubrick) è un chiaro precursore di FaceTime e Skype. Era un regista che ha collaborato a stretto contatto con i designer e ha utilizzato le ultime tecnologie per costruire mondi cinematografici con maniacale attenzione per i dettagli. Ha approfondito ogni minuzioso aspetto ricercando l’autenticità, fermandosi solo di fronte a ciò che sembrava “assolutamente corretto”. Il suo approccio al cinema è stato unico e questo rende i suoi film ancora attuali ed emozionanti.

Elena Arzani

Londra // fino al 15 settembre 2019
Stanley Kubrick: the exhibition
THE DESIGN MUSEUM
224-238 Kensington High Street
https://designmuseum.org/

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #16

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AutoreStanley Kubrick
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Elena Arzani
Elena Arzani, art director e fotografa, Masters of Arts, Central St. Martin’s di Londra. Ventennale esperienza professionale nei settori della moda, pubblicità ed editoria dell’arte contemporanea e musica. Vive a Milano e Londra.