Mentre la Ministra Fedeli lavora per ampliare i programmi di formazione europei, il filosofo populista Diego Fusaro arriva con un’uscita delle sue. Vade retro Erasmus! Molto meglio la naja obbligatoria. Sì, l’ha detto davvero, con assurde argomentazioni. E la Rete risponde a colpi di gattini.

Un paio di anni fa uscì sull’ottimo Minima & Moralia un articolo di Raffaele Alberto Ventura, dall’inequivocabile titolo: “Che cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?”. Una lunga requisitoria contro il giovane filosofo, saggista e docente universitario, ospite fisso dei talk show televisivi (per La Gabbia un vero e proprio maître à penser) e di testate come Il Fatto Quotidiano. Noto per il suo eloquio ridondante, Fusaro si fa portatore di un pensiero ambiguo imbevuto di filosofia marxista, anticapitalismo radicale, critica alla postmodernità, esaltazione di sovranismo, etnicismo e nazionalismo, furia antisistema e disprezzo per le banche, culto dell’identità, insofferenza per transgender e transessuali, condanna delle migrazioni in quanto forme di deportazione schiavista, conservatorismo radicale veicolato da un ardente esprit rivoluzionario. Musica per le orecchie di grillini, leghisti e Fratelli d’Italia vari.
L’aggettivo che Fusaro si è ampiamente meritato è quello di “rossobruno”, il classico intellettuale talmente a sinistra da ritrovarsi a destra con doppio salto carpiato. Insomma, un po’ fascista, un po’ stalinista, una volta si sarebbe detto un nazi-maoista. Perfettamente a suo agio in tempi di populismo postideologico.

Diego Fusaro, Pensare altrimenti
Diego Fusaro, Pensare altrimenti

IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA POST

Ecco, il titolo di quell’articolo torna spesso in mente quando una delle sue intuizioni si materializza su Internet, in tv o in libreria. Così come torna in mente l’epica bastonata che gli assestò Michela Murgia in una puntata di Quante Storie, su Rai3. Il libro del filosofo, oggetto della stroncatura, era Pensare altrimenti, pubblicato nel 2017 da Einaudi, un saggio in cui l’idea di dissenso si tramuta – tra le altre cose – in una cieca condanna degli studi di genere, scambiati per lo strano mostro dell’“ideologia gender”. Una battaglia dal retrogusto omofobo, che finisce per colpire le sacrosante battaglie per i diritti civili. La Murgia, lingua tagliente e suadente, chiosava parafrasando Goya: “Il sonno della ragione, a volte, genera purtroppo anche libri”. Severa ma giusta.
Ora, Fusaro è certamente uno studioso, un professore, uno scrittore. Ma il personaggio che si è cucito addosso e che ci propina quotidianamente – forse a scopi di audience, enfatizzando, o forse perché ci crede davvero – si presta non di rado a ironia, sgomento, incredulità. L’ultima sparata è quella del 20 agosto scorso. Forse colpa del caldo postferragostano, ma davvero non si riesce a capire dove voglia andare a parare il prof. Il quale, rivolgendosi agli studenti, dà un consiglio: smettete di partire. Bisogna sottrarsi all’imperio dell’internazionalizzaizone e alla pratica così in voga dei periodi di studio all’estero.
Tempismo perfetto, all’indomani di un attentato terroristico, quando l’unica cosa da fare sarebbe provare a non spegnere nei giovani la voglia di investire nel futuro, di muoversi, di vivere, di viaggiare. Contro il virus della paura.
Dice Fusaro: “Abbiamo tolto la leva obbligatoria e abbiamo messo come nuova naia l’Erasmus, per rieducare i giovani al globalismo post-nazionale. Di modo che essi abbandonino ogni radicamento nazionale e ogni residua identità culturale e si consegnino senza coscienza infelice all’erranza planetaria, all’espatrio permanente, al moto diasporico globalizzato e alla centrifugazione postmoderna delle identità. I pedagoghi del mondialismo possono così, con profitto, imporre ai giovani femminilizzati la nuova postura cosmopolita no border”. Il sonno della ragione genera purtroppo anche post.

Campagna Erasmus
Campagna Erasmus

IDENTITÀ, NAZIONALISMO E TESTOSTERONE

Dunque, l’Erasmus – a cui nel 2016 hanno aderito 58mila italiani, per un investimento pubblico di oltre 92 milioni di euro – sarebbe una schifezza. Molto meglio farsi un anno di militare. Una volta la gioventù italica cresceva sana, forte e maschia, perché attaccata al valor di Patria, avvezza a nutrirsi del sangue della Nazione e a restituirle il suo, quando c’era da andare in battaglia. Oggi no, oggi è tutta un’altra deriva. Niente guerre, niente leva obbligatoria (al massimo quel servizio civile per rammolliti che vogliano fare un po’ di volontariato), niente patriottismo enfatico. Oggi i giovani studiano e viaggiano. Vanno in cerca di cultura, anzi di culture. Imparano le lingue, si confrontano con altri giovani, altri docenti, altri contesti. Frequentano musei, teatri, piazze, locali, parchi, associazioni, biblioteche e atenei stranieri. E tutto questo lo consente – vergogna! – lo Stato. Grazie ai suoi programmi didattici gratuiti, offerti da università e accademie.
Più in generale, se ne faccia una ragione il giovane fascio-marxista, la società odierna – in crisi per quanto sia, ammaccata, confusa, allo sbando – è figlia di un processo di evoluzione che ha sostituito al militarismo e allo statalismo autoritario una cultura democratica fondata – in linea di principio – su istruzione, sapere scientifico, iniziativa personale, libero movimento di merci e di persone, progresso (quale aberrazione!), diritti umani, superamento dei confini tra gli Stati d’Europa e – più o meno – valore dell’accoglienza per i rifugiati. Per Fusaro l’immagine di un mondo in pezzi.

Il Ministro Valeria Fedeli
Il Ministro Valeria Fedeli

E mentre la ministra Valeria Fedeli dichiara al Sole 24 Ore che sta lavorando “per estendere l’Erasmus agli ultimi due anni delle superiori, in modo tale da far diventare curriculare questa formidabile esperienza formativa”, lui evidenzia invece il rischio ulteriore della virilità perduta. Studiare fuori condurrebbe a una bieca “femminilizzazione”. L’ossessione del gender torna e si insinua, totalmente a caso: sennò che ossessione è? Rimane oscuro il nesso tra formazione internazionale e perdita di testosterone (alle donne invece cosa accade? Si iperfemminilizzano? O al contrario si ritrovano più mascoline?).
In sostanza, se studi e viaggi sei una femminuccia hypster e la parola “femmina” è naturalmente usata in un’accezione negativa.  Siamo più o meno al livello del maschio che “ha da puzzà”: rude, ruspante, attaccato alla terra, fiero dei propri testicoli, un filo maschilista (che non guasta) e abituato a farsi bastare il suo territorio, le sue radici, la vita nei campi e nelle fabbriche (rigorosamente statali). Quando il roboante “nazionalismo” si rivela per quel che è: un triste provincialismo.
Non che sia da demonizzare la provincia, ci mancherebbe. Dimensione straordinaria, rivalutata dopo l’overdose di globalismo, recuperando il valore di eccellenze locali, tradizioni, comunità e ritmi a misura d’uomo. Ma un buon modo per farne preziosa risorsa è proprio quello di affiancarla all’esperienza del mondo, dell’oltreconfine, dell’altro e del diverso. Che in fondo è quel concetto d’identità a cui Fusaro sembra non voler guardare nemmeno per errore. Identità come processo e non come tomba, come apertura e non come prigione, come pluralità e consapevolezza piuttosto che isolamento e impoverimento.

gattini

TANTI GATTINI PER FUSARO

Che cosa abbiamo fatto per meritarci Fusaro non lo sappiamo. Ma qualcosa di grave dobbiamo certamente espiare se ci imbattiamo in centinaia di persone disposte ad applaudire certe uscite. Cosa accade al Paese? Una domanda che torna con insistenza, iritrovandosi tra eserciti di complottisti, terrapiattisti, antivaccinisti, santoni new age o supporter invasati (e spesso aggressivi) di determinati movimenti o leader politici.
Eppure è proprio dai social che arriva la reazione più bella. Geniale, ironica, contagiosa, come spesso solo in Rete può accadere. Subito prima del post dedicato all’Erasmus, Fusaro ne aveva pubblicato un altro – sprezzante e machista: ritorna la fissa per la virilità – contro alcuni romantici vezzi, tipici di Instagram e Facebook: “Ebbene sì, possiamo asserirlo: la nichilistica, svirilizzata e post-eroica civiltà dei gattini sulle reti sociali, dei gessetti e degli arcobaleni merita di sparire. Per sempre”.
E allora il popolo “post-eroico” del web ha invaso la sua pagina con gatti di ogni sorta, tra foto, meme, gif. Anziché rispondergli argomentando, alcuni utenti lo tormentano postando micetti teneri, “svirilizzanti”, colorati e morbidosi. Un cat-storm esploso spontaneamente, per un attacco di gastrite assicurato. Qualcuno salvi il soldato Fusaro: dai gattini, dal mondialismo e dalle sue ossessioni.

– Helga Marsala

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.